mercoledì 3 agosto 2011

malfermo_10

c'è anche margherita. la mamma.
troneggia dall'alto della sua sedia a rotelle, appesa al tubo del respiratore, eppure indomita e battagliera.
mamma di tre figli ormai in età di pensione, nonna di tre nipoti ormai adulti, amica di tre signore ormai anziane, suocera di tre nuore schiacciate da un confronto impossibile.
mamma margherita sembra seduta, sembra immobile, sembra debole. in realtà si muove, valuta, giudica, sceglie ogni giorno.
mamma margherita si fa mettere fiori in camera e rose sui vestiti, collane al collo e bigodini in testa, non vuole occhiali e tifa inter.
mamma marcgherita è un fiore, e le api_figli_nipoti_amiche_nuore le ronzano attorno, suggendo il nettare della sua energia, eppure lasciandola intatta.

mamma margherita ha novanterotti anni, ma sente la vita passare fra le dita sottili, e l'afferra senza paura. lottando e scegliendo, ogni ora, finché le ore si fermeranno.

martedì 19 luglio 2011

malfermo_9

e poi c'è don bambino. bambino si fa per dire, 91 anni e un parkinson che gli fa tremare la voce e l'ostia e il calice, quando li solleva.
don bambino compare il sabato pomeriggio, per celebrare la messa, e dice tre prediche: una all'inizio, una quando deve, e una alla fine, così gli ospiti sono impegnati per un'ora buona.

don bambino non dà la comunione, perché ci metterebbe altre due ore. e così la distribuiscono i suoi volontari. uno dirige il coro, una fa il karaoke su 'resta con noi', uno spezzetta l'ostia consacrata in minimi pezzi, così che alla fine ne restano sempre dieci, e allora deve rifare il giro, perché 'non si può lasciare lì l'ostia consacrata', e gli ospiti riaprono la bocca, quieti, docili, come davanti a un mistero.

don bambino parla di aldilà, di provvidenza, fa recitare sempre l'avemaria alla fine della messa, ed è forse restato l'unico ad usare ancora il termine 'tribolazioni'. ma sulla sua bocca senzatempo ci sta bene.
don bambino parla con un filo di voce; così, nonostante il microfono, e nonostante siano messi in prima fila, quelli sordi non sentono nulla di quello che dice. ma conoscono a memoria la loro fede. e si fidano.
don bambino compare ogni sabato pomeriggio. e le teste canute si inchinano, un po' addormentandosi, un po' raccogliendosi, per l'unico tempo sensato della loro settimana.

don bambino anticipa per loro, così, con la voce e le meni tremanti, l'unico paradiso concesso in questo mondo.

domenica 10 luglio 2011

cenerentola nel castello



cenerentola ha in mano un foglio, su cui c'è scritto il suo nome.
un invito alla festa al castello.
lei desiderava andarci da mesi, ma non sapeva se avrebbe potuto.
c'era una festa speciale, al castello. un menestrello venuto da lontano, e tanti amici che sarebbero accorsi a sentire le sue ballate, amici che non vedeva da mesi, amici che non aveva neanche mai visto, ma di cui aveva letto il cuore per anni.


l'invito l'aveva resa felice, e aveva sognato quel momento, come si sogna da bambini, con l'abbandono e la fiducia dei bambini.
col foglio in mano, entra nella corte.
ci sono dame e cavalieri, ognuno con la maglia della sua tribù: dal minnesota, dal new jersey, dal canada, da correggio.
lei no, non ha voluto. una semplice maglia nera, sopra una maglia bianca, i non colori che ricapitolano tutti gli altri, come una lavagna su cui scrivere le emozioni.

la accompagna il suo cavaliere, quello che l'ha liberata dalla torre, anni fa, e che è sempre al suo fianco. e insieme incontrano visi sorrisi strette di mano abbracci baci, mentre la luce docile scivola via dalla corte, e gli insetti si addormentano.

