lunedì 21 maggio 2012

la febbre reloaded

ci sono mattine, nella nave, in cui si respira aria di libertà. in cui il mondo_fuori e quello nella nave si mescolano. sono momenti di grazia, e la vita riacquista una sua minima interezza. succede quasi sempre quando montale ci parla, quando pasolini ci parla, quando ci parla saba, e quando l'arco di tempo fra 8 e 900, e lo spazio fra francia e italia, italia e inghilterra, stati uniti e italia si accorcia in un unico pensiero che non è mai pensiero unico. succede quando l'uomo si accorge di appartenere ad un'unica sola condizione, quella umana, appunto. e succede che gli spettacoli visti le mostre le canzoni i quadri, si mescolino insieme, senza confondersi. si chiama cultura. si chiama coltura di intelligenze. si chiama intus_legere la realtà, capire da dove veniamo, intuire dove stiamo andando. criticare. piccoli allievi del sospetto anche noi, apprendisti dietro ai maestri. criticare, e scegliere cosa sia meglio, o meno peggio. scartare. esercitare il dono del pensiero. così, quando, la sera dopo una di quelle mattine, càpita di ascoltare queste parole oppure queste tutto si tiene. e quando, la sera seguente, càpita di ascoltare queste parole la sensazione diviene ancora più netta. e capiamo che a stare dalla parte del torto si soffre un po'. ma, quando troviamo i simili, la luce che emaniamo insieme consola, e ripaga.

domenica 13 maggio 2012

non voltarti indietro

e non guardare giù. giù, al pianterreno, c'è un grande salone. ci ricevono i parenti, e c'è il riscaldamento d'inverno, e l'aria condizionata d'estate. c'è musica soffusa, e silenzio soffice come le poltroncine. al pianterreno, c'è profumo di disinfettante e deodorante per ambienti, e la signorina ti guarda senza vederti, e ti chiede chi deve chiamare. ma tu, non scendere. non guardare. non guardare giù, non guardarci dentro. non voltarti indietro. se guardi indietro, al posto del salone con la musica soffusa e silenzio soffice, vedresti un ingresso di ferro con un oblò, pesante da spingere, ma leggero da entrarci. e, dentro, ti si spalancherebbe un mondo pieno di odori suoni voci sorrisi facce musica rumore vita.
sui piccoli tavoli neri, vedresti bicchieri pieni di alcolici di ogni genere, vaschette con dolcini e popcorn e patatine e noccioline, e, attorno ai tavoli, gente di ogni età, tutta lì per un solo scopo: per stare bene; e per una sola ragione: perché lì si sta bene.
poi, vedresti un palco stretto, ma che si allarga ogni volta che ci sale gente, fino a contenere dieci, quindici musicisti, e sul palco strumenti di ogni genere, e dietro al palco manifesti di ogni genere di artisti. alcuni di quegli artisti spariti nel nulla, altri diventati così famosi che forse non si ricordano nemmeno di averci suonato, su questo palco.
e vedresti un bancone lungo, e dietro al bancone vedresti due o tre o quattro persone che sorridono, invariabilmente, e cantano, e ballano, felici della musica che hanno scelto, amici dei musicisti che hanno scelto.
non voltarti indietro. ti potrebbe assalire la nostalgia, per tutte le sere di musica e gioia che hai vissuto lì, per i sorrisi dispersi nell'aria di quelle sere, per le amicizie nate in mezzo alle note. e ora, ora che al pianterreno, al posto di quel posto pieno di musica e vita c'è un salone silenzioso e ordinato, non guardare giù. non scendere, non voltarti. falli restare dove stanno bene, i tuoi ricordi. falli restare nel cuore.

mercoledì 11 aprile 2012

un angelo nella stanza


lo sento, c'è.
c'è nei suoi occhi liquidi.
nel rantolo del suo respiro.
nel pulsare delle sue vene.
nell'odore della sua pelle.
nelle rughe della sua fronte.

c'è nella disperazione senza parole.
nell'amore incondizionato.
nelle ore senza tempo.
nei gesti senza senso.

