oggi è il Suo compleanno, e La voglio salutare con il brano che più amo. perché è di quelli che sembrano nati con l'inizio del mondo. perché per me lui esiste da sempre, e l'ho ascoltato in tutte le salse, dalle traduzioni trucide dei canti dell'oratorio ('quante le strade che un uomo farà, e quando fermarsi potràààààà'), alle versioni elettriche dell'altro mio amico, neil ('all along the watchtower', e le sue visioni apocalittiche e buzzatiane).
Lei è nato con l'inizio del mio mondo, se non proprio con l'inizio del mondo tout court. ma per me, tutto è coinciso. la scoperta della musica con quella della Sua voce. l'inizio di tutto, appunto.
e mi auguro, gentile mr. Dylan, di poter presto tornare a vivere nella Sua stessa orbita. come anni fa, a Milano, quando realizzai di colpo che stavo respirando la stessa aria che passava attraverso la Sua armonica. e mi parve un miracolo. perché quando l'inizio del mondo si manifesta, si può solo respirare, e tacere.
da quarantacinque anni, nella tribù non pioveva. ma stavolta le nuvole stavano arrivando, e un vento tiepido e insistente si stava insinuando da giorni, dando respiro alle gole. lo sciamano però taceva. scrutava il cielo, saggiava con il battito delle ciglia la direzione del vento, e, la notte, c'era chi giurava di averlo visto solo, sulla collina, a seguire chissà quali traiettorie.
quarantacinque anni sono tanti solo per chi ha quarantacinque anni, o più. per chi può misurare il tempo da una data, da un ricordo. per gli altri, quarantacinque anni sono un numero, un'espressione matematica, un'assenza. neanche conoscevano, gli altri, il colore, il sapore della pioggia. e non potevano sentirne la vera mancanza, la vera necessità.
quella sera, però, la pioggia stava arrivando. febbrili, gli uomini, le donne, i bambini della tribù si riunivano vicini ai totem. chi all'aperto, chi nel chiuso delle loro case, chi, i privilegiati, attorno allo sciamano e ai suoi. tutti segretamente ripetendo le proprie formule, ognuno la propria, per vedere se, stavolta, avrebbe funzionato. almeno stavolta.
e la pioggia arrivava. un boato scuoteva la tribù. ed erano sorrisi, urla, abbracci, suoni, energia che fluiva libera e potente dall'uno all'altro.
quando scende la pioggia, non fa distinzioni di ceto, genere, cultura e origine. quando scende la pioggia, bagna tutti, semplicemente. e tutti si fanno bagnare.
così, succedeva che braccia bambine si intrecciavano a braccia anziane, che facce bianche sorridevano a facce nere, o gialle, che padri e figli, ricchi e poveri, colti e ignoranti superavano ogni differenza, e si trovavano, come spinti da un unico vento, fuori, tutti, a cantare, gridare, stringere, suonare, lasciarsi bagnare.
una gioia istintiva e diretta. in questa eterna preistoria del mondo.
l'autista ha tatuaggi e collanine che nascondono un po' le rughe e i capelli ritinti. ma nella sua uniforme sta bene. ci sta da più di vent'anni, e il suo giro lo conosce a memoria. da qui a lì, soste, fermate a richiesta, sali e scendi di gente.
anche la gente è più o meno sempre la stessa. tipi comuni, che però pensano di essere tutti speciali, e puoi giurarci che lo sono, perché hanno capito che ognuno lo è, speciale, nei sogni e nelle illusioni. gente anche volgare, forse, anche popolare, di quella che birra stadio rocchenroll tivvù gruppo e qualche amore sparso nella vita.
il viaggio non ha sorprese né eccessive scosse, i finestrini sono un po' abbassati, giusto per far scappare l'odore di sudore e stanchezza, e dai finestrini puoi guardare il mondo fuori, ma mica tanto, perché sono appannati e sporchi di polvere. meglio ascoltare la musica che mette su l'autista. già sentita, vero. ma tutto, qui dentro, sa di pendolari e di tempo passato a rincorrere i sogni e non acciuffarli mai.
l'autista ci sa fare, coi sogni, soprattutto con quelli degli altri. li intercetta e li porta in giro, soste, fermate a richiesta, acuti e schitarrate compresi. che poi meglio non sapere se lo faccia ormai solo per mestiere, o se ogni tanto, in qualche fermata, un po' si diverta ancora, a portare in giro quei pendolari della vita, che si aggrappano quieti alle maniglie, per evitare di traballare troppo.
