ogni tanto i ragazzi stupiscono. hanno un silenzio di menti pensanti che dà respiro alla speranza. e ogni tanto qualcuno fa poesia. scrive parole o musica, o tutte e due, e celebra ricordi e pensieri. fa un'epica nuova, e coglie, della generazione che l'ha preceduto, ombre e luci, amori e guerre, perché altri possano ricordare. e parla la lingua dei suoi coetanei, per arrivare dritto là dove un libro di storia o un'antologia scolastica non riusciranno mai.
filippo andreani affronta la storia partigiana di gianna e del capitano neri, nata e finita all'ombra delle montagne del lago, fra tradimenti e slanci, con il soffio leggero della breva, che increspa le onde senza smuovere le correnti. una piccola storia esemplare, nel chiaroscuro di un tempo confuso ed eroico.
ricordare è riportare al cuore. è fare scendere nel cuore gocce di ricordi altrui, e farli propri. ricordare è fare poesia della vita. renderla parole, o suoni, o immagini.
immergersi nei ricordi altrui con rispetto, e condividerli, significa essere vivi due volte. 'dall'adige al don' è una collana di ricordi, messa insieme dall'affetto di un nipote per un nonno segnato dal dolore più indicibile, la perdita di un figlio durante la ritirata di russia. le voci raccontano di una storia d'amore, delle lettere, delle cartoline, delle mogli e delle madri, che hanno vissuto una tragedia collettiva, una cronaca, affrontata con l'inconsapevolezza che fosse storia, e forse proprio per questo restata ricordo comune.
sulla testa di molti degli spettatori, stasera, c'è un cappello con una penna nera. lo stesso che portavano quei ragazzi, imbarcati su tradotte come per una gita di avanguardisti, e travolti dal gelo di una guerra ancora più feroce di tutte le altre. e negli occhi di tutti brilla la luce dell'emozione: come sempre accade, quando si toccano le corde del ricordo.
la guerra è una malattia. e la grandezza di noi, piccoli uomini, sta nel curarla col balsamo dell'arte.
così succede che, quando la vita rosicchia speranze e respiri, anche un fotogramma agganci il cuore a un'impressione che resta. e succede che l'occhio viaggi più veloce del pensiero, e colga un frammento di bellezza sparso così, gratuitamente, senza che qualcuno ce l'abbia messo con intenzione, e senza pretese di esserlo, bello.
non sono di quelle persone che si sciolgono per 'gli_spettacoli_della_natura'. a questi, preferisco le cose fatte dall'uomo. hanno un che di stupefacente, soprattutto quando plasmano la natura e le danno senso.
un glicine è una pianta. ma, quando un glicine viene messo dall'uomo vicino a un lago, e l'uomo ha la cura e la pazienza di aspettare la primavera, il viola cangiante del glicine vicino al blu metallico del lago producono un'alchimia speciale. che, aggiunta al profumo acuto del fiore mescolato a quello dolciastro del lago, perfora i sensi e li inchioda.
e così succede che il fotogramma profumato si imprime nel cuore, e da lì, sicuro, non se ne va più.
quando la mattina passo davanti a una scuola, vicino al baretto della scuola c'è un gruppo di ragazzine. 12, 13 anni. sono le otto e cinque, la campanella è suonata da cinque minuti, eppure loro fanno capannello lì, e chiacchierano, e fumano.
i loro sguardi sono tutti uguali. e dicono tutti una sola cosa. 'noi non siamo dentro, e non saremo dentro ancora per un po', o forse per tutta la mattinata. noi sì, che siamo libere. noi sì, che possiamo trasgredire. chissenefrega della scuola. noi sì, che viviamo, perché siamo libere. noi possiamo esserlo, noi, sì.'
la luce dei loro sguardi ha un che di ingenuo e primitivo insieme. non c'è (ancora) malizia. non c'è esperienza della libertà. la loro libertà si esaurisce nel gesto lineare di essere lì, fuori dalla scuola, in quel momento. ed essere o credersi libere, per loro, è lo stesso.
recuperare quella libertà sarà impossibile, anche per loro.
siamo tutti nella nave, stamattina. ma c'è aria di vacanze, di primavera, di intervalli spesi ad asciugare appunti e aoristi al sole del chiostro (ché la nostra nave non ha un cortile, ma proprio un chiostro di un ex convento). nel chiostro, chi amoreggia con discrezione, chi ripassa, chi sfumacchia (siamo all'aperto, no, siamo all'interno di un edificio, no, ma basta non stare sotto le colonne, insomma, fai un po' quello che ti pare), chi mangia pizzette e panini. però i clandestini, nel quarto_d'_ora_d'_aria, vogliono respirare davvero. e da un po' di tempo hanno introdotto uno strumento di respirazione cerebroaerobica. una chitarra.
si ritagliano un quarto di sole, fra le colonne e l'aperto, che sembrano i vecchietti di miracolo a milano. e uno tira fuori lo strumento. un altro una serie di fogli fotocopiati. gli altri, in cerchio attorno. e lo strumento suona. e le voci cantano.
