e c'è anche la ines,
mia cara ines.
un fagottino smarrito e lucido,
un filo di voce, da quando la clementina, la sua cara clementina,
una notte è caduta dal letto e si è, letteralmente, spaccata in tanti pezzetti, che nessuno è più riuscita a metterla insieme, e lei ha deciso di farsi rimettere insieme in un altro mondo.
andavano sempre a braccetto, la ines e la clementina,
gironzolando per il giardino, inventandoselo immenso, come i loro ricordi, sempre gli stessi, sempre diversi.
una puntellava l'altra, al punto che avresti detto che sarebbero state inseparabili.
ma non è mai come si vuole.
la clementina è caduta, e si è spaccata.
la ines da allora cammina meno, e si ferma al centro del giardino, seduta, a guardarsi intorno.
vede la clementina camminare altrove, e vorrebbe raggiungerla. ma il coraggio per cadere dal letto, per ora, proprio non ce l'ha.
mercoledì 14 luglio 2010
martedì 29 giugno 2010
il mondo di Patti e l'amicizia sotto la stella polare
c'è ressa alla Feltrinelli. fa dannatamente caldo, qui dentro. e siamo anche in piedi. l'umanità non sembra mai tanto fastidiosa come quando fa caldo, siamo in piedi e c'è ressa. però vicino a me, ad aspettare Patti Smith, c'è una piccola. occhi chiari, treccine, vestitino leggero. guarda le caramelle con desiderio, le dico 'chiedi al signore, che magari te ne dà una', e lei si avvicina alla cassa e dice: 'vorrei una caramella ma non ho soldi'.
il barista le allunga un chupa chups, io le strizzo l'occhio, e lei mi guarda come se fossi una fata.
magari lo fossi. resteremmo lei, io e pochi altri qui dentro. farei sparire Luca Sofri, per prima cosa, ché uno che cita il Chelsea Hotel senza sapere che Lou Reed non c'è mai stato, e che chiede 'perché hai scritto quel libro? cos'hai provato quando è morto Mapplethorpe?' merita di fare domande a Povia in un Billa con l'aria condizionata rotta.
la piccola mi fa vedere orgogliosa il suo portachiavi con Hello Kitty, e io accarezzo lo sbuffo rosa morbido del ponpon, mentre Patti mi accarezza il cuore con le sue parole, e col sorriso splendente dei suoi occhi.
parla poco, giusto per dare una lezione di sintesi ai logorroici che, prima di farle una domanda, si sentono in dovere di sciorinare l'opera omnia delle loro conoscenze.
ma quel poco che dice apre il respiro, che sembra che non faccia più caldo, che Sofri e le tipe stilose e gli alternativi e i petulanti appiccicosi e appiccicati scompaiano, e resti l'umanità migliore. quella fatta fiorire dall'incontro casuale fra una ventenne in cerca di un pavimento su cui dormire e un ragazzo dai lunghi boccoli scuri e il sorriso aperto. un incontro propiziato dagli dèi dell'arte, e nutrito da due menti innamorate della vita.
la piccola mi chiede: 'ma come si chiama? Patti? come il mondo di Patti!!'
il mondo di Patti è amore, amicizia, arte e ricerca del bello. Patti è intrisa di spiritualità e di armonia. e ti rendi conto che quella è un'armonia sofferta, precaria, e perciò tanto più preziosa.
'ma ha i tuoi stessi occhiali! è vecchia?'
no, che non è vecchia, non lo sarà mai, piccola. ma tu non puoi ancora sapere. e, abbiamo gli stessi occhiali, sì. e ogni tanto ci scambiamo occhiate mute, quando, su questo pezzo,
mi vede seguirlo con le labbra, e fa di sì con la testa.
alla ricerca del contatto con la gente, a oltranza. anche quando uno del pubblico, particolarmente ispirato, grida 'SOFRI SEI IMBARAZZANTE! VAI A CASA!', lei sorniona gli chiede 'cos'ha detto?', Sofri abbozza, e lei 'no...it's important...when people speak, we have to listen!'