l'attesa è lunga lunga lunga, come le attese dei bambini, impazienti e frementi.
ma, quando il menestrello sale sul palco, inizia la festa.
la musica è illuminata da luci fioche, per non distrarre l'ascolto.
la voce è arrochita, per esaltare le parole.
i suonatori partecipano alla festa, con la sapienza antica dei maestri.
la fisarmonica e il violino colorano di ruggine il nero lucidissimo delle chitarre, mentre tamburi e bassi scuotono i cuori, tanto che neanche le armature dei cavalieri possono nulla contro l'impatto del ritmo, e anche i più coriacei devono cedere all'entusiasmo, al dèmone buono che penetra nei cuori, e li scuote fin nel profondo.

cenerentola trova il tempo per versare una lacrima felice, appoggiata a un albero, mentre il menestrello intona la sua canzone più appropriata, per quella sera:




la corte tace, stupefatta.
lampi lontani segnano il passo del tempo.
anche la pioggia se ne sta fuori dalla magia, rispettosa, perché il miracolo della Bellezza non sia disturbato.

il signore del castello attraversa la corte, testa bassa e sigaro fra le labbra.
non ha tempo per ascoltare. ma sa che i grazie che gli sono stati rivolti sono tutti sinceri.
e tanto gli basta.


domenica 19 giugno 2011

aria

e quando il respiro si fermerà,
quando l'aria non passerà più nei miei polmoni,
ma resterà lì, sospesa, senza diventare respiro, suono, parole,
quando il tempo non batterà più nessun ritmo
e l'atmosfera si svuoterà di ossigeno e idrogeno e elio
e tutto il pulviscolo in perenne moto perderà il suo peso,
quando accadrà,
ecco,
fatemi sentire l'aria vibrare ancora un'ultima volta di queste note



e quando i miei figli, respirando l'aria al posto mio,
ascolteranno queste note



penseranno a una sera d'estate, quando hanno respirato la stessa aria di Torino insieme a me,
e hanno ascoltato l'aria passare attraverso il sax di Clarence,
e hanno capito cosa significhino l'amicizia, l'armonia, e forse un po' anche la felicità.

domenica 12 giugno 2011

power




quella sera, giorgio, c'era un'atmosfera sospesa.
il sole era stato nascosto quasi tutto il giorno, ma al tramonto era uscito, come a ricordare la sua presenza.
tu mi avevi accompagnata al seggio, nel primo pomeriggio, e la presidente ti aveva fatto vedere le schede, tutte colorate. 'ho voglia di votare anche io, mamma...dopotutto è il mio futuro!', mi avevi detto.
e io mi ero sentita felice, per avere vicino te, un figlio così sensibile, impegnato, consapevole, pur nei suoi tredici anni.
quando siamo usciti dal seggio, ricordi?, soffiava il vento. sembrava mi ringraziasse di avergli detto sì.

quella sera, giorgio, suonavi questa


e c'era un'atmosfera sospesa.
nessuno sapeva se i cinici ce l'avrebbero fatta anche quella volta, se il futuro si sarebbe sgretolato, oppure se il vento avrebbe soffiato via la polvere di tutti quegli anni, come aveva fatto in qualche città, due settimane prima.

tu suonavi, io avevo negli occhi i colori di quelle schede, e il volto di giovanna che, nel tardo pomeriggio, si era seduta per terra in una piazza vicino al lago con cento bambini,a suonare la chitarra e sorridere; e mi ero sentita così abissalmente vecchia, e viva, grazie a quelle quattro croci su quei quattro sì, lanciati nel futuro a proteggere voi, noi, la giustizia.

e allora, allora, con la finestra aperta a respirare il vento, mi ero seduta al pc, e avevo scritto.
per appendere al chiodo di un ricordo l'atmosfera sospesa di quella sera.

sabato 11 giugno 2011

buonafortuna



c'è sempre qualcosa di definitivo nell'ultimo giorno di scuola. l'abbandono della nave da parte dei clandestini. i corridoi che un momento prima vivono di volti voci passi respiri, e che un momento dopo si afflosciano su se stessi, troppo grandi per contenere così poca vita. la campanella che suona inutile, le carte che diventano scartoffie, i libri esausti dalle pagine ciancicate e dalle copertine rugose.

