sabato 9 giugno 2012

and you're listening...

ti vedo, sai? e ti sento.
ti ho vista mentre guidavi verso casa, la nostra casa, e andavi a prendere il vestito con cui avresti coperto le quattro ossa che ero diventato. e ti sentivo urlare bring on your wrecking ball...e ti ho vista piangere e guidare insieme. male, figlia mia; non si guida mentre si piange. ma ti scuso. mi avevi appena visto scivolare via dalle tue mani.

e ti vedo anche stasera, tu e i tuoi figli, i miei nipoti amatissimi, che da me e da te hanno preso gli occhi e l'amore per la vita e i suoi doni. state entrando nel catino di cemento e acciaio, avete addosso la pelle le magliette di bruce, e dentro il cuore una gioia trattenuta. vedo il sorriso di giovanna, appollaiata sulla transenna, che guarda incantata le luci che si accendono su 'jack of all trades' e su 'the promise', e la sento sussurrare 'grazie, mamma, è bellissimo!'. nel cuore le vedo la voglia di essere al posto di quella bimba che bruce fa salire sul palco a cantare, e nella testa le sento agitarsi tanti pensieri più grandi di lei, ma tutti belli, che sbocceranno nella sua primavera, quando sarà.

vedo anche il giovane uomo che sta diventando giorgio, che, da quando bruce ha iniziato a cantare, è entrato in un'altra dimensione, sospesa fra la simbiosi con i musicisti e la tensione nel cogliere un significato complessivo più grande di lui. anche per lui, verrà il momento in cui tutto sarà chiaro.

vedo tutti i tuoi amici attorno a te, vedo i loro volti sorridenti, perché bruce sa come fare felici le persone: è logico, sa cos'è la felicità, perché sa cos'è il dolore. solo chi passa attraverso il dolore sa vivere anche il suo opposto e complementare, la gioia. solo chi conosce la morte sa il valore della vita. vedo i tuoi amici saltare e cantare, ridere e gridare, vivere. fuori da questo catino di cemento e acciaio, in mezzo alla pianura, sono medici e manager, insegnanti e bancari, grafici e impiegati. ma qui dentro sono uomini, e donne, presi dall'incanto della vita.

e vedo te. e ti sento. in te tutto è chiaro, stasera. hai tanto sofferto, in questi giorni, eppure quella musica ti ha curato l'anima. hai visto la morte, il dolore, mi hai lasciato andare al largo, mentre tu restavi a terra, e l'hai fatto con la dignità che ti ho insegnato. oscuramente ti preparavi già a stasera. sei entrata nel catino di cemento e acciaio col sorriso e le lacrime, accarezzando la fede d'oro bianco che ti ho lasciato, e già iniziavi a capire. ma è quando bruce canta questa che capisci del tutto.

giovanna ti abbraccia piangendo, e io parlo attraverso lei. ti dico 'il nonno c'è, è qui, lo sento'. e tutto è chiaro. il senso dei nostri mesi di agonia e di dolcezza, il tuo canto urlato andando a prendermi il vestito, la presenza che si stava facendo strada nei tuoi gesti precisi degli ultimi giorni. il senso delle parole di bruce, attraverso cui sono danny e clarence che parlano.
'state in ascolto', dicono, 'ci sentite? noi siamo vivi, e, anche se i nostri corpi riposano sotto terra, le nostre anime, i nostri spiriti si elevano al cielo, e aspettano il momento in cui saremo di nuovo uniti...'

bruce è in ascolto, stasera. noi facciamo quello che possiamo per aiutarvi a vivere e gioire su questa crosta di terra, ma voi dovete fare la vostra parte. riprendere il carico che noi abbiamo deposto, e continuare il nostro cammino. saltare, suonare, cantare, ballare, ridere, sorridere. vivere, insomma.

 ti sento, sai?, quando urli 'we are alive! we are alive!'. sono io che urlo attraverso te. ti vedo, sai?, quando salti e balli nel delirio collettivo di gioia che inonda il catino di cemento e acciaio. anch'io canto con te, e coi tuoi amici, e il mio spirito si dondola sulla metà luna che vedo da qui, e che anche tu vedi, da dietro le spalle di bruce. sento che capisci, allora, del tutto. ora, posso riposare.
e tu ascolti...