'cause people have the power, mi verrebbe da risponderle. ma glielo dico con gli occhi, che brillano di malizia, quando si toglie gli stivali per vedere la marca del calzolaio milanese che li ha fabbricati, o quando si alza 'solo per fare un po' di stretching'.
una meraviglia, insomma. e mi tocca anche spiegarlo alla piccola, che non demorde. però anche la piccola capisce, quando Patti risponde all'ultima domanda, lunghissima e contorta, che un americano direbbe solo 'qual è il tuo rapporto con la spiritualità?'. lei sorride, e risponde: 'il mio rapporto con la spiritualità? beh...prego!'.
la piccola capisce, e capisco anch'io. perché, forse, sono un po' piccola anch'io.
capisco una volta di più, in una Feltrinelli madida di sudore e grondante fashionisti, che sono restata quella ragazzina che cantava 'frederick' sognando il mondo di Patti, e che sto benissimo così. felice se qualcuno mi offre una caramella, felice di accarezzare la vita come un morbido ponpon, felice se un essere umano prende una chitarra e suona e canta, quando potrebbe anche andarsene.
due ore dopo, assisto all'incontro di boxe poetica fra Capossela e Cinaski. Capossela parla di mani sulle spalle amiche, e Cinaski dice 'riempi il tuo bagaglio di ricordi, speranze, parole, storie vissute e storie da vivere
riempilo di emozioni, musiche, liti, illusioni d’epoca, domande e risposte. trovati un amico e comincia la condivisione , l’esplorazione...'
la stella polare splende nel grigio della notte di Milano. e io, per ringraziare la vita, faccio come Patti. prego.
http://vimeo.com/13296269
il barista le allunga un chupa chups, io le strizzo l'occhio, e lei mi guarda come se fossi una fata.
magari lo fossi. resteremmo lei, io e pochi altri qui dentro. farei sparire Luca Sofri, per prima cosa, ché uno che cita il Chelsea Hotel senza sapere che Lou Reed non c'è mai stato, e che chiede 'perché hai scritto quel libro? cos'hai provato quando è morto Mapplethorpe?' merita di fare domande a Povia in un Billa con l'aria condizionata rotta.
la piccola mi fa vedere orgogliosa il suo portachiavi con Hello Kitty, e io accarezzo lo sbuffo rosa morbido del ponpon, mentre Patti mi accarezza il cuore con le sue parole, e col sorriso splendente dei suoi occhi.
parla poco, giusto per dare una lezione di sintesi ai logorroici che, prima di farle una domanda, si sentono in dovere di sciorinare l'opera omnia delle loro conoscenze.
ma quel poco che dice apre il respiro, che sembra che non faccia più caldo, che Sofri e le tipe stilose e gli alternativi e i petulanti appiccicosi e appiccicati scompaiano, e resti l'umanità migliore. quella fatta fiorire dall'incontro casuale fra una ventenne in cerca di un pavimento su cui dormire e un ragazzo dai lunghi boccoli scuri e il sorriso aperto. un incontro propiziato dagli dèi dell'arte, e nutrito da due menti innamorate della vita.
la piccola mi chiede: 'ma come si chiama? Patti? come il mondo di Patti!!'
il mondo di Patti è amore, amicizia, arte e ricerca del bello. Patti è intrisa di spiritualità e di armonia. e ti rendi conto che quella è un'armonia sofferta, precaria, e perciò tanto più preziosa.
'ma ha i tuoi stessi occhiali! è vecchia?'
no, che non è vecchia, non lo sarà mai, piccola. ma tu non puoi ancora sapere. e, abbiamo gli stessi occhiali, sì. e ogni tanto ci scambiamo occhiate mute, quando, su questo pezzo,
mi vede seguirlo con le labbra, e fa di sì con la testa.
alla ricerca del contatto con la gente, a oltranza. anche quando uno del pubblico, particolarmente ispirato, grida 'SOFRI SEI IMBARAZZANTE! VAI A CASA!', lei sorniona gli chiede 'cos'ha detto?', Sofri abbozza, e lei 'no...it's important...when people speak, we have to listen!'
