venerdì 24 gennaio 2014
Lario
Io sono il lago.
Io ho un nome di maschio. Ma sono pieno di acqua, che è femmina.
Io ho un nome di aria. Lario in greco vuol dire gabbiano. Ma sono in bilico fra terra e acqua. Fra monti e onde.
Io sono il Lario, che vola al contrario. E vola da una sponda all’altra, da un paese all’altro, nastro liquido, che separa e unisce.
Io sono il lago di confine, di ghiacciaio, di un Nord che ospita, include, cambia e accoglie.
La mia origine si perde nelle ere, ma la mia vita palpita nel cuore di ogni pesce che mi abita, nel respiro di ogni abitante delle mie sponde, nei riflessi di ogni sasso che trascino con me, in una danza infinita e sfinita.
Lecco le squame dell’agone, accarezzo l’occhio del pigo, cullo la grande testa del cavedano. E intanto gli canto una nenia che conosco da millenni. Loro si fidano, si addormentano. E sognano parole, che ogni tanto qualcuno mette in musica.
La Breva che mi fa il solletico sposta le foglie del salice proteso su di me, pettina i capelli della donna che sale sul battello, increspa le rughe del pescatore che butta dentro di me le sue reti. E io, ridendo, gliele riempio, le sue reti, e gli insegno la generosità che nasce dalla pace.
Quando la nebbia mi chiude gli occhi, quando la notte mi copre con un lenzuolo nero, è allora che mi guardo dentro, e vedo da dove vengo, dove vado. Invento storie, e le sparpaglio nei sogni della gente che mi abita, perché le possano raccontare come se fossero le loro.
Quando il sole torna a splendere, allora riprendo il mio nome, volo nel cielo, e mi ci specchio dentro, colorandolo di verdazzurro.
Non importa come mi chiamano. Io sono maschio e femmina, antico e nuovo, aria, acqua, terra. Sono pesce e sasso, foglia e uomo.
Io sono te.
giovedì 10 ottobre 2013
e dei bambini solo quelli nati
Wislawa Szymborska
"Che cos'è necessario?
È necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.
A prescindere da quanto si è vissuto
è bene che il curriculum sia breve.
È d'obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e malcerti ricordi in date fisse.
Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.
Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all'estero.
L'appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.
Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.
Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.
Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l'orecchio in vista.
È la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta."
da "Vista con granello di sabbia"
Ventun anni fa. Una vita.
Un'attesa, una speranza, sfiorita nel passo di qualche settimana.
La trionfante sicurezza di una maternità che accendeva una luce negli occhi, spenta in breve tempo.
Una macchia di sangue, lo sbigottimento, e poi analisi, e visite, e sguardi dubbiosi.
Infine, lo stordimento di un anestetico, e tanto altro sangue, per lavare via la vita.
Non fa curriculum, tutto questo. Ma è successo. Ventun anni fa.
"Che cos'è necessario?
È necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.
A prescindere da quanto si è vissuto
è bene che il curriculum sia breve.
È d'obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e malcerti ricordi in date fisse.
Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.
Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all'estero.
L'appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.
Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.
Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.
Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l'orecchio in vista.
È la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta."
da "Vista con granello di sabbia"
Ventun anni fa. Una vita.
Un'attesa, una speranza, sfiorita nel passo di qualche settimana.
La trionfante sicurezza di una maternità che accendeva una luce negli occhi, spenta in breve tempo.
Una macchia di sangue, lo sbigottimento, e poi analisi, e visite, e sguardi dubbiosi.
Infine, lo stordimento di un anestetico, e tanto altro sangue, per lavare via la vita.
Non fa curriculum, tutto questo. Ma è successo. Ventun anni fa.
sabato 21 settembre 2013
Tempo e poesia
Una data nel tempo. Finisce l'estate, inizia l'autunno. La poesia filtra nel sole, lo vela di nostalgia e desiderio. Magliette leggere sotto giacche un po' più pesanti, a coprire una pelle che ha ancora bisogno di sole. Mattine più nebbiose, sere sempre più precoci e lunghe ombre. Ricordi e promesse.
21 settembre, una data nel tempo. Due date di nascita. Due nomi. Leonard Cohen, Ivano Fossati.