e uno dice, chissà cosa canteranno mai. si aspetta di tutto. eppure quel pezzo...quel pezzo.
la speranza arriva col sole di una mattina per altri versi deprimente. in cui molto sembra precario, e la fiducia nel futuro non è che sia proprio a mille. la speranza è questa terra di nessuno, un quarto di sole, a cucire i loro e i miei diciottanni con la fragilità testarda dell'unica fede che davvero tutti conosciamo: quella nell'arte.
e succede che mi trovo sul divano di casa, una sera, a sentire e vedere due anziani signori che cantano e suonano. mia mamma me la spiega, tutta la loro storia. di come si sono conosciuti, e trovati, e ritrovati. e io che ho dodici anni penso che adesso mica le scrivono parole tanto belle con sotto una musica tanto adatta. mi danno fastidio le facce delle persone che applaudono. non sembrano tanto prese da loro, quanto dalle telecamere. e io che ho dodici anni penso che, se fossi lì, studierei bene i loro movimenti e le loro espressioni, per riuscire ad imparare come si fa a scrivere e suonare così. mia mamma mi racconta anche com'era profondo il mare, quando erano tutti più giovani, quei due signori e anche lei, che tanto più giovane poi non dev'essere, se le sa tutte, quelle canzoni. e io penso che se riesco a trovare qualcuno che suoni con me, forse riesco anch'io ad andare a fondo delle cose, e come un pesce essere difficile da bloccare. a un certo punto, proprio quando devo andare a letto, e sono già col pigiama, il più basso dei due parla di una canzone nuova, che ha fatto quello alto, quello che ha la voce che non arrugginisce mai, come dice mia mamma. e allora chiedo alla mamma 'dai mamma, sento questa poi vado'. e lei risponde un sì che non si sente, ma io capisco che è sì, perché sorride. la canzone dice che non basta saper cantare. eppure la cantano, e bene. perché saper cantare serve, dice quello alto. e io penso che vuole dire qualcos'altro, che forse adesso non so spiegare bene, però che sento dentro. la canzone parla di quarto di luna, di pezzi di strada, di tempo e pazienza, di lacrime e competenza per impastare l'amore. di orsi che ballano e scimmie che suonano. e io che ho dodici anni penso che sono proprio quello stupido che si ferma a guardare, ma penso anche che quella loro storia, quei loro pezzi di strada e di cuore, adesso sono anche un po' miei.
ci sono film che guardiamo senza esserne guardati. quei film scorrono al di fuori di noi, e, dopo un po', si allontanano per sempre. di loro resta il titolo, qualche fotogramma, una musica. ce ne sono altri che ci attraversano, perché ci scrutano dentro, rivelandoci la nostra storia, suggerendone il senso, lo scopo. di quei film portiamo dentro ogni dettaglio, e, quando vogliamo, li rievochiamo nel ricordo, ed ogni volta ci danno nuovi pensieri, perché, ormai, fanno parte di noi.
'l'uomo che verrà', di giorgio diritti, è uno di questi. e non importa se l'ho visto da due soli giorni. sento già che è mio. che lo aspettavo, che era necessario per me, per il percorso che la mia vita sta compiendo.
il fluire delle immagini ha un respiro lirico nella prima parte del film, fatto di scene corali, di campi lunghi, di delicati equilibri fra uomo e natura, alla ricerca del senso della storia. l'uso del dialetto (con sottotitoli), lungi dal respingere, avvicina chi guarda, quasi di nascosto, con pudore, un mondo lontano sessant'anni, eppure che sembra impensabile, nella povertà radicale, ma anche nella solidarietà silenziosa e rude.
quando la tragedia si avvicina, anche il racconto si fa serrato, epico, con primissimi piani e un montaggio convulso. e la disumanità dell'uomo si radicalizza, penetra, con tutta la sua assurdità, negli occhi prima che nelle menti, e questi si chiedono, stupefatti, come sia potuto DAVVERO accadere.
eppure, il punto di vista, a cui il regista ci costringe a legarci, è quello di una bambina, muta testimone dell'indicibilità. a lei affidiamo le nostre paure, ma anche il compito di liberarcene. e lei assume, inesorabilmente, un ruolo allegorico, prolungando la propria vita e potenziando le proprie energie oltre sé, fino a proiettarsi in una dimensione totalmente simbolica, quella dell'anima, in cui esistono solo amore, pace, purezza.
la natura assiste, inviolata, alla profanazione dell'innocenza dell'uomo, persa per sempre nella seconda guerra mondiale, a prescindere dall'ideologia, da qualunque parte la si guardi. eppure, la stessa natura dà conforto al dolore, restituendo dignità a chi credeva di non riuscire più a trovarla. e l'arte riproduce questa consolazione, insieme suggerendo un possibile percorso, civile prima che estetico, da compiere, dolorosamente, ma con fiducia, per recuperare le energie necessarie a riprendere il cammino. per quel bambino, e per ogni bambino che verrà.