'cause people have the power, mi verrebbe da risponderle. ma glielo dico con gli occhi, che brillano di malizia, quando si toglie gli stivali per vedere la marca del calzolaio milanese che li ha fabbricati, o quando si alza 'solo per fare un po' di stretching'.
una meraviglia, insomma. e mi tocca anche spiegarlo alla piccola, che non demorde. però anche la piccola capisce, quando Patti risponde all'ultima domanda, lunghissima e contorta, che un americano direbbe solo 'qual è il tuo rapporto con la spiritualità?'. lei sorride, e risponde: 'il mio rapporto con la spiritualità? beh...prego!'.
la piccola capisce, e capisco anch'io. perché, forse, sono un po' piccola anch'io.
capisco una volta di più, in una Feltrinelli madida di sudore e grondante fashionisti, che sono restata quella ragazzina che cantava 'frederick' sognando il mondo di Patti, e che sto benissimo così. felice se qualcuno mi offre una caramella, felice di accarezzare la vita come un morbido ponpon, felice se un essere umano prende una chitarra e suona e canta, quando potrebbe anche andarsene.
due ore dopo, assisto all'incontro di boxe poetica fra Capossela e Cinaski. Capossela parla di mani sulle spalle amiche, e Cinaski dice 'riempi il tuo bagaglio di ricordi, speranze, parole, storie vissute e storie da vivere
riempilo di emozioni, musiche, liti, illusioni d’epoca, domande e risposte. trovati un amico e comincia la condivisione , l’esplorazione...'
la stella polare splende nel grigio della notte di Milano. e io, per ringraziare la vita, faccio come Patti. prego.
http://vimeo.com/13296269
mercoledì 23 giugno 2010
come un sol uomo, coi flogging molly
la musica, diceva aristotele, va praticata per usi molteplici, ma anche per l’educazione, per procurare la catarsi e in terzo luogo per la ricreazione, il sollievo e il riposo dallo sforzo.
questo dice aristotele.
ma quando la musica diventa corpo che si muove, sangue che pulsa, sudore che cola, gli usi si confondono. e non si sa più quanto sia catarsi, educazione e ricreazione.
l'alcatraz è un unico, grande corpo, che ondeggia ad ogni battuta, che canta, urla, beve, fuma, salta, si fa e si disfa come desidera. corpi vengono sollevati in aria, fatti passare in surfing, scaraventati oltre la transenna, e risorgono in un istante, con un'espressione di estasi.
il rito collettivo, educativo, catartico e ricreativo è celebrato da un signore di 49 anni, in giacca, cravatta e occhiali, come se ne incrociano a migliaia, spenti e s_morti, nelle vie della milano_da_lavorare.
eppure in quel signore, e nei suoi amici, batte un cuore punk rock, perdipiù irish, e pure incazzato (otto anni negli usa senza permesso di soggiorno devono pur incidere da qualche parte...). così, il rito che officia il signore, che di nome fa dave king, è quanto di più mistico, pagano e politico insieme esista. come la vera musica deve essere.
non cerchiamo originalità in un rito. i padri della bibbia si chiamano pogues, johnny cash, bob marley, dubliners, ramones (tutti citati e omaggiati nelle omelie, fra un pezzo e l'altro: in una, peraltro, ci sta pure un brindisi alla squadra sudafricana, per aver mandato a casa la 'fucking france'...)
però, però, il grande corpo dell'alcatraz risponde, compatto nella sua poliedricità. ci sono le coppie innamorate di sé e dell'irlanda, i punk con megacresta, i rockettari con maglietta delle seeger sessions, i ragazzi in kilt e topless, e le ragazze con piercing ovunque (ma col reggiseno, ché va bene essere punk, ma non troppo).
e c'è, soprattutto, un'oremmezza di ballate trascinanti, di gighe e di reel elettrificati, di dobhran e whistle mischiati a un basso da spaccare i cuori, e in cui ci sta pure un piccolo, prezioso set acustico, in cui il grande corpo riposa, si calma, recupera fiato e ascolta.
all'uscita, dopo la benedizione del reverendo king, 'grazie grazie mille milano!' col pugno sul cuore, e dopo aver ascoltato 'the parting glass' versione clancy, ci si ritrova, chi devastato, chi sfatto, chi solo stanco, ma tutti irrimediabilmente educati, ricreati e catartici.
perché questa è la musica, diceva aristotele.
questo dice aristotele.
ma quando la musica diventa corpo che si muove, sangue che pulsa, sudore che cola, gli usi si confondono. e non si sa più quanto sia catarsi, educazione e ricreazione.