Il Canada e l'Italia. La poesia e il tempo, e la musica, a cucirli insieme.
Uno, ascetico guru dei sentimenti, voce profonda e sguardo a cercare costantemente il cielo, l'ispirazione, il ritorno a casa. Vita spesa a capirsi e capire, a cercare le parole giuste per dirlo, l'armonia perfetta, a inseguire un'icona sfuggente, una chimera appena sfiorata: il mistero dello spirito, avvitato a spirale su se stesso, ma, anche, aperto, con suprema carità, agli altri, per offrire e offrirsi. Musica come lama di luce che penetra attraverso uno spiraglio, donato dal dio della poesia per incrinare il muro del dolore.
L'altro, intellettuale mediterraneo, innamorato della musica e di tutti gli strumenti con cui farle l'amore. Flauto, chitarra, piano, voce. Un macramé slabbrato eppure coerente, cosciente che la vita è labile, che l'essenziale è invisibile, e che è così difficile dire anche la propria fragilità. Fratello che guarda il mondo con gli occhi di tutti, alla ricerca dell'amore, che, quando ci passa accanto, si deve essere capaci di prenderlo, smettere di scivolare disattenti e iniziare a vivere, dimenticandosi del resto, lasciando perle di poesia sparse negli anni, e permettendo che siano di tutti, vissute da ciascuno , e comprese, perché l'esistenza di ognuno è immersa nel tempo, che è questo, qui, ora.
In questo tempo incerto, fra estate e autunno, la consolazione della musica. Un dono prezioso.
lunedì 19 agosto 2013
Lasciami qui
Lasciami qui, ancora un po’.
La sabbia fra le dita, o le montagne negli occhi. Il vento
fra i capelli, o le colline che dormono, cullate dalle cicale.
Lasciami qui, a vivere un momento, a scomporlo in attimi, a
respirare le ore senza tempo, a sognare che non finiscano mai, placida
illusione del meriggio.
Ancora un po’, a guardare quell’isola lontana, a immaginarmi
raggiungerla, solcando il baluginìo blu del mare. Oppure a perdermi nel soffice
mantello di nuvole bianche, sprimacciandole prima di addormentarmi.
Vino nel bicchiere, frutta fresca fra i denti, pane tiepido
sulla lingua, e, nel cuore, l’incanto bambino di una serenità ritrovata.
Lasciami qui, un po’ ancora, coi miei pensieri leggeri, coi
miei ricordi, che ora non fanno più male, non più, curati come sono da questo
sole, dall’ora estiva e festiva, dal mondo come dovrebbe essere sempre.
Uno sguardo a questo mondo, riflesso della mia anima, per
portarlo con me, ovunque, sempre. Anche nell’incerto languore dell’autunno,
anche nelle ombre lunghe dell’inverno. Lo metto in tasca, insieme a una
conchiglia, a un sasso, a un filo d’erba. Talismani per domani.
Ecco. Ora sono pronta. Partire, senza voltarsi indietro; nel
cuore, la meraviglia struggente di un grazie.
mercoledì 24 luglio 2013
Va bene così, dice Bruce
Cominciamo dalla fine:
Quando scrivo le mie storie, mia mamma mi consiglia sempre di avere ben chiaro dove voglio andare, come voglio finire. Credo proprio che quelli che hanno montato "Springsteen and I", il film che sono andata a vedere lunedì con mia mamma e mio fratello e altri amici, abbiano avuto bene in mente questa regola, perché io ho capito tutto quando ho visto la fine.
