mercoledì 31 marzo 2010

land of hope

siamo tutti nella nave, stamattina. ma c'è aria di vacanze, di primavera, di intervalli spesi ad asciugare appunti e aoristi al sole del chiostro (ché la nostra nave non ha un cortile, ma proprio un chiostro di un ex convento).
nel chiostro, chi amoreggia con discrezione, chi ripassa, chi sfumacchia (siamo all'aperto, no, siamo all'interno di un edificio, no, ma basta non stare sotto le colonne, insomma, fai un po' quello che ti pare), chi mangia pizzette e panini.
però i clandestini, nel quarto_d'_ora_d'_aria, vogliono respirare davvero. e da un po' di tempo hanno introdotto uno strumento di respirazione cerebroaerobica. una chitarra.

si ritagliano un quarto di sole, fra le colonne e l'aperto, che sembrano i vecchietti di miracolo a milano. e uno tira fuori lo strumento. un altro una serie di fogli fotocopiati. gli altri, in cerchio attorno. e lo strumento suona. e le voci cantano.

e uno dice, chissà cosa canteranno mai. si aspetta di tutto. eppure quel pezzo...quel pezzo.



la speranza arriva col sole di una mattina per altri versi deprimente. in cui molto sembra precario, e la fiducia nel futuro non è che sia proprio a mille.
la speranza è questa terra di nessuno, un quarto di sole, a cucire i loro e i miei diciottanni con la fragilità testarda dell'unica fede che davvero tutti conosciamo: quella nell'arte.


god bless them, direbbe un mio amico.

martedì 23 marzo 2010

due sul divano



e succede che mi trovo sul divano di casa, una sera, a sentire e vedere due anziani signori che cantano e suonano.
mia mamma me la spiega, tutta la loro storia. di come si sono conosciuti, e trovati, e ritrovati. e io che ho dodici anni penso che adesso mica le scrivono parole tanto belle con sotto una musica tanto adatta.
mi danno fastidio le facce delle persone che applaudono. non sembrano tanto prese da loro, quanto dalle telecamere. e io che ho dodici anni penso che, se fossi lì, studierei bene i loro movimenti e le loro espressioni, per riuscire ad imparare come si fa a scrivere e suonare così.
mia mamma mi racconta anche com'era profondo il mare, quando erano tutti più giovani, quei due signori e anche lei, che tanto più giovane poi non dev'essere, se le sa tutte, quelle canzoni. e io penso che se riesco a trovare qualcuno che suoni con me, forse riesco anch'io ad andare a fondo delle cose, e come un pesce essere difficile da bloccare.
a un certo punto, proprio quando devo andare a letto, e sono già col pigiama, il più basso dei due parla di una canzone nuova, che ha fatto quello alto, quello che ha la voce che non arrugginisce mai, come dice mia mamma. e allora chiedo alla mamma 'dai mamma, sento questa poi vado'. e lei risponde un sì che non si sente, ma io capisco che è sì, perché sorride.
la canzone dice che non basta saper cantare. eppure la cantano, e bene. perché saper cantare serve, dice quello alto. e io penso che vuole dire qualcos'altro, che forse adesso non so spiegare bene, però che sento dentro. la canzone parla di quarto di luna, di pezzi di strada, di tempo e pazienza, di lacrime e competenza per impastare l'amore. di orsi che ballano e scimmie che suonano. e io che ho dodici anni penso che sono proprio quello stupido che si ferma a guardare, ma penso anche che quella loro storia, quei loro pezzi di strada e di cuore, adesso sono anche un po' miei.

quando sono a letto, sorrido.





(a giorgio)

domenica 14 febbraio 2010

verrà l'uomo


Per i caduti di Marzabotto

Questa è memoria di sangue

di fuoco, di martirio,

del più vile sterminio di popolo

voluto dai nazisti di Von Kesselring

e dai loro soldati di ventura

dell’ultima servitù di Salò

per ritorcere azioni di guerra partigiana.

I milleottocentotrenta dell’altipiano

fucilati e arsi

da oscura cronaca contadina e operaia

entrano nella storia del mondo

col nome di Marzabotto.

Terribile e giusta la loro gloria:

indica ai potenti le leggi del diritto

il civile consenso

per governare anche il cuore dell’uomo,

non chiede compianto o ira

onore invece di libere armi

davanti alle montagne e alle selve

dove il “Lupo” e la sua brigata

piegarono più volte

i nemici della libertà.

