c'erano meno tre sottozzzero ma non importava la ragazza mise su il cd di hammersmith (regalato dall'uomo della sua vita, scaricato dal dvd non sapeva dove né come), e l'armonica di bruce soffiò sul suo cuore
viaggiando verso il lavoro, ottemmmezza di mattina, abbassò il vetro del finestrino e lasciò che il vento soffiasse nei suoi capelli
volume venti voce spiegata questa è thunder road, como, lascia che soffi un po' anche su di te, como
e di colpo realizzò: 1. che faceva un freddo boiazzo, ma che si sentiva viva 2. che amava l'uomo della sua vita che l'ha portata via senza farla muovere da casa 3. che adorava quando le ali diventano ruote e viceversa 4. che amava la vita anche perché c'è dentro bruce 5. che appena avrebbe potuto ci avrebbe scritto qualcosa su
ecco appena poté, la ragazza che si chiama laura, ma fa mary di secondo nome, ci scrisse qualcosa su.
siamo prigionieri dei mohicani, qui dentro. in questo posto, in cui è bello osservare l'espressione di chi ci entra per la prima volta, e, dopo aver percorso un tunnel buio, sbuca in una cava, immersa nel silenzio di una montagna lombarda. e le pietre sorridono, sembrano parlare e far percorrere una strana linfa tutta loro attraverso le vene della loro roccia. siamo arrivati su alla spicciolata, dopo un pomeriggio di musica e amicizia e salamelle e birra, musica al sole nel parco, musica all'ombra in un cortile, con una finestra che parlava della bellezza.
e ora siamo prigionieri dei mohicani. una signorina figlia di papà, ma con una freschezza e un'umiltà che solo le ragazzine americane vere sanno avere. un signore che ricrea le atmosfere del texas, rudi e spirituali, come è giusto che sia per chi ha sempre il deserto di fronte.
un ex punkrocker che ha nello sguardo il brillìo del genio, e si circonda di ragazze non per emergere, ma per farle splendere di tutta la loro bravura.
e ci piace essere prigionieri. i sorrisi si allargano, le voci si fanno più chiare, come gli occhi, che luccicano di piacere. il padrone di questa prigione si aggira con una maglietta che sembra essere un invito. il custode ha lo sguardo stanco, ma che esprime una gioia indicibile, per aver portato lì, tutti insieme, i suoi amici e i suoi miti.
un po' in disparte, con il suo carico di sogni da vendere, sorriso sornione e basco in testa, immancabile sigaretta e bicchiere sempre pieno, quello che coi mohicani per primo ha parlato. e che ci ha fatto capire che era bello, molto bello, esserne prigionieri.
lontani, amici che avrebbero voluto esserci, e il cui respiro avvertiamo ad ogni battito di cuore. a loro, l'augurio di poter cadere presto in questa prigione dorata.
la ragazza sgrana gli occhioni azzurri e dice: "chi sei andata a vedere? ma chi sono? e che musica fanno? ah...ma allora sono anziani!! no, no, mai sentiti..."
ragazza mia, chiedi chi erano crosby, stills, nash. ma chiedilo alle persone giuste.
quelle che venerdì riempivano l'arena di milano di tutti i loro acciacchi, i sogni realizzati e quelli mai compiuti, i ricordi di quando avevano molti capelli in più e molti chili in meno, erano saccenti e giovani, e credevano che avrebbero insegnato ai genitori e li avrebbero nutriti coi loro sogni, che avrebbero costruito una casa molto carina con gatti e fiori e un pianoforte per suonare le loro canzoni e avrebbero trovato posto dentro una risata e non si sarebbero mai tagliati i capelli (perché, allora, i capelli ce li avevano, e lunghi lunghi).
poi chiedi loro l'energia che hanno messo nel farci capire che diventare vecchi significa anche diventare umili, aver ancora da imparare dagli amici, sostenerli e comprenderli senza giudicarli, ed esserci, solo esserci, sempre. infine chiedi una manciata di emozioni, e loro te ne daranno a piene mani. ti faranno sentire questa:
oppure questa:
o questa:
non conosci neanche queste? hai tempo per rifarti, se vorrai. noi non abbiamo più tempo. il nostro tempo, l'abbiamo vissuto. e in sere come quella ci passa davanti tutto intero, e intatto, perfetto come la luce di un aereo che solca il cielo in una notte di luglio, mentre tre signori anziani dalla forma smagliante insegnano ai nipoti il percorso da fare.
un fagottino smarrito e lucido, un filo di voce, da quando la clementina, la sua cara clementina, una notte è caduta dal letto e si è, letteralmente, spaccata in tanti pezzetti, che nessuno è più riuscita a metterla insieme, e lei ha deciso di farsi rimettere insieme in un altro mondo.