All'inizio, non capivo tanto perché, di tanti spezzoni che i fans di tutto il mondo avevano mandato per fare il film, avessero scelto proprio quelli. Ce n'erano alcuni molto tristi, come quello del bambino quasi costretto dalla mamma a farsi vedere e dire che gli piace Bruce, mentre la mamma ha una cucina tutta in disordine, che si capisce che non gli fa da mangiare per sentire Bruce (io lo chiamo Bruce, è più corto e mi sembra di conoscerlo meglio, così), oppure quello della mamma (un'altra mamma, sembrava che ce l'avessero con le mamme...), che fa ascoltare solo Bruce e niente Disney in macchina ai suoi bambini (la mia mamma mi ha fatto ascoltare anche Disney, adesso però che ho quasi tredici anni, sono io che le chiedo Bruce, e ieri le ho chiesto di fare un giro più largo in macchina per fare finire Working on the highway...), o quello che guida e si autocommuove mentre guida (certo, diceva cose belle della sua famiglia, ma alla fine, autocommuoversi, non ci ha fatto una bella figura); il peggio, una signora tutta rossa in faccia che parlava di essere stata sollevata nel bel mezzo di Jungleland e portata sul palco (e anche a me Jungleland piace tantissimissimo, la vorrei tanto ascoltare in un concerto, ma mica mi immagino di essere sollevata su...).
Insomma, non capivo perché, fra tanti spezzoni belli, di gente brava, che dice cose anche intelligenti (ne conosco anche io, di gente così, che segue Bruce ed è anche intelligente), che di sicuro avevano mandato per il film, quelli avessero scelto anche spezzoni sciocchi, di gente fanatica, come dice la mamma, e io so che fans vuol dire fanatici, ma c'è un limite a tutto...
Non che ci fosse solo quel tipo di spezzoni: c'era anche Bruce, nel film, un Bruce che non avevo mai visto: giovane! Ho capito che era stato giovane anche lui, e cantava diverso da adesso, più brillante, come se la vita non gli fosse passata sopra, ma ne avesse solo paura. E tenesse lontana la paura cantando di fede, di forza, di terra promessa, di amicizia e di amore. Ho visto Bruce di tredici anni fa, invece, l'anno in cui sono nata io, che canta Blood brothers, prende le mani di Clarence, che però non aveva lo smalto come a Torino, e di sua moglie, e canta con le lacrime agli occhi, e si vede che la vita gli è passata sopra e dentro, eppure crede ancora nelle stesse cose. Ho visto Bruce come l'ho visto io l'anno scorso, che mi ha presa in braccio ma questa è un'altra storia, il grande amico di tutti, che sa come funziona la vita e te lo spiega con un sorriso, che non vuol dire 'prendila facile', ma 'va bene così, non importa che tu sia bravo o no, sciocco o saggio, tu fai del tuo meglio, e va bene così'.
Non che ci fosse solo anche Bruce: c'erano persone con storie forti: una camionista laureata che lavora in Arizona e mette su Nebraska, forse per avere fresco nel cuore, e pensa che Bruce le ha insegnato che va bene così. Una coppia che non ha i soldi per vederlo in un concerto, ma canta e balla in cucina, perché ha capito che va bene così. Un'altra coppia che mette via i soldi e va in un teatro grande a New York, ma è in fondo in fondo, però arriva uno che li porta davanti davanti ( e io ci credo che succedono queste cose, a noi è successo a Torino). Una ragazza che scrive una lettera che sembrava scritta da noi, tanto che era giusta. Un marito che vuole così bene alla moglie che ride del fatto che Bruce fa concerti lunghi e lui li vorrebbe più corti perché non gli piace tanto (e lì non sono d'accordo, che a San Siro invece piangevo perché per me era già finito).
Insomma, mentre lo guardavo, capivo che il film, più che un film con una trama, era qualcosa come uno di quei puzzle che mi regalavano da piccola: che all'inizio è un gran caos, e ci sono pezzi brutti che sembra non vogliano dire niente, e poi invece, lentamente, si capisce che anche loro sono importanti come gli altri, perché aiutano a far prendere forma al disegno.
E il disegno è diventato chiaro alla fine. Bravi, quelli che hanno montato il film.
Qualche persona ha incontrato davvero Bruce nel camerino prima di un concerto. E lui era esattamente come lo descrivevano loro prima: un amico, un compagno buono, uno di quelli che ti sanno dare l'abbraccio al momento giusto e ti tirano su di morale perché ti dicono 'va bene così, non importa se sei fanatico intelligente emozionante squallido brillante povero ricco bravo imbranato bello brutto. Io ci sono anche per te. E la tua vita è unica, per me'.