La loro morte copre uno spazio immenso,

in esso uomini d’ogni terra

non dimenticano Marzabotto

il suo feroce evo

di barbarie contemporanea.

Salvatore Quasimodo


ci sono film che guardiamo senza esserne guardati. quei film scorrono al di fuori di noi, e, dopo un po', si allontanano per sempre. di loro resta il titolo, qualche fotogramma, una musica.
ce ne sono altri che ci attraversano, perché ci scrutano dentro, rivelandoci la nostra storia, suggerendone il senso, lo scopo. di quei film portiamo dentro ogni dettaglio, e, quando vogliamo, li rievochiamo nel ricordo, ed ogni volta ci danno nuovi pensieri, perché, ormai, fanno parte di noi.

'l'uomo che verrà', di giorgio diritti, è uno di questi.
e non importa se l'ho visto da due soli giorni. sento già che è mio. che lo aspettavo, che era necessario per me, per il percorso che la mia vita sta compiendo.

il fluire delle immagini ha un respiro lirico nella prima parte del film, fatto di scene corali, di campi lunghi, di delicati equilibri fra uomo e natura, alla ricerca del senso della storia. l'uso del dialetto (con sottotitoli), lungi dal respingere, avvicina chi guarda, quasi di nascosto, con pudore, un mondo lontano sessant'anni, eppure che sembra impensabile, nella povertà radicale, ma anche nella solidarietà silenziosa e rude.

quando la tragedia si avvicina, anche il racconto si fa serrato, epico, con primissimi piani e un montaggio convulso. e la disumanità dell'uomo si radicalizza, penetra, con tutta la sua assurdità, negli occhi prima che nelle menti, e questi si chiedono, stupefatti, come sia potuto DAVVERO accadere.

eppure, il punto di vista, a cui il regista ci costringe a legarci, è quello di una bambina, muta testimone dell'indicibilità. a lei affidiamo le nostre paure, ma anche il compito di liberarcene. e lei assume, inesorabilmente, un ruolo allegorico, prolungando la propria vita e potenziando le proprie energie oltre sé, fino a proiettarsi in una dimensione totalmente simbolica, quella dell'anima, in cui esistono solo amore, pace, purezza.



la natura assiste, inviolata, alla profanazione dell'innocenza dell'uomo, persa per sempre nella seconda guerra mondiale, a prescindere dall'ideologia, da qualunque parte la si guardi.
eppure, la stessa natura dà conforto al dolore, restituendo dignità a chi credeva di non riuscire più a trovarla. e l'arte riproduce questa consolazione, insieme suggerendo un possibile percorso, civile prima che estetico, da compiere, dolorosamente, ma con fiducia, per recuperare le energie necessarie a riprendere il cammino. per quel bambino, e per ogni bambino che verrà.

giovedì 11 febbraio 2010

la fiducia

lunedì la nave si è trasferita, armi (l'intelligenza) e bagagli (la voglia di comunicare) a bologna. è andata da clandestina su un transatlantico, dapprima silenziosa, timida. poi sempre più sicura di sé, è uscita allo scoperto, si è lasciata coinvolgere, ha parlato e capito.
una lezione sugli stereotipi di genere presenti negli spot e negli annunci pubblicitari, tenuta dall'ottima giovanna cosenza (www.giovannacosenza.it), in un'aula raccolta, con clandestini liceali e universitari mescolati insieme.
solo gli sguardi e le prime rughette d'espressione tradivano i sei anni di differenza. per il resto, stessi jeans, stessi piercing, stessi maglioni slabbrati e sciarpone. e le voci si mischiavano, gli interventi si sovrapponevano, più ponderati quelli dei più grandi, più analitici quelli dei più giovani.
ma l'emozione, per noi, è stata forte. formare coscienze critiche attraverso il confronto. la missione più alta. per tre ore, è stata raggiunta.



due giorni dopo, nella nave, alessio brunialti e la sua chitarra hanno accompagnato cinquanta clandestini in un'escursione nel tempo, attraverso le canzoni contro la guerra. bob dylan, buffy saint john, certo, ma anche victor jara, ma anche boris vian, ma anche billy bragg e donovan.
i clandestini in silenzio ascoltano e pensano. il rumore del pensiero è palpabile.
e alla fine della lezione concerto molti si fermano a chiedere, discutere.
la fiducia nel futuro si può toccare, quando si osa chiedere.