l'alcatraz è un unico, grande corpo, che ondeggia ad ogni battuta, che canta, urla, beve, fuma, salta, si fa e si disfa come desidera. corpi vengono sollevati in aria, fatti passare in surfing, scaraventati oltre la transenna, e risorgono in un istante, con un'espressione di estasi.
il rito collettivo, educativo, catartico e ricreativo è celebrato da un signore di 49 anni, in giacca, cravatta e occhiali, come se ne incrociano a migliaia, spenti e s_morti, nelle vie della milano_da_lavorare.
eppure in quel signore, e nei suoi amici, batte un cuore punk rock, perdipiù irish, e pure incazzato (otto anni negli usa senza permesso di soggiorno devono pur incidere da qualche parte...). così, il rito che officia il signore, che di nome fa dave king, è quanto di più mistico, pagano e politico insieme esista. come la vera musica deve essere.
non cerchiamo originalità in un rito. i padri della bibbia si chiamano pogues, johnny cash, bob marley, dubliners, ramones (tutti citati e omaggiati nelle omelie, fra un pezzo e l'altro: in una, peraltro, ci sta pure un brindisi alla squadra sudafricana, per aver mandato a casa la 'fucking france'...)
però, però, il grande corpo dell'alcatraz risponde, compatto nella sua poliedricità. ci sono le coppie innamorate di sé e dell'irlanda, i punk con megacresta, i rockettari con maglietta delle seeger sessions, i ragazzi in kilt e topless, e le ragazze con piercing ovunque (ma col reggiseno, ché va bene essere punk, ma non troppo).
e c'è, soprattutto, un'oremmezza di ballate trascinanti, di gighe e di reel elettrificati, di dobhran e whistle mischiati a un basso da spaccare i cuori, e in cui ci sta pure un piccolo, prezioso set acustico, in cui il grande corpo riposa, si calma, recupera fiato e ascolta.
all'uscita, dopo la benedizione del reverendo king, 'grazie grazie mille milano!' col pugno sul cuore, e dopo aver ascoltato 'the parting glass' versione clancy, ci si ritrova, chi devastato, chi sfatto, chi solo stanco, ma tutti irrimediabilmente educati, ricreati e catartici.
perché questa è la musica, diceva aristotele.
giovedì 17 giugno 2010
déjà vu
in un giugno ottobrino, che se penso al 2003 neanche mi sembra possibile che allora facesse così caldo. mi trovo sbarcata dalla nave, che neanche mi sembra possibile che solo una settimana fa ci fossi ancora sopra.
e infatti mi viene il mal di mare, la testa ondeggia, ci vogliono ancore salde, ma non ci sono. non c'è l'àncora del tempo meteorologico, la certezza dell'inizio estate con tutti i crismi.
non c'è neanche quella del tempo cronologico, la percezione di uno scorrere uniforme che tenga insieme tutte le esperienze.
così, i ricordi si appiattiscono in un unicum, in cui il 2 giugno sembra più vicino del 15, la lettura del discorso di calamandrei ascoltata al monastero di torba torna nitida come se fosse stata vissuta stamattina. mentre la voce di davide a brugherio che canta 'gh'è ammò quajvun' si perde nel reticolo della memoria.
quello che non vedrò più, invece, saranno i potage insieme. speedy angel è stato davvero l'angelo più veloce nel raggiungere quel paradiso dei musicisti in cui spero, un giorno, di poter entrare come pubblico per meriti acquisiti.
e spero di ascoltare qunche questa:
così, in un giugno ottobrino, seduta al 35, che chi sa cos'è sa come ci si sta, resistendo eroicamente col mio ultimo damone e bevendo porto bianco e mangiando biscotti poi arachidi poi torta, mi trovo ad ascoltare questa:
e tutto intero dèjà vu. e mi arrivano ancora gli spruzzi di quell'ondata che mi colse più di trent'anni fa, di cui sentii solo gli ultimi schizzi, pensando, con ammirazione e apprensione insieme, a chi, quell'ondata, se la prese in pieno, e non fu più lo stesso.
déjà vu, appunto. la memoria, in un giugno ottobrino, che scherzi fa.
e infatti mi viene il mal di mare, la testa ondeggia, ci vogliono ancore salde, ma non ci sono. non c'è l'àncora del tempo meteorologico, la certezza dell'inizio estate con tutti i crismi.