A un ragazzo che lavorava in quello stadio, e che avrebbe pulito tutto dopo il concerto, Bruce ha messo attorno al braccio un braccialetto di cuoio: "questo è un segno di fratellanza", gli ha detto.
E' stato lì, che il film è finito. E' stato lì, che ho capito. Blood brothers. Lui, Clarence, Patti, il ragazzo, la camionista, il marito stanco, la signora esaltata, gli operai, la mamma fanatica, la mia mamma, io.
Già: che significa per me Bruce in tre parole? Fiducia. Personalità. Coraggio. Quello che voglio avere io.
Quando scrivo le mie storie, mia mamma mi consiglia sempre di avere ben chiaro dove voglio andare, come voglio finire. Credo proprio che quelli che hanno montato "Springsteen and I", il film che sono andata a vedere lunedì con mia mamma e mio fratello e altri amici, abbiano avuto bene in mente questa regola, perché io ho capito tutto quando ho visto la fine.
All'inizio, non capivo tanto perché, di tanti spezzoni che i fans di tutto il mondo avevano mandato per fare il film, avessero scelto proprio quelli. Ce n'erano alcuni molto tristi, come quello del bambino quasi costretto dalla mamma a farsi vedere e dire che gli piace Bruce, mentre la mamma ha una cucina tutta in disordine, che si capisce che non gli fa da mangiare per sentire Bruce (io lo chiamo Bruce, è più corto e mi sembra di conoscerlo meglio, così), oppure quello della mamma (un'altra mamma, sembrava che ce l'avessero con le mamme...), che fa ascoltare solo Bruce e niente Disney in macchina ai suoi bambini (la mia mamma mi ha fatto ascoltare anche Disney, adesso però che ho quasi tredici anni, sono io che le chiedo Bruce, e ieri le ho chiesto di fare un giro più largo in macchina per fare finire Working on the highway...), o quello che guida e si autocommuove mentre guida (certo, diceva cose belle della sua famiglia, ma alla fine, autocommuoversi, non ci ha fatto una bella figura); il peggio, una signora tutta rossa in faccia che parlava di essere stata sollevata nel bel mezzo di Jungleland e portata sul palco (e anche a me Jungleland piace tantissimissimo, la vorrei tanto ascoltare in un concerto, ma mica mi immagino di essere sollevata su...).
Insomma, non capivo perché, fra tanti spezzoni belli, di gente brava, che dice cose anche intelligenti (ne conosco anche io, di gente così, che segue Bruce ed è anche intelligente), che di sicuro avevano mandato per il film, quelli avessero scelto anche spezzoni sciocchi, di gente fanatica, come dice la mamma, e io so che fans vuol dire fanatici, ma c'è un limite a tutto...
Non che ci fosse solo quel tipo di spezzoni: c'era anche Bruce, nel film, un Bruce che non avevo mai visto: giovane! Ho capito che era stato giovane anche lui, e cantava diverso da adesso, più brillante, come se la vita non gli fosse passata sopra, ma ne avesse solo paura. E tenesse lontana la paura cantando di fede, di forza, di terra promessa, di amicizia e di amore. Ho visto Bruce di tredici anni fa, invece, l'anno in cui sono nata io, che canta Blood brothers, prende le mani di Clarence, che però non aveva lo smalto come a Torino, e di sua moglie, e canta con le lacrime agli occhi, e si vede che la vita gli è passata sopra e dentro, eppure crede ancora nelle stesse cose. Ho visto Bruce come l'ho visto io l'anno scorso, che mi ha presa in braccio ma questa è un'altra storia, il grande amico di tutti, che sa come funziona la vita e te lo spiega con un sorriso, che non vuol dire 'prendila facile', ma 'va bene così, non importa che tu sia bravo o no, sciocco o saggio, tu fai del tuo meglio, e va bene così'.