c'è in una mattina quieta.
in un pomeriggio obliquo.
in una sera abbandonata.

lo sento. c'è.
è un angelo, in questa stanza,
dove si sta morendo, con calma, senza disturbare.

domenica 18 marzo 2012

volando sul sofà

comincia con una strada che si perde fra i capannoni industriali di quando non c'era la crisi. comincia con un cancelletto, un viottolo in un giardinetto e un manichino che suona il violoncello.
comincia con un salotto e un paio di sofà, qualche sedia e due tavolini, sorrisi e una birra, luci basse e tanti libri.
e, in un angolo, due chitarre e un microfono.
ossia, il mondo come dovrebbe sempre essere.



comincia con questa canzone



e la magia si completa.
la voce è un soffice sofà, su cui saliamo tutti, e finiamo nella soho di trent'anni fa, o nella roma del folk studio, o nella west coast dei tempi di peace and love.
le dita veloci sulle corde della chitarra, la voce veloce sulle corde dei nostri cuori.

ed è come se nick drake e odetta, joni mitchell e phil ochs fossero seduti anche loro sul sofà, bevendo una birra e ascoltando, in un silenzio sospeso, il soffio del tempo, che passa e non passa, non passa più, e che resta impigliato fra le note di una voce e di una chitarra.


finisce dopo un'ora. finisce con un abbraccio, brava emma, grazie, a presto. finisce con emma che sorride ubriaca di gioia. finisce forse troppo presto. ma quanta meraviglia, in quel volo, vissuto stando seduti su un sofà.

mercoledì 7 marzo 2012

e tirala, quella palla




sto qui, signore.
sto qui sdraiato in un letto.

ero un campo di baseball anch'io, sai.
ero azione, e urla, vittorie e sconfitte, amore e passione.
ero in movimento, sempre, ero bontà e sacrificio, in questa dura terra.
ho versato sudore e sangue e dolcezza su quella terra, signore.

ma ora sto qui, sdraiato in un letto.
la mia forza mi sta lasciando,la giovinezza è un ricordo lontano.
a volte chiedo di camminare.
a volte chiedo se i miei genitori sono morti.
a volte chiedo a mia figlia come si chiama.

ma c'è una cosa che ricordo, signore, ah, se la ricordo.
ricordo che avevo speranze e desideri, avevo forza e fede. e su questi avevo fondato il mio campo, su cui giocare.
ricordo che avevo occhi chiari e tanti capelli, camminavo dritto e nobile.
una donna minuta e forte vicina, e una storia da raccontare.

ma, signore, prima che tutto diventi cenere e polvere, prima che tutto sia spazzato dal vento, prima che spenga la luce,
fammi un favore:
dammi la forza di resistere alla mia rabbia,
dammi la forza di non farmi abbattere dalla paura,
dammi la forza di guardarti dritto negli occhi.

bene.

e adesso,
tirala, quella palla.

martedì 24 gennaio 2012

grazivano

per salutare l'ultima apparizione video di Ivano Fossati, due righe scritte anni fa. ma ancora vere, e vive.

Una notte in Italia

...è una notte in italia. in un angolo di italia, campione d’italia, per l’esattezza. ma la donna, dell’esattezza non è mai stata tanto amica. la trova insopportabile, noiosa, affaticante. tant’è vero che stasera, invece di essere a letto perchè non si sente bene, è in mezzo a 400 persone, ad aspettare che inizi un concerto. il concerto di fossati, lungamente atteso, perchè canti una canzone che le è entrata subito nel cuore, che rievoca un episodio della sua adolescenza: un parcheggio, un ragazzo, le mani di lui che sanno ancora così poco dell’amore, i seni di lei,puntati dritti sul suo cuore. e la gente che non guida mai piano. e la confusione, l’imprecisione, l’inesattezza stinta di una prima volta.
adesso la donna è in riva al lago, e pensa che anche questo è un parcheggio, anche questa è una prima volta, e si chiede cosa accadrà questa volta. i brividi a luglio. le luci sfiocano via, come arrugginite, sotto le lacrime, in questo tempo sbandato, in una notte che corre. i suoni rivelano di più di quanto dicano. improvvisamente, la donna ha una fitta al ventre, proprio là, dove inizia la vita, dove mesi prima si è spenta una vita. il futuro che viene.. a darci fiato. e la donna capisce. il futuro che viene. nel suo ventre dolente, in un parcheggio in cima al mondo, in una notte in un angolo d’italia.
chissà se ha fiato.
(non ne avrà abbastanza. ma la donna vivrà, amerà, proverà ancora, imprecisa e inesatta e imperfetta. finchè ce la farà, a prendere fra le braccia un’esistenza tremante...ma questa è un’altra canzone).