andavano sempre a braccetto, la ines e la clementina, gironzolando per il giardino, inventandoselo immenso, come i loro ricordi, sempre gli stessi, sempre diversi. una puntellava l'altra, al punto che avresti detto che sarebbero state inseparabili.
ma non è mai come si vuole. la clementina è caduta, e si è spaccata. la ines da allora cammina meno, e si ferma al centro del giardino, seduta, a guardarsi intorno. vede la clementina camminare altrove, e vorrebbe raggiungerla. ma il coraggio per cadere dal letto, per ora, proprio non ce l'ha.
c'è ressa alla Feltrinelli. fa dannatamente caldo, qui dentro. e siamo anche in piedi. l'umanità non sembra mai tanto fastidiosa come quando fa caldo, siamo in piedi e c'è ressa. però vicino a me, ad aspettare Patti Smith, c'è una piccola. occhi chiari, treccine, vestitino leggero. guarda le caramelle con desiderio, le dico 'chiedi al signore, che magari te ne dà una', e lei si avvicina alla cassa e dice: 'vorrei una caramella ma non ho soldi'. il barista le allunga un chupa chups, io le strizzo l'occhio, e lei mi guarda come se fossi una fata.
magari lo fossi. resteremmo lei, io e pochi altri qui dentro. farei sparire Luca Sofri, per prima cosa, ché uno che cita il Chelsea Hotel senza sapere che Lou Reed non c'è mai stato, e che chiede 'perché hai scritto quel libro? cos'hai provato quando è morto Mapplethorpe?' merita di fare domande a Povia in un Billa con l'aria condizionata rotta.
la piccola mi fa vedere orgogliosa il suo portachiavi con Hello Kitty, e io accarezzo lo sbuffo rosa morbido del ponpon, mentre Patti mi accarezza il cuore con le sue parole, e col sorriso splendente dei suoi occhi. parla poco, giusto per dare una lezione di sintesi ai logorroici che, prima di farle una domanda, si sentono in dovere di sciorinare l'opera omnia delle loro conoscenze. ma quel poco che dice apre il respiro, che sembra che non faccia più caldo, che Sofri e le tipe stilose e gli alternativi e i petulanti appiccicosi e appiccicati scompaiano, e resti l'umanità migliore. quella fatta fiorire dall'incontro casuale fra una ventenne in cerca di un pavimento su cui dormire e un ragazzo dai lunghi boccoli scuri e il sorriso aperto. un incontro propiziato dagli dèi dell'arte, e nutrito da due menti innamorate della vita.
la piccola mi chiede: 'ma come si chiama? Patti? come il mondo di Patti!!' il mondo di Patti è amore, amicizia, arte e ricerca del bello. Patti è intrisa di spiritualità e di armonia. e ti rendi conto che quella è un'armonia sofferta, precaria, e perciò tanto più preziosa. 'ma ha i tuoi stessi occhiali! è vecchia?' no, che non è vecchia, non lo sarà mai, piccola. ma tu non puoi ancora sapere. e, abbiamo gli stessi occhiali, sì. e ogni tanto ci scambiamo occhiate mute, quando, su questo pezzo,
mi vede seguirlo con le labbra, e fa di sì con la testa.
alla ricerca del contatto con la gente, a oltranza. anche quando uno del pubblico, particolarmente ispirato, grida 'SOFRI SEI IMBARAZZANTE! VAI A CASA!', lei sorniona gli chiede 'cos'ha detto?', Sofri abbozza, e lei 'no...it's important...when people speak, we have to listen!' 'cause people have the power, mi verrebbe da risponderle. ma glielo dico con gli occhi, che brillano di malizia, quando si toglie gli stivali per vedere la marca del calzolaio milanese che li ha fabbricati, o quando si alza 'solo per fare un po' di stretching'.
una meraviglia, insomma. e mi tocca anche spiegarlo alla piccola, che non demorde. però anche la piccola capisce, quando Patti risponde all'ultima domanda, lunghissima e contorta, che un americano direbbe solo 'qual è il tuo rapporto con la spiritualità?'. lei sorride, e risponde: 'il mio rapporto con la spiritualità? beh...prego!'. la piccola capisce, e capisco anch'io. perché, forse, sono un po' piccola anch'io. capisco una volta di più, in una Feltrinelli madida di sudore e grondante fashionisti, che sono restata quella ragazzina che cantava 'frederick' sognando il mondo di Patti, e che sto benissimo così. felice se qualcuno mi offre una caramella, felice di accarezzare la vita come un morbido ponpon, felice se un essere umano prende una chitarra e suona e canta, quando potrebbe anche andarsene.