Non che ci fosse solo anche Bruce: c'erano persone con storie forti: una camionista laureata che lavora in Arizona e mette su Nebraska, forse per avere fresco nel cuore, e pensa che Bruce le ha insegnato che va bene così. Una coppia che non ha i soldi per vederlo in un concerto, ma canta e balla in cucina, perché ha capito che va bene così. Un'altra coppia che mette via i soldi e va in un teatro grande a New York, ma è in fondo in fondo, però arriva uno che li porta davanti davanti ( e io ci credo che succedono queste cose, a noi è successo a Torino). Una ragazza che scrive una lettera che sembrava scritta da noi, tanto che era giusta. Un marito che vuole così bene alla moglie che ride del fatto che Bruce fa concerti lunghi e lui li vorrebbe più corti perché non gli piace tanto (e lì non sono d'accordo, che a San Siro invece piangevo perché per me era già finito).
Insomma, mentre lo guardavo, capivo che il film, più che un film con una trama, era qualcosa come uno di quei puzzle che mi regalavano da piccola: che all'inizio è un gran caos, e ci sono pezzi brutti che sembra non vogliano dire niente, e poi invece, lentamente, si capisce che anche loro sono importanti come gli altri, perché aiutano a far prendere forma al disegno.
E il disegno è diventato chiaro alla fine. Bravi, quelli che hanno montato il film.
Qualche persona ha incontrato davvero Bruce nel camerino prima di un concerto. E lui era esattamente come lo descrivevano loro prima: un amico, un compagno buono, uno di quelli che ti sanno dare l'abbraccio al momento giusto e ti tirano su di morale perché ti dicono 'va bene così, non importa se sei fanatico intelligente emozionante squallido brillante povero ricco bravo imbranato bello brutto. Io ci sono anche per te. E la tua vita è unica, per me'.
A un ragazzo che lavorava in quello stadio, e che avrebbe pulito tutto dopo il concerto, Bruce ha messo attorno al braccio un braccialetto di cuoio: "questo è un segno di fratellanza", gli ha detto.
E' stato lì, che il film è finito. E' stato lì, che ho capito. Blood brothers. Lui, Clarence, Patti, il ragazzo, la camionista, il marito stanco, la signora esaltata, gli operai, la mamma fanatica, la mia mamma, io.
Già: che significa per me Bruce in tre parole? Fiducia. Personalità. Coraggio. Quello che voglio avere io.
giovedì 4 luglio 2013
the promise
era una promessa. ti avevo detto "prima o poi ti porto nel pit,
non esiste che proprio tu, che hai visto Zurigo 81, che hai visto 5
volte San Siro, che sei andato ovunque per sentirlo, non abbia vissuto
un concerto in transenna".
era una promessa, e l'ho mantenuta. risparmiando per andarci, una piccola rinuncia dopo l'altra, finché non ho messo insieme quei soldi.
follow that dream, del resto, ce lo dice anche lui, no?
così, Michele ha organizzato il pullman, io ho comprato i biglietti per noi, ho coinvolto nell'avventura gli amici cari, e quelli che potrebbero diventarlo, e via.
così, ti regalo la raccolta di foto di questa gita del liceo, quella che tutti avrebbero voluto vivere a 18 anni, ma che, credo, non avremmo potuto vivere, a 18 anni, con tanta consapevolezza e gioia.
la sveglia all'alba, il fresco del mattino, l'ironia di Marcello e la dolcezza di Cecilia e Gabriella, la grinta di Katia, che ci salva dal parcheggio di Lampugnano (che sarebbe stato chiuso alle 4 di mattina...).
i sorrisi impastati di sonno e di aspettativa dei compagni di pullman; la tensione di Michele, organizzatore, la gentilezza di Roberto e degli altri.
le soste agli autogrill, caffé e nuvole dense di pioggia, ma "tanto noi siamo attrezzati...".
i giri in tondo attorno allo stadio, per poi scendere giusto davanti, nessuno stress per il parcheggio, per una volta ci pensano altri...
il numero sulla mano, e la foto alle mani vicine, pugni preparati ad aprirsi nell'applauso.
i panini e le risate nel centro commerciale, in attesa dell'appello.
e non piove, e non piove...
la coda per entrare, noia e chiacchiere mescolate.
la corsa per la transenna, e tu che mi mandi avanti, "scegli tu dove andare, a me va bene tutto.."
la transenna, la nostra sedia a sdraio per ore di amicizie vecchie e nuove.
e il concerto. "equilibrato", dirai tu. e come al solito hai ragione.