quest'anno, si chiudono tre cicli. la quinta elementare, l'amore incondizionato per la maestra, per il gruppo di compagni, l'energia di corpicini lanciati verso la scoperta di sé e del mondo.
la terza media, gli ormoni che cavalcano un tempo incerto e tempestoso, dove il conflitto con gli altri diventa misura per la costruzione dei propri confini.
l'ultimo anno del liceo, giovani adulti solo in parte consapevoli del proprio posto nel mondo, eppure già pronti per salpare, su una nave finalmente tutta loro.

e in mezzo, le lacrime. lacrime per i piccoli, per i ragazzini, per i giovani. lacrime di rimpianto, di malinconia, di ricordi appiccicati addosso, come un anticipo di nostalgia, come un presentimento di tempo perduto, tanto inconsapevole quanto pungente.
e in mezzo, le parole. oppure gli sguardi, gli abbracci, le dediche su diari o libri, gesti minimi, impreziositi dall'unicità del momento.
ma soprattutto, le facce. pallide per lo sforzo di maneggiare con cura un aggeggio delicato e complicato: il presente che genera ricordi.

e si vive di conclusioni.l'inizio non è mai così certo. la fine sì, che si conosce bene.
è qualche lacrima mischiata a qualche fetta di torta, è un violino e una chitarra che suonano de andré in una palestra, sono ottanta ragazzi su un palco a stupire e stupirsi, sono piccoli cantanti e poeti, e sguardi adulti e giovani che si incrociano guardando la stessa rotta.
si vive di finali di partita. di abbandoni e partenze. in attesa del prossimo arrivo.

martedì 17 maggio 2011

no pasaràn



e no, no pasaràn.
la banda di cinici, che di solito scorrazza per la città, stasera tace, rintanata nei suoi lounge bar, nelle discocateche, nei posti che contano per la gente che sa solo contare e non incantarsi.

e stasera è una sera benedetta dai cuori semplici, da chi aspetta paziente, da anni, e intanto resiste, a volte silenzioso, altre volte arrabbiato, sempre tenace.
c'è un posto, in questa città, in cui i cuori semplici, stasera, trovano chi canta per loro.

billy bragg parla in un inglese comprensibile, e quello che dice è condivisibile.
billy bragg ha le tempie spolverate dall'argento del tempo, e gli occhi accarezzati dalla rete degli anni.
billy bragg ha un paio di chitarre che suonano gli stessi accordi, e una voce che sa di nebbia alle cinque di mattina in un sobborgo inglese, che sa di turni di notte in un'acciaieria, che sa di urla in un megafono durante una manifestazione.
billy bragg parla, racconta la sua vita, la sua epifania durante un concerto dei clash, le sue lotte politiche, civili, umane.


billy bragg ironizza su sé, su noi, sulla sua inghilterra e sulla nostra italia. e dice che il peggior nemico dell'umanità è il cinismo annidato in ciascuno di noi, che rischia di impedirci di prenderci cura della cosa comune.

ma stasera la banda di cinici tace.
e cantiamo noi, insieme a lui, che canta di dolore, amore, forza, resistenza, dolcezza. con la lucidità e il trasporto di chi ha fatto della vita, tutta la vita, tutta intera, un mezzo per portare avanti, sempre avanti, il testimone, e consegnarlo al pubblico, perché la musica non può cambiare il mondo, ma è il pubblico, dice lui, che può cambiare il mondo, ispirato dalla musica.



e ci guardiamo attorno, e vediamo facce illuminate dalla stessa speranza. stasera, qui, ci sentiamo protetti, sodali, simili. pronti per guardare dritto negli occhi i lupi, quando usciranno dalle discocateche e vorranno tornare ad azzannare.

ma c'è un ragazzino, in penultima fila, che stasera, per la prima volta nella sua vita, alza il suo pugno chiuso, con una luce nuova nello sguardo.
e billy bragg canta soprattutto per lui, stasera.
perché, come canta lui, qualche volta a un uomo adulto occorre tanto tempo per capire quello che un bambino impara in una sola notte.