non c'è neanche quella del tempo cronologico, la percezione di uno scorrere uniforme che tenga insieme tutte le esperienze.
così, i ricordi si appiattiscono in un unicum, in cui il 2 giugno sembra più vicino del 15, la lettura del discorso di calamandrei ascoltata al monastero di torba torna nitida come se fosse stata vissuta stamattina. mentre la voce di davide a brugherio che canta 'gh'è ammò quajvun' si perde nel reticolo della memoria.
quello che non vedrò più, invece, saranno i potage insieme. speedy angel è stato davvero l'angelo più veloce nel raggiungere quel paradiso dei musicisti in cui spero, un giorno, di poter entrare come pubblico per meriti acquisiti.
e spero di ascoltare qunche questa:
così, in un giugno ottobrino, seduta al 35, che chi sa cos'è sa come ci si sta, resistendo eroicamente col mio ultimo damone e bevendo porto bianco e mangiando biscotti poi arachidi poi torta, mi trovo ad ascoltare questa:
e tutto intero dèjà vu. e mi arrivano ancora gli spruzzi di quell'ondata che mi colse più di trent'anni fa, di cui sentii solo gli ultimi schizzi, pensando, con ammirazione e apprensione insieme, a chi, quell'ondata, se la prese in pieno, e non fu più lo stesso.
déjà vu, appunto. la memoria, in un giugno ottobrino, che scherzi fa.
lunedì 24 maggio 2010
thanks, mr. dylan
oggi è il Suo compleanno, e La voglio salutare con il brano che più amo. perché è di quelli che sembrano nati con l'inizio del mondo. perché per me lui esiste da sempre, e l'ho ascoltato in tutte le salse, dalle traduzioni trucide dei canti dell'oratorio ('quante le strade che un uomo farà, e quando fermarsi potràààààà'), alle versioni elettriche dell'altro mio amico, neil ('all along the watchtower', e le sue visioni apocalittiche e buzzatiane).
Lei è nato con l'inizio del mio mondo, se non proprio con l'inizio del mondo tout court. ma per me, tutto è coinciso. la scoperta della musica con quella della Sua voce. l'inizio di tutto, appunto.
e mi auguro, gentile mr. Dylan, di poter presto tornare a vivere nella Sua stessa orbita. come anni fa, a Milano, quando realizzai di colpo che stavo respirando la stessa aria che passava attraverso la Sua armonica. e mi parve un miracolo. perché quando l'inizio del mondo si manifesta, si può solo respirare, e tacere.
buon compleanno.
Bob Dylan-Forever Young(from The Last Waltz)
Melody | MySpace Video
Lei è nato con l'inizio del mio mondo, se non proprio con l'inizio del mondo tout court. ma per me, tutto è coinciso. la scoperta della musica con quella della Sua voce. l'inizio di tutto, appunto.
e mi auguro, gentile mr. Dylan, di poter presto tornare a vivere nella Sua stessa orbita. come anni fa, a Milano, quando realizzai di colpo che stavo respirando la stessa aria che passava attraverso la Sua armonica. e mi parve un miracolo. perché quando l'inizio del mondo si manifesta, si può solo respirare, e tacere.
buon compleanno.
Bob Dylan-Forever Young(from The Last Waltz)
Melody | MySpace Video
domenica 23 maggio 2010
INTEmporale
da quarantacinque anni, nella tribù non pioveva. ma stavolta le nuvole stavano arrivando, e un vento tiepido e insistente si stava insinuando da giorni, dando respiro alle gole.
lo sciamano però taceva. scrutava il cielo, saggiava con il battito delle ciglia la direzione del vento, e, la notte, c'era chi giurava di averlo visto solo, sulla collina, a seguire chissà quali traiettorie.
quarantacinque anni sono tanti solo per chi ha quarantacinque anni, o più. per chi può misurare il tempo da una data, da un ricordo. per gli altri, quarantacinque anni sono un numero, un'espressione matematica, un'assenza. neanche conoscevano, gli altri, il colore, il sapore della pioggia. e non potevano sentirne la vera mancanza, la vera necessità.