la qualità senza troppa quantità, l'energia di una band rilassata e divertita, che vedi che si diverte, e finalmente lo vedi veramente, non dalla percezione di realtà aumentata rimandata dagli schermi.
da qui, vedi le espressioni, l'interazione non ripresa dalle telecamere, ma reale; e la gioia aumenta.
l'essere al centro della musica, dove la musica si sprigiona, e diventa fuochi artificiali di energia e vita che scendono sui nostri cuori tornati bambini, come quel ragazzino di Napoli col suo papà, come quel bambino che si illumina di gioia quando Springsteen gli regala il suo plettro.
il suo passaggio davanti a noi, le nostre mani intrecciate, il suo sudore che si mescola al nostro, e il nostro volergli dire grazie, anche così, un grazie impastato di sudore e pioggia.
la pioggia che scende ma non dà fastidio, lui che ci si mette sotto, come a voler dire eccomi, sono anche io come voi, siamo uniti, ancora.
le lacrime mescolate nella pioggia, su 'frankie', regalo imprevisto e miracoloso.
e poi, la pioggia che cessa, ma le lacrime che scendono ancora, su the promise, su bobby jean (con la sua mano che ci indica proprio su quella frase che tanto amiamo: "well if you do you'll know I'm thinking of you and all the miles in between and I'm just calling one last time not to change your mind"...), soprattutto su thunder road, quando realizzo che siamo alla fine, ma che tutto continua.
il dopoconcerto, i commenti, il ritorno sul pullman silenzioso.
i corpi che si prendono il riposo meritato, dopo essersi presi la rivincita per tre ore, saltando, cantando, agitandosi, rabbrividendo, amando, finalmente, tutt'uno con l'anima.
l'arrivo a Milano, i saluti, e il primo chiarore dell'alba, mentre una falce di luna decora il cielo e abbiamo la certezza che we are alive, stamattina e per sempre, per il sempre che ci potranno concedere.
e sempre, sempre, la tua mano nella mia.
la promessa è stata mantenuta, la fiducia è stata ricompensata. e noi continuiamo a inseguire quel sogno.
era una promessa, e l'ho mantenuta. risparmiando per andarci, una piccola rinuncia dopo l'altra, finché non ho messo insieme quei soldi.
follow that dream, del resto, ce lo dice anche lui, no?
così, Michele ha organizzato il pullman, io ho comprato i biglietti per noi, ho coinvolto nell'avventura gli amici cari, e quelli che potrebbero diventarlo, e via.
così, ti regalo la raccolta di foto di questa gita del liceo, quella che tutti avrebbero voluto vivere a 18 anni, ma che, credo, non avremmo potuto vivere, a 18 anni, con tanta consapevolezza e gioia.
la sveglia all'alba, il fresco del mattino, l'ironia di Marcello e la dolcezza di Cecilia e Gabriella, la grinta di Katia, che ci salva dal parcheggio di Lampugnano (che sarebbe stato chiuso alle 4 di mattina...).
i sorrisi impastati di sonno e di aspettativa dei compagni di pullman; la tensione di Michele, organizzatore, la gentilezza di Roberto e degli altri.
le soste agli autogrill, caffé e nuvole dense di pioggia, ma "tanto noi siamo attrezzati...".
i giri in tondo attorno allo stadio, per poi scendere giusto davanti, nessuno stress per il parcheggio, per una volta ci pensano altri...
il numero sulla mano, e la foto alle mani vicine, pugni preparati ad aprirsi nell'applauso.
i panini e le risate nel centro commerciale, in attesa dell'appello.
e non piove, e non piove...
la coda per entrare, noia e chiacchiere mescolate.
la corsa per la transenna, e tu che mi mandi avanti, "scegli tu dove andare, a me va bene tutto.."
la transenna, la nostra sedia a sdraio per ore di amicizie vecchie e nuove.
e il concerto. "equilibrato", dirai tu. e come al solito hai ragione.
la qualità senza troppa quantità, l'energia di una band rilassata e divertita, che vedi che si diverte, e finalmente lo vedi veramente, non dalla percezione di realtà aumentata rimandata dagli schermi.
da qui, vedi le espressioni, l'interazione non ripresa dalle telecamere, ma reale; e la gioia aumenta.