sabato 2 giugno 2012

lettera a malfermo

Ogni volta che sorriderete a un ospite che si nutre dei vostri sorrisi, e lo saluterete con rispetto
 Ogni volta che vestirete e pettinerete un ospite parlandogli e controllando se ha gli occhiali, la collana, il cellulare, il bastone, il fazzoletto, se è pulito e composto
Ogni volta che somministrerete le medicine a un ospite parlandogli, spiegandogli la causa e lo scopo, anche se sembra non capire
Ogni volta che porterete in giardino gli ospiti in carrozzina, scegliendo per loro il posto migliore dove stare, le persone più adatte con cui stare
Ogni volta che pulirete un ospite con la cura e la dignità che riservate al vostro corpo
Ogni volta che darete a un ospite ciò di cui ha bisogno, senza che ve lo richieda
Ogni volta che non lascerete un ospite solo nel salone, o in sala da pranzo, e lo sposterete insieme agli altri, o vi fermerete anche solo un attimo con lui
Ogni volta che parlerete agli ospiti delle vostre famiglie, dei vostri figli, dei vostri genitori, dei vostri progetti, dei vostri sogni, coinvolgendoli nelle vostre vite
Ogni volta che con loro metterete da parte la frenesia del lavoro, i vostri problemi e le vostre ansie, per attingere forza dalla loro debolezza
Ogni volta che farete ridere, sorridere, emozionarsi, partecipare un ospite, come con un amico
Ogni volta che sopporterete le loro lamentele, gli sgarbi, le cattiverie piccole e grandi, dovuti a una condizione difficile da sopportare, e li aiuterete a sopportarla
Ogni volta che li porterete in giro, li farete pregare, giocare, cantare, ascoltare musica, ballare, recitare, travestirsi, leggere, nutrirsi della vita in comune e della bellezza della vita
Ogni volta che li accarezzerete, li imboccherete, li chiamerete per nome, li toccherete, li bacerete, o vi farete baciare e accarezzare, anche se non sembra che ci sia un motivo, perché un motivo invece per loro c’è
Ogni volta che non li piazzerete davanti alla televisione, ma commenterete con loro i fatti del mondo fuori che entrano in questo mondo
 Ogni volta che parlerete a loro della vostra terra di origine, facendo sentire la vostra nostalgia per le persone lontane che avete lasciato e a cui pensate
Ogni volta che non considererete un ospite solo un organismo da medicare, analizzare, o di cui constatare il decadimento, e accompagnerete alla fine lui e i suoi familiari con dolcezza e umanità
Ogni volta che li considererete non tanto ospiti, ma quello che realmente sono: uomini, donne, cittadini, vostri simili, vostri fratelli, vostri amici, persone,
Io ricorderò tutte le volte, tantissime volte, in cui Voi lo avete fatto a me.
E, nella Luce in cui io sono, rivolgerò a Voi un sorriso e un pensiero di bene.
Grazie, fratelli. Grazie, sorelle. Grazie, amici.
Avete reso luminosi gli ultimi anni della mia vita.
 Vi abbraccio, uno per uno.
Ora sono davvero una Roccia a cui appoggiarvi.
Il vostro Gianluigi, Luigi, Luis, Gian, il Bianchi.

lunedì 21 maggio 2012

la febbre reloaded

ci sono mattine, nella nave, in cui si respira aria di libertà. in cui il mondo_fuori e quello nella nave si mescolano. sono momenti di grazia, e la vita riacquista una sua minima interezza. succede quasi sempre quando montale ci parla, quando pasolini ci parla, quando ci parla saba, e quando l'arco di tempo fra 8 e 900, e lo spazio fra francia e italia, italia e inghilterra, stati uniti e italia si accorcia in un unico pensiero che non è mai pensiero unico. succede quando l'uomo si accorge di appartenere ad un'unica sola condizione, quella umana, appunto. e succede che gli spettacoli visti le mostre le canzoni i quadri, si mescolino insieme, senza confondersi. si chiama cultura. si chiama coltura di intelligenze. si chiama intus_legere la realtà, capire da dove veniamo, intuire dove stiamo andando. criticare. piccoli allievi del sospetto anche noi, apprendisti dietro ai maestri. criticare, e scegliere cosa sia meglio, o meno peggio. scartare. esercitare il dono del pensiero. così, quando, la sera dopo una di quelle mattine, càpita di ascoltare queste parole oppure queste tutto si tiene. e quando, la sera seguente, càpita di ascoltare queste parole la sensazione diviene ancora più netta. e capiamo che a stare dalla parte del torto si soffre un po'. ma, quando troviamo i simili, la luce che emaniamo insieme consola, e ripaga.