quella sera, però, la pioggia stava arrivando. febbrili, gli uomini, le donne, i bambini della tribù si riunivano vicini ai totem. chi all'aperto, chi nel chiuso delle loro case, chi, i privilegiati, attorno allo sciamano e ai suoi.
tutti segretamente ripetendo le proprie formule, ognuno la propria, per vedere se, stavolta, avrebbe funzionato. almeno stavolta.
e la pioggia arrivava.
un boato scuoteva la tribù. ed erano sorrisi, urla, abbracci, suoni, energia che fluiva libera e potente dall'uno all'altro.
quando scende la pioggia, non fa distinzioni di ceto, genere, cultura e origine. quando scende la pioggia, bagna tutti, semplicemente. e tutti si fanno bagnare.
così, succedeva che braccia bambine si intrecciavano a braccia anziane, che facce bianche sorridevano a facce nere, o gialle, che padri e figli, ricchi e poveri, colti e ignoranti superavano ogni differenza, e si trovavano, come spinti da un unico vento, fuori, tutti, a cantare, gridare, stringere, suonare, lasciarsi bagnare.
una gioia istintiva e diretta. in questa eterna preistoria del mondo.
sabato 15 maggio 2010
il ligabus
l'autista ha tatuaggi e collanine che nascondono un po' le rughe e i capelli ritinti. ma nella sua uniforme sta bene. ci sta da più di vent'anni, e il suo giro lo conosce a memoria. da qui a lì, soste, fermate a richiesta, sali e scendi di gente.
anche la gente è più o meno sempre la stessa. tipi comuni, che però pensano di essere tutti speciali, e puoi giurarci che lo sono, perché hanno capito che ognuno lo è, speciale, nei sogni e nelle illusioni. gente anche volgare, forse, anche popolare, di quella che birra stadio rocchenroll tivvù gruppo e qualche amore sparso nella vita.
il viaggio non ha sorprese né eccessive scosse, i finestrini sono un po' abbassati, giusto per far scappare l'odore di sudore e stanchezza, e dai finestrini puoi guardare il mondo fuori, ma mica tanto, perché sono appannati e sporchi di polvere. meglio ascoltare la musica che mette su l'autista. già sentita, vero. ma tutto, qui dentro, sa di pendolari e di tempo passato a rincorrere i sogni e non acciuffarli mai.
l'autista ci sa fare, coi sogni, soprattutto con quelli degli altri. li intercetta e li porta in giro, soste, fermate a richiesta, acuti e schitarrate compresi. che poi meglio non sapere se lo faccia ormai solo per mestiere, o se ogni tanto, in qualche fermata, un po' si diverta ancora, a portare in giro quei pendolari della vita, che si aggrappano quieti alle maniglie, per evitare di traballare troppo.
una cosa è certa: che quando scende, la gente canticchia le sue canzoni, almeno per un po'. e a casa ci si arriva sempre, con lui.
anche la gente è più o meno sempre la stessa. tipi comuni, che però pensano di essere tutti speciali, e puoi giurarci che lo sono, perché hanno capito che ognuno lo è, speciale, nei sogni e nelle illusioni. gente anche volgare, forse, anche popolare, di quella che birra stadio rocchenroll tivvù gruppo e qualche amore sparso nella vita.
il viaggio non ha sorprese né eccessive scosse, i finestrini sono un po' abbassati, giusto per far scappare l'odore di sudore e stanchezza, e dai finestrini puoi guardare il mondo fuori, ma mica tanto, perché sono appannati e sporchi di polvere. meglio ascoltare la musica che mette su l'autista. già sentita, vero. ma tutto, qui dentro, sa di pendolari e di tempo passato a rincorrere i sogni e non acciuffarli mai.
l'autista ci sa fare, coi sogni, soprattutto con quelli degli altri. li intercetta e li porta in giro, soste, fermate a richiesta, acuti e schitarrate compresi. che poi meglio non sapere se lo faccia ormai solo per mestiere, o se ogni tanto, in qualche fermata, un po' si diverta ancora, a portare in giro quei pendolari della vita, che si aggrappano quieti alle maniglie, per evitare di traballare troppo.
una cosa è certa: che quando scende, la gente canticchia le sue canzoni, almeno per un po'. e a casa ci si arriva sempre, con lui.
Iscriviti a:
Post (Atom)