e c'è l'emilio. l'emilio si perde. l'emilio si ritrova nelle stanze degli altri.
l'emilio non sta fermo. l'emilio si blocca, e fissa senza guardare per lunghi minuti, e non importa se quello che sta fissando sia cosa, pianta, persona. lo fissa con la stessa formidabile intensità, come se volesse insieme entrarci dentro, o fuggirne.
l'emilio parla poco. l'emilio, quando parla, sgrana un rosario di vocalizzi incomprensibili, e una frase non ha mai, mai, senso compiuto. a volte inizia con un senso, e si perde in parole sconnesse, o inventate. altre volte succede il contrario. ma sempre, sempre, chi lo ascolta resta come incantato dalla nenia che la sua voce sciorina, dal suo linguaggio segreto.
l'emilio ha una moglie, e una figlia, che, quando non ci sono, cerca, e che, quando ci sono, non riconosce.
l'emilio faceva il meccanico, montava e smontava automobili. ora monta e smonta le parole e i pensieri, ma nessuno si rimette in moto.
l'emilio prende per mano tutti, ma evita le persone in divisa. i medici, le infermiere, gli inservienti.
l'emilio ha un ricordo, che però non sa dimenticare. ed è un ricordo che sa di divisa, di prigione, di lager.
l'emilio è stato in un lager. e, ogni tanto, piange.
l'emilio non si rimetterà più in moto.
non per niente, alzheimer è un cognome tedesco.
giovedì 7 ottobre 2010
lunedì 4 ottobre 2010
il senso di slava per la neve

slava ha sei e sessant'anni
slava è uomo e donna e si parla e si risponde con un telefono di peluche
slava ha sei ombre diverse da lui che lo seguono e cantano blue canary
slava fa di un letto una barca, e di un cappotto la sua innamorata
slava trasforma la carta in neve, e ti intrappola in una ragnatela grande come un teatro

slava conosce il teletrasporto, ma non nello spazio
slava teletrasporta nel tempo, nel tempo stupito dell'infanzia
slava evoca i sogni e le paure, e trasforma queste in quelli
slava prende di mira le regole, e le abbatte col suo fucile di fantasia
slava non ride quasi mai, ma fa ridere il cuore
slava travolge con una tempesta di vento e di neve, che non sembra vera, ma lo è

slava se ne va, lasciandoti un po' di carta e di fili sulla giacca
e un po' di nostalgia per un eden perduto nel cuore.
domenica 19 settembre 2010
wonderland

immaginate un posto in riva al lago, fra una villa antica e una struttura moderna, immerso in un parco secolare.
e immaginate che questo posto sia pieno di musica. di gente che fa musica. che vende musica, che ci vive e ne parla. di gente che fa fatica a vivere con la musica, ma che senza musica morirebbe.
immaginate un palco, in quel posto in riva al lago. e sotto il palco cinquecento ragazzi. ma sopra il palco altri ragazzi, che cantano, suonano, duettano con un cantautore affermato, ricevono i suoi incoraggiamenti, e senza vincere altro che il luccichio dei loro occhi.
immaginate che questo accada in una normale mattinata di lezione, e che il provveditore agli studi dia la sua benedizione, e che i professori applaudano, e che si siedano vicini ai loro studenti, sul parquet, sotto il palco.

http://www.youtube.com/watch?v=iRyEkBUPkS4
poi pensate che questo è accaduto, per un giorno, a cernobbio.
e io c'ero.
venerdì 3 settembre 2010
leonard cohen, the geometry of beauty
c'è la natura. e la natura è fatta di atomi, di cellule, che si dispongono in armonie ed equilibri misteriosi, che non hanno segno positivo o negativo, ma che esistono, e non si chiedono il perché.
e c'è l'uomo, parte della natura, e in quanto tale composto della stessa materia, sangue che scorre, particelle di energia che fluiscono, pulsazioni di cuore, saliscendi di pressione, dilatazioni di pupille, ritmo respiratorio. ma l'uomo è capace di rielaborare la materia, e renderla sensazioni, emozioni, sentimenti. i più sensibili amplificano tutto ciò, e lo fanno diventare poesia, arte, musica, nello stesso, misterioso modo.
l'acqua dell'arno scorre quieta e disciplinata, stasera, a poca distanza da qui. posso immaginare il suo fluire verdognolo verso il mare. e anche l'arno è composto da infinite particelle d'acqua, che insieme sono moto, rumore, energia, fiume.
e le stelle sono lontane, ci arriva di loro una luce fredda; non scaldano, però come sarebbe vuota la notte senza di loro. e l'uomo ha dato nomi anche a loro, nomi familiari e antichi, per renderle parte del suo mondo.