Lindbergh

una mattina presto. meno quattro a milano. una donna scende le scale del metro della stazione centrale. scende, e intanto nel suo mp3 ivano fossati canta non sono che il contabile dell’ombra di me stesso...se mi vedete qui a volare...
lindbergh sale nel cielo, la donna scende sotto terra. ma è come se volasse anche lei,perchè sa che quella discesa vale più di mille voli. difficile non è partire contro il vento, ma casomai senza un saluto...
la aspetta un pesce con le ali, volato via dal mare per annusare le stelle. lei sa che scende, e, quando ritornerà in superficie, si perderà trovandosi. ha in mano un sacchetto con due brioches al cioccolato. ne sente l’aroma. ne pregusta il sapore. e la musica la fa volare. le luci al neon diventano stelle. i visi dei passeggeri sono scie di vite.
e la vuole fare tutta quella strada.. fino al punto esatto in cui si spegne. pensa. vive. ha i brividi. ma non sono i meno quattro di milano.

lunedì 23 gennaio 2012

dal canada alla cascina


questa storia inizia a vancouver, canada.
oppure a poasco, san donato milanese, italia.

da ovunque la si faccia iniziare, è una storia e basta.
inizia con vite che sbandano e si riprendono, con voci che si intrecciano, con amicizie che si costruiscono con la paziente caparbietà delle cose semplici.
un alveare, uno scoglio, un accordo di chitarra.
e così succede che le vite si annodino, per una sera o per sempre, non importa. sempre o una sera sono misure di tempo relative, se la faccenda riguarda le emozioni.
il ragazzo di vancouver e quello di poasco hanno davvero poco in comune. manco parlano la stessa lingua. il ragazzo di vancouver ha ogni tanto un lampo negli occhi, che rivela quanto siano pesati i chilometri, e gli anni, le scelte, e le strade fatte per arrivare fin lì. quando parla, quando canta, senti il suo bisogno di arrivare al cuore del mondo, la sua fame di dimostrare al mondo quanta strada abbia fatto per arrivare fin lì, in quella cascina ai confini del mondo conosciuto.
il ragazzo di poasco lo accoglie nella cascina come suo nonno avrebbe fatto coi partigiani, come suo padre coi vagabondi. gli dà pane, e riso, e vino. gli dà caldo, e gente con cui stare, parlare, e cantare.
e scoprono che in comune, loro due, hanno l'essenziale. l'amore per la vita, l'amicizia, la musica.

questa storia inizia qui, oppure finisce, non si sa, non importa.
ed è una storia di musica, come sempre avviene quando Dio si ricorda dell'uomo.
ma anche di vino. una storia di_vina. in vino veritas, ma anche harmonia.

questa storia inizia con un canto di fine e di morte, ma anche di gioia e di rinascita

continua con sorrisi, e schiocchi di dita, e brevi versi sussurrati per non perdere il silenzio tutto attorno


e finisce con strette di mano e abbracci e ragnatele in cantina e vino e goodbye soon.
il mal di stomaco passa, passa il mal di mare che prende a volte nella vita, e quello che non passa e non verrà mai rotto è il circolo di amicizia ed energia.

il ragazzo di vancouver sparisce nel freddo di una notte di gennaio.
il ragazzo di poasco chiude il portone della cascina.
tutto attorno, sanno di aver lasciato magia, e tempo buono, vino, riso e risate.