l'essere al centro della musica, dove la musica si sprigiona, e diventa fuochi artificiali di energia e vita che scendono sui nostri cuori tornati bambini, come quel ragazzino di Napoli col suo papà, come quel bambino che si illumina di gioia quando Springsteen gli regala il suo plettro.
il suo passaggio davanti a noi, le nostre mani intrecciate, il suo sudore che si mescola al nostro, e il nostro volergli dire grazie, anche così, un grazie impastato di sudore e pioggia.
la pioggia che scende ma non dà fastidio, lui che ci si mette sotto, come a voler dire eccomi, sono anche io come voi, siamo uniti, ancora.
le lacrime mescolate nella pioggia, su 'frankie', regalo imprevisto e miracoloso.
e poi, la pioggia che cessa, ma le lacrime che scendono ancora, su the promise, su bobby jean (con la sua mano che ci indica proprio su quella frase che tanto amiamo: "well if you do you'll know I'm thinking of you and all the miles in between and I'm just calling one last time not to change your mind"...), soprattutto su thunder road, quando realizzo che siamo alla fine, ma che tutto continua.
il dopoconcerto, i commenti, il ritorno sul pullman silenzioso.
i corpi che si prendono il riposo meritato, dopo essersi presi la rivincita per tre ore, saltando, cantando, agitandosi, rabbrividendo, amando, finalmente, tutt'uno con l'anima.
l'arrivo a Milano, i saluti, e il primo chiarore dell'alba, mentre una falce di luna decora il cielo e abbiamo la certezza che we are alive, stamattina e per sempre, per il sempre che ci potranno concedere.
e sempre, sempre, la tua mano nella mia.
la promessa è stata mantenuta, la fiducia è stata ricompensata. e noi continuiamo a inseguire quel sogno.
martedì 4 giugno 2013
One last chance (Springsteen a San Siro)
Inizio dalla fine
Del resto, so bene come ribaltare le prospettive e i cuori. Non faccio altro, da più di quarant'anni, ormai.
Così, stasera inizio dalla fine. Inizio dall'abbraccio di San Siro, e dal mio bacio enorme. Ci stanno sessantamila cuori, nel mio bacio. Inizio dal mio ultimo sguardo a questo muro umano che si para davanti a me, arreso, potentissimo e fragile, felice e ingenuo, un unico cuore pulsante, appassionato e violentemente innamorato della vita, come me. Un unico corpo, composto di santi e peccatori, madonne e puttane, vittime tutte di un disperato bisogno di sognare, che so come trasformare in realtà.
Li guardo tutti, e so che tutti si sentono guardati, uno per uno, fin nel profondo della loro anima. So che li ho invitati a una festa di oltre tre oreemmezza. La festa sconfinata che è diventata questo concerto, l'ho pensata e voluta proprio così, portando quei cuori, e il mio, e i nostri, in una mirabolante montagna russa di emozioni.
Doveva essere una festa, questa sera, e festa è stata. Sono riuscito a fare quasi sedere a terra l'intero prato, a fare muovere l'ultimo spettatore dell'ultima fila dell'ultimo anello, a fare cantare sessantamila persone prima forte, poi piano, poi di nuovo forte, a far loro agitare le mani, ridere, tacere, ballare, saltare, piangere, godere, sospirare e gridare.
Sono stato l'amico più affettuoso, l'amante più fedele, il figlio più simpatico, il nonno più arzillo, il direttore d'orchestra più esperto, il maestro più comprensivo, il compagno di scuola più leale, il medico più competente e il confessore più comprensivo. Sono stato tutto questo, per tutte le treoremmezza, come se il tempo non fosse mai passato, da quel 1985, che mi aveva visto qui per la prima volta, e rincorrendo le stesse emozioni, ricreando la stessa alchimia. E ce l'ho fatta, esorcizzando, facendo tacere, dentro di me, il mio essere più vero. Quel ragazzo di periferia che ha seguito i suoi sogni immaginandoli reali, e facendoli succedere, prima nel suo cuore, poi nella realtà, insieme a...a chi, ora, non è qui con me.