martedì 9 febbraio 2010

love is life

quando una serata è benedetta lo capisco subito:
è quando il mondo_fuori mi sembra mio,
quando i sorrisi sono sinceri,
e le parole sono essenziali e tutte giuste,
ma gli sguardi lo sono di più.

quando ci si preoccupa per gli altri, che stiano bene come noi,
e quando succede, si sta ancora meglio.
quando si vede quel brillìo negli occhi, riflesso del nostro.

e condividere le emozioni è una gioia pura.
il filo a stringere, esile eppure tenace, è l'amore.
love is the answer, always.
quello perduto e urlato,
quello trovato e custodito,
quello sperato e atteso.
e, a dire l'amore. è la musica.

josh ritter è l'umiltà dei grandi,
marketa irglova è la tenerezza dei semplici,
glen hansard è l'energia dei carismatici,
e tutti i musicisti sul palco sono il divertimento e l'urgenza del suono,
che diventano felicità fatta note.
come quella voce a doolin, come quel biniou in bretagna, come quel violino a barcellona, come quel flauto a firenze. come ogni volta in cui la musica nasce dalla strada, e per la strada di ogni cuore si perde.

I'm not afraid to go but it goes so slow...




il mondo, per due ore, è quello che deve essere,
quello che Dio avrebbe voluto che fosse per sempre.
e il fatto che degli uomini su un palco,
e degli uomini attorno al palco,
riescano a riprodurne la formula
è un'alchimia di vita, musica e amore rara a trovare.

and I'm closer than I've ever been before...

mercoledì 27 gennaio 2010

il dovere di ricordare

se ci lasciassero tutto di noi, ma ci togliessero solo la memoria, cosa ne sarebbe di noi?
se ci potessero accusare di innominabili nefandezze, o esaltare per azioni nobilissime, senza che noi potessimo ricordare né le une, nè le altre, cosa proveremmo?

giorni come questi servono, eccome.
a continuare a ricordare.
ad aiutare a ricordare.
a costruire ricordi in chi non ne ha ancora.
a dialogare coi ricordi altrui.
io ci credo. perché credo che non siamo carne sangue e respiro. ma che carne sangue e respiro non servano a molto, se non entrano nel respiro di una storia ricordata.

per questo, ogni anno, il 27 gennaio, leggo primo levi. elie wiesel. hannah arendt. edith stein. e ogni anno, i volti dei clandestini si fanno seri, scuri. adulti, finalmente.

fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.

domenica 10 gennaio 2010

moonchild forever






sant'elvis da tupelo ha fatto la grazia.
l'emicrania è passata giusto in tempo per volare allo spazio teatro 89, un angolo di intelligenza e cultura nell'estrema periferia di milano. il posto giusto per accogliere un gigante. uno di quelli nei cui occhi ci si può perdere, sognando le centinaia di occhi che ha incrociato, e farsi venire le vertigini. quelli di dylan, townes, della mitchell, della baez, di reed o di warhol. uno di quelli con la cui voce si può sognare, perdendosi in emozioni che sfidano il tempo.

sul palco, michele gazich lo accompagna al violino, e si capisce proprio che lo ama, e lo seguirebbe ovunque.
ma c'è un'altra persona che lo ama, e che l'ha già seguito: è la sua donna, inge bakkenes. e la gioia più intensa è scoprire la loro intesa, così profonda e intima, condivisa con tutti noi.




gli sguardi che si scambiano, quei tre, fanno capire che i sentimenti esistono davvero, che possono tracimare oltre il palco e scivolare piano nei cuori di tutti. l'atmosfera è propizia, il pubblico silenzioso ('you're SO quiet...', ci dice lui), l'acustica perfetta, e andersen alterna piano e chitarra, ballads e blues come solcando le onde del mare, sempre tenendo la rotta, con la quieta potenza di una voce appena incrinata dal tempo, e perciò ancora più preziosa.



passano le ore, nessuno se ne accorge. e quando, alla fine del concerto, lui si mescola al pubblico per firmare i suoi cd, incrocio per un momento i suoi occhi.
e certo, che mi ci perdo.