due ore dopo, assisto all'incontro di boxe poetica fra Capossela e Cinaski. Capossela parla di mani sulle spalle amiche, e Cinaski dice 'riempi il tuo bagaglio di ricordi, speranze, parole, storie vissute e storie da vivere riempilo di emozioni, musiche, liti, illusioni d’epoca, domande e risposte. trovati un amico e comincia la condivisione , l’esplorazione...'
la stella polare splende nel grigio della notte di Milano. e io, per ringraziare la vita, faccio come Patti. prego.
la musica, diceva aristotele, va praticata per usi molteplici, ma anche per l’educazione, per procurare la catarsi e in terzo luogo per la ricreazione, il sollievo e il riposo dallo sforzo. questo dice aristotele. ma quando la musica diventa corpo che si muove, sangue che pulsa, sudore che cola, gli usi si confondono. e non si sa più quanto sia catarsi, educazione e ricreazione.
l'alcatraz è un unico, grande corpo, che ondeggia ad ogni battuta, che canta, urla, beve, fuma, salta, si fa e si disfa come desidera. corpi vengono sollevati in aria, fatti passare in surfing, scaraventati oltre la transenna, e risorgono in un istante, con un'espressione di estasi. il rito collettivo, educativo, catartico e ricreativo è celebrato da un signore di 49 anni, in giacca, cravatta e occhiali, come se ne incrociano a migliaia, spenti e s_morti, nelle vie della milano_da_lavorare. eppure in quel signore, e nei suoi amici, batte un cuore punk rock, perdipiù irish, e pure incazzato (otto anni negli usa senza permesso di soggiorno devono pur incidere da qualche parte...). così, il rito che officia il signore, che di nome fa dave king, è quanto di più mistico, pagano e politico insieme esista. come la vera musica deve essere.
non cerchiamo originalità in un rito. i padri della bibbia si chiamano pogues, johnny cash, bob marley, dubliners, ramones (tutti citati e omaggiati nelle omelie, fra un pezzo e l'altro: in una, peraltro, ci sta pure un brindisi alla squadra sudafricana, per aver mandato a casa la 'fucking france'...) però, però, il grande corpo dell'alcatraz risponde, compatto nella sua poliedricità. ci sono le coppie innamorate di sé e dell'irlanda, i punk con megacresta, i rockettari con maglietta delle seeger sessions, i ragazzi in kilt e topless, e le ragazze con piercing ovunque (ma col reggiseno, ché va bene essere punk, ma non troppo). e c'è, soprattutto, un'oremmezza di ballate trascinanti, di gighe e di reel elettrificati, di dobhran e whistle mischiati a un basso da spaccare i cuori, e in cui ci sta pure un piccolo, prezioso set acustico, in cui il grande corpo riposa, si calma, recupera fiato e ascolta.
all'uscita, dopo la benedizione del reverendo king, 'grazie grazie mille milano!' col pugno sul cuore, e dopo aver ascoltato 'the parting glass' versione clancy, ci si ritrova, chi devastato, chi sfatto, chi solo stanco, ma tutti irrimediabilmente educati, ricreati e catartici. perché questa è la musica, diceva aristotele.
in un giugno ottobrino, che se penso al 2003 neanche mi sembra possibile che allora facesse così caldo. mi trovo sbarcata dalla nave, che neanche mi sembra possibile che solo una settimana fa ci fossi ancora sopra. e infatti mi viene il mal di mare, la testa ondeggia, ci vogliono ancore salde, ma non ci sono. non c'è l'àncora del tempo meteorologico, la certezza dell'inizio estate con tutti i crismi. non c'è neanche quella del tempo cronologico, la percezione di uno scorrere uniforme che tenga insieme tutte le esperienze.
così, i ricordi si appiattiscono in un unicum, in cui il 2 giugno sembra più vicino del 15, la lettura del discorso di calamandrei ascoltata al monastero di torba torna nitida come se fosse stata vissuta stamattina. mentre la voce di davide a brugherio che canta 'gh'è ammò quajvun' si perde nel reticolo della memoria.
quello che non vedrò più, invece, saranno i potage insieme. speedy angel è stato davvero l'angelo più veloce nel raggiungere quel paradiso dei musicisti in cui spero, un giorno, di poter entrare come pubblico per meriti acquisiti. e spero di ascoltare qunche questa:
così, in un giugno ottobrino, seduta al 35, che chi sa cos'è sa come ci si sta, resistendo eroicamente col mio ultimo damone e bevendo porto bianco e mangiando biscotti poi arachidi poi torta, mi trovo ad ascoltare questa:
e tutto intero dèjà vu. e mi arrivano ancora gli spruzzi di quell'ondata che mi colse più di trent'anni fa, di cui sentii solo gli ultimi schizzi, pensando, con ammirazione e apprensione insieme, a chi, quell'ondata, se la prese in pieno, e non fu più lo stesso. déjà vu, appunto. la memoria, in un giugno ottobrino, che scherzi fa.