domenica 13 maggio 2012

non voltarti indietro

e non guardare giù. giù, al pianterreno, c'è un grande salone. ci ricevono i parenti, e c'è il riscaldamento d'inverno, e l'aria condizionata d'estate. c'è musica soffusa, e silenzio soffice come le poltroncine. al pianterreno, c'è profumo di disinfettante e deodorante per ambienti, e la signorina ti guarda senza vederti, e ti chiede chi deve chiamare. ma tu, non scendere. non guardare. non guardare giù, non guardarci dentro. non voltarti indietro. se guardi indietro, al posto del salone con la musica soffusa e silenzio soffice, vedresti un ingresso di ferro con un oblò, pesante da spingere, ma leggero da entrarci. e, dentro, ti si spalancherebbe un mondo pieno di odori suoni voci sorrisi facce musica rumore vita.
sui piccoli tavoli neri, vedresti bicchieri pieni di alcolici di ogni genere, vaschette con dolcini e popcorn e patatine e noccioline, e, attorno ai tavoli, gente di ogni età, tutta lì per un solo scopo: per stare bene; e per una sola ragione: perché lì si sta bene.
poi, vedresti un palco stretto, ma che si allarga ogni volta che ci sale gente, fino a contenere dieci, quindici musicisti, e sul palco strumenti di ogni genere, e dietro al palco manifesti di ogni genere di artisti. alcuni di quegli artisti spariti nel nulla, altri diventati così famosi che forse non si ricordano nemmeno di averci suonato, su questo palco.
e vedresti un bancone lungo, e dietro al bancone vedresti due o tre o quattro persone che sorridono, invariabilmente, e cantano, e ballano, felici della musica che hanno scelto, amici dei musicisti che hanno scelto.
non voltarti indietro. ti potrebbe assalire la nostalgia, per tutte le sere di musica e gioia che hai vissuto lì, per i sorrisi dispersi nell'aria di quelle sere, per le amicizie nate in mezzo alle note. e ora, ora che al pianterreno, al posto di quel posto pieno di musica e vita c'è un salone silenzioso e ordinato, non guardare giù. non scendere, non voltarti. falli restare dove stanno bene, i tuoi ricordi. falli restare nel cuore.

mercoledì 11 aprile 2012

un angelo nella stanza


lo sento, c'è.
c'è nei suoi occhi liquidi.
nel rantolo del suo respiro.
nel pulsare delle sue vene.
nell'odore della sua pelle.
nelle rughe della sua fronte.

c'è nella disperazione senza parole.
nell'amore incondizionato.
nelle ore senza tempo.
nei gesti senza senso.

c'è in una mattina quieta.
in un pomeriggio obliquo.
in una sera abbandonata.

lo sento. c'è.
è un angelo, in questa stanza,
dove si sta morendo, con calma, senza disturbare.

domenica 18 marzo 2012

volando sul sofà

comincia con una strada che si perde fra i capannoni industriali di quando non c'era la crisi. comincia con un cancelletto, un viottolo in un giardinetto e un manichino che suona il violoncello.
comincia con un salotto e un paio di sofà, qualche sedia e due tavolini, sorrisi e una birra, luci basse e tanti libri.
e, in un angolo, due chitarre e un microfono.
ossia, il mondo come dovrebbe sempre essere.



comincia con questa canzone



e la magia si completa.
la voce è un soffice sofà, su cui saliamo tutti, e finiamo nella soho di trent'anni fa, o nella roma del folk studio, o nella west coast dei tempi di peace and love.
le dita veloci sulle corde della chitarra, la voce veloce sulle corde dei nostri cuori.

ed è come se nick drake e odetta, joni mitchell e phil ochs fossero seduti anche loro sul sofà, bevendo una birra e ascoltando, in un silenzio sospeso, il soffio del tempo, che passa e non passa, non passa più, e che resta impigliato fra le note di una voce e di una chitarra.


finisce dopo un'ora. finisce con un abbraccio, brava emma, grazie, a presto. finisce con emma che sorride ubriaca di gioia. finisce forse troppo presto. ma quanta meraviglia, in quel volo, vissuto stando seduti su un sofà.

mercoledì 7 marzo 2012

e tirala, quella palla




sto qui, signore.
sto qui sdraiato in un letto.

ero un campo di baseball anch'io, sai.
ero azione, e urla, vittorie e sconfitte, amore e passione.
ero in movimento, sempre, ero bontà e sacrificio, in questa dura terra.
ho versato sudore e sangue e dolcezza su quella terra, signore.

ma ora sto qui, sdraiato in un letto.
la mia forza mi sta lasciando,la giovinezza è un ricordo lontano.
a volte chiedo di camminare.
a volte chiedo se i miei genitori sono morti.
a volte chiedo a mia figlia come si chiama.

ma c'è una cosa che ricordo, signore, ah, se la ricordo.
ricordo che avevo speranze e desideri, avevo forza e fede. e su questi avevo fondato il mio campo, su cui giocare.
ricordo che avevo occhi chiari e tanti capelli, camminavo dritto e nobile.
una donna minuta e forte vicina, e una storia da raccontare.

ma, signore, prima che tutto diventi cenere e polvere, prima che tutto sia spazzato dal vento, prima che spenga la luce,
fammi un favore:
dammi la forza di resistere alla mia rabbia,
dammi la forza di non farmi abbattere dalla paura,
dammi la forza di guardarti dritto negli occhi.

bene.

e adesso,
tirala, quella palla.