una cosa è certa: che quando scende, la gente canticchia le sue canzoni, almeno per un po'. e a casa ci si arriva sempre, con lui.
ogni tanto i ragazzi stupiscono. hanno un silenzio di menti pensanti che dà respiro alla speranza. e ogni tanto qualcuno fa poesia. scrive parole o musica, o tutte e due, e celebra ricordi e pensieri. fa un'epica nuova, e coglie, della generazione che l'ha preceduto, ombre e luci, amori e guerre, perché altri possano ricordare. e parla la lingua dei suoi coetanei, per arrivare dritto là dove un libro di storia o un'antologia scolastica non riusciranno mai.
filippo andreani affronta la storia partigiana di gianna e del capitano neri, nata e finita all'ombra delle montagne del lago, fra tradimenti e slanci, con il soffio leggero della breva, che increspa le onde senza smuovere le correnti. una piccola storia esemplare, nel chiaroscuro di un tempo confuso ed eroico.
ricordare è riportare al cuore. è fare scendere nel cuore gocce di ricordi altrui, e farli propri. ricordare è fare poesia della vita. renderla parole, o suoni, o immagini.
immergersi nei ricordi altrui con rispetto, e condividerli, significa essere vivi due volte. 'dall'adige al don' è una collana di ricordi, messa insieme dall'affetto di un nipote per un nonno segnato dal dolore più indicibile, la perdita di un figlio durante la ritirata di russia. le voci raccontano di una storia d'amore, delle lettere, delle cartoline, delle mogli e delle madri, che hanno vissuto una tragedia collettiva, una cronaca, affrontata con l'inconsapevolezza che fosse storia, e forse proprio per questo restata ricordo comune.
sulla testa di molti degli spettatori, stasera, c'è un cappello con una penna nera. lo stesso che portavano quei ragazzi, imbarcati su tradotte come per una gita di avanguardisti, e travolti dal gelo di una guerra ancora più feroce di tutte le altre. e negli occhi di tutti brilla la luce dell'emozione: come sempre accade, quando si toccano le corde del ricordo.
la guerra è una malattia. e la grandezza di noi, piccoli uomini, sta nel curarla col balsamo dell'arte.
così succede che, quando la vita rosicchia speranze e respiri, anche un fotogramma agganci il cuore a un'impressione che resta. e succede che l'occhio viaggi più veloce del pensiero, e colga un frammento di bellezza sparso così, gratuitamente, senza che qualcuno ce l'abbia messo con intenzione, e senza pretese di esserlo, bello.
non sono di quelle persone che si sciolgono per 'gli_spettacoli_della_natura'. a questi, preferisco le cose fatte dall'uomo. hanno un che di stupefacente, soprattutto quando plasmano la natura e le danno senso.
un glicine è una pianta. ma, quando un glicine viene messo dall'uomo vicino a un lago, e l'uomo ha la cura e la pazienza di aspettare la primavera, il viola cangiante del glicine vicino al blu metallico del lago producono un'alchimia speciale. che, aggiunta al profumo acuto del fiore mescolato a quello dolciastro del lago, perfora i sensi e li inchioda.
e così succede che il fotogramma profumato si imprime nel cuore, e da lì, sicuro, non se ne va più.
quando la mattina passo davanti a una scuola, vicino al baretto della scuola c'è un gruppo di ragazzine. 12, 13 anni. sono le otto e cinque, la campanella è suonata da cinque minuti, eppure loro fanno capannello lì, e chiacchierano, e fumano.
i loro sguardi sono tutti uguali. e dicono tutti una sola cosa. 'noi non siamo dentro, e non saremo dentro ancora per un po', o forse per tutta la mattinata. noi sì, che siamo libere. noi sì, che possiamo trasgredire. chissenefrega della scuola. noi sì, che viviamo, perché siamo libere. noi possiamo esserlo, noi, sì.'
la luce dei loro sguardi ha un che di ingenuo e primitivo insieme. non c'è (ancora) malizia. non c'è esperienza della libertà. la loro libertà si esaurisce nel gesto lineare di essere lì, fuori dalla scuola, in quel momento. ed essere o credersi libere, per loro, è lo stesso.
recuperare quella libertà sarà impossibile, anche per loro.