Sono stato tutto questo, per tutte le treoremmezza, perché questo muro umano lo meritava, perché senza di lui nemmeno io esisterei così come mi penso. Gli ho regalato brandelli di felicità, spruzzati attorno come gocce d'acqua in una sera d'inizio estate, che rinfrescano e fanno subito stare meglio, anche se poi si asciugano.
Ma ora, ora che siamo arrivati, insieme, alla fine, regalo un ultimo sguardo a questo muro umano, pieno di amore e struggimento e, finalmente, nostalgia. Torno ad essere quello che sono, lo specchio dei sessantamila cuori di fronte a me, o dentro di me: arreso, potentissimo e fragile, felice e ingenuo, io lui, e lui me. Dal primo fan del pit, avvinghiato alla transenna, fino all'ultimo spettatore, in piedi nell'ultima fila dell'ultimo anello. Perché così funziona, quando i sogni sono reali.
Quando scendo dal palco, gli occhi sono lucidi. I loro, i miei. E questa è vita.
Del resto, so bene come ribaltare le prospettive e i cuori. Non faccio altro, da più di quarant'anni, ormai.
Così, stasera inizio dalla fine. Inizio dall'abbraccio di San Siro, e dal mio bacio enorme. Ci stanno sessantamila cuori, nel mio bacio. Inizio dal mio ultimo sguardo a questo muro umano che si para davanti a me, arreso, potentissimo e fragile, felice e ingenuo, un unico cuore pulsante, appassionato e violentemente innamorato della vita, come me. Un unico corpo, composto di santi e peccatori, madonne e puttane, vittime tutte di un disperato bisogno di sognare, che so come trasformare in realtà.
Li guardo tutti, e so che tutti si sentono guardati, uno per uno, fin nel profondo della loro anima. So che li ho invitati a una festa di oltre tre oreemmezza. La festa sconfinata che è diventata questo concerto, l'ho pensata e voluta proprio così, portando quei cuori, e il mio, e i nostri, in una mirabolante montagna russa di emozioni.
Doveva essere una festa, questa sera, e festa è stata. Sono riuscito a fare quasi sedere a terra l'intero prato, a fare muovere l'ultimo spettatore dell'ultima fila dell'ultimo anello, a fare cantare sessantamila persone prima forte, poi piano, poi di nuovo forte, a far loro agitare le mani, ridere, tacere, ballare, saltare, piangere, godere, sospirare e gridare.
Sono stato l'amico più affettuoso, l'amante più fedele, il figlio più simpatico, il nonno più arzillo, il direttore d'orchestra più esperto, il maestro più comprensivo, il compagno di scuola più leale, il medico più competente e il confessore più comprensivo. Sono stato tutto questo, per tutte le treoremmezza, come se il tempo non fosse mai passato, da quel 1985, che mi aveva visto qui per la prima volta, e rincorrendo le stesse emozioni, ricreando la stessa alchimia. E ce l'ho fatta, esorcizzando, facendo tacere, dentro di me, il mio essere più vero. Quel ragazzo di periferia che ha seguito i suoi sogni immaginandoli reali, e facendoli succedere, prima nel suo cuore, poi nella realtà, insieme a...a chi, ora, non è qui con me.
Sono stato tutto questo, per tutte le treoremmezza, perché questo muro umano lo meritava, perché senza di lui nemmeno io esisterei così come mi penso. Gli ho regalato brandelli di felicità, spruzzati attorno come gocce d'acqua in una sera d'inizio estate, che rinfrescano e fanno subito stare meglio, anche se poi si asciugano.
Ma ora, ora che siamo arrivati, insieme, alla fine, regalo un ultimo sguardo a questo muro umano, pieno di amore e struggimento e, finalmente, nostalgia. Torno ad essere quello che sono, lo specchio dei sessantamila cuori di fronte a me, o dentro di me: arreso, potentissimo e fragile, felice e ingenuo, io lui, e lui me. Dal primo fan del pit, avvinghiato alla transenna, fino all'ultimo spettatore, in piedi nell'ultima fila dell'ultimo anello. Perché così funziona, quando i sogni sono reali.
Quando scendo dal palco, gli occhi sono lucidi. I loro, i miei. E questa è vita.
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