anche piazza santa croce è fatta di materia, certo. marmi e pietre e sassi di varie specie. e stasera ci sono tubi e transenne e sedie di plastica e bicchieri di birra e bottigliette d'acqua, e lampade e amplificatori, fili elettrici e strumenti di ogni tipo. cose fatte dall'uomo, che stasera gli servono a creare qualcosa che non si può toccare, e a cui è riuscito però, anche qui, a dare un nome: armonia.
ci sono io, fra gli uomini e le donne in piazza santa croce, stasera. e con me ci sono alcuni cari amici, e soprattutto ci sono i miei figli, che ho voluto con determinazione portare qui, perché voglio che questa geometria di bellezza resti anche nelle loro memorie private.
ci sono io, ma il nostro essere qui non avrebbe senso, senza la musica e l'armonia di leonard cohen, quello che forse più di ogni altro, in questi decenni, ha fatto diventare poesia, arte, musica, lo slancio della materia verso la propria armonia, inscritta in ogni suo atomo.
l'artista è perfetto, epico, giovane dell'eterna giovinezza dei semidèi, quando imbraccia la chitarra, o canta con una voce dalle profondità insondabili, o si inginocchia durante i brani più ispirati.
l'uomo è fragile, tormentato, anziano dell'eterna antichità degli sciamani, quando si toglie il cappello per ringraziare musicisti e pubblico, o smette di cantare, e si allontana, curvo di anni e stanchezza.
e io sono un po' lui, con la sola, importante, differenza che lui riesce ad esprimere la bellezza delle contraddizioni, nello spazio di tre ore (composte a loro volta di brani di cinque minuti l'uno, a loro volta suddivisi in sequenze di battute musicali e di parole precise scandite in sillabe, e via così, in quella vertigine di scomposizione e ricomposizione che è poi la vita), e a condividerla con me, che, un po' stordita da tanta epifania, mi volgo attorno, e vedo gli altri volti, le luci, ascolto le voci e i suoni, immagino l'arno vicino, le stelle lontane, e sorrido pensando che, se fossi l'arno o una stella, stasera sarei invidiosa della fragile, caduca, ma potentissima umanità, capace di arrivare, durante il tempo incommensurabile di un'intuizione, nello spazio infinito di un battito, alla redenzione.
tutti noi, lui, i musicisti, i miei amici, quelli che sono qui in piazza e quelli che sono qui nel mio cuore, i miei figli, e anch'io, tutti, uccelli sul filo, nati in catene, losers neanche tanto beautiful, ma stasera, vestìti di stracci di luce, per fare cantare il nostro bisogno di poesia attraverso la sua voce, suonare le nostre campane, e sentirci non solo materia, almeno per una sera.
o forse più a lungo.
(But I swear by this song/ And by all that I have done wrong / I will make it all up to thee.)
e c'è l'uomo, parte della natura, e in quanto tale composto della stessa materia, sangue che scorre, particelle di energia che fluiscono, pulsazioni di cuore, saliscendi di pressione, dilatazioni di pupille, ritmo respiratorio. ma l'uomo è capace di rielaborare la materia, e renderla sensazioni, emozioni, sentimenti. i più sensibili amplificano tutto ciò, e lo fanno diventare poesia, arte, musica, nello stesso, misterioso modo.
l'acqua dell'arno scorre quieta e disciplinata, stasera, a poca distanza da qui. posso immaginare il suo fluire verdognolo verso il mare. e anche l'arno è composto da infinite particelle d'acqua, che insieme sono moto, rumore, energia, fiume.
e le stelle sono lontane, ci arriva di loro una luce fredda; non scaldano, però come sarebbe vuota la notte senza di loro. e l'uomo ha dato nomi anche a loro, nomi familiari e antichi, per renderle parte del suo mondo.

anche piazza santa croce è fatta di materia, certo. marmi e pietre e sassi di varie specie. e stasera ci sono tubi e transenne e sedie di plastica e bicchieri di birra e bottigliette d'acqua, e lampade e amplificatori, fili elettrici e strumenti di ogni tipo. cose fatte dall'uomo, che stasera gli servono a creare qualcosa che non si può toccare, e a cui è riuscito però, anche qui, a dare un nome: armonia.
ci sono io, fra gli uomini e le donne in piazza santa croce, stasera. e con me ci sono alcuni cari amici, e soprattutto ci sono i miei figli, che ho voluto con determinazione portare qui, perché voglio che questa geometria di bellezza resti anche nelle loro memorie private.
ci sono io, ma il nostro essere qui non avrebbe senso, senza la musica e l'armonia di leonard cohen, quello che forse più di ogni altro, in questi decenni, ha fatto diventare poesia, arte, musica, lo slancio della materia verso la propria armonia, inscritta in ogni suo atomo.
l'artista è perfetto, epico, giovane dell'eterna giovinezza dei semidèi, quando imbraccia la chitarra, o canta con una voce dalle profondità insondabili, o si inginocchia durante i brani più ispirati.
l'uomo è fragile, tormentato, anziano dell'eterna antichità degli sciamani, quando si toglie il cappello per ringraziare musicisti e pubblico, o smette di cantare, e si allontana, curvo di anni e stanchezza.

e io sono un po' lui, con la sola, importante, differenza che lui riesce ad esprimere la bellezza delle contraddizioni, nello spazio di tre ore (composte a loro volta di brani di cinque minuti l'uno, a loro volta suddivisi in sequenze di battute musicali e di parole precise scandite in sillabe, e via così, in quella vertigine di scomposizione e ricomposizione che è poi la vita), e a condividerla con me, che, un po' stordita da tanta epifania, mi volgo attorno, e vedo gli altri volti, le luci, ascolto le voci e i suoni, immagino l'arno vicino, le stelle lontane, e sorrido pensando che, se fossi l'arno o una stella, stasera sarei invidiosa della fragile, caduca, ma potentissima umanità, capace di arrivare, durante il tempo incommensurabile di un'intuizione, nello spazio infinito di un battito, alla redenzione.
tutti noi, lui, i musicisti, i miei amici, quelli che sono qui in piazza e quelli che sono qui nel mio cuore, i miei figli, e anch'io, tutti, uccelli sul filo, nati in catene, losers neanche tanto beautiful, ma stasera, vestìti di stracci di luce, per fare cantare il nostro bisogno di poesia attraverso la sua voce, suonare le nostre campane, e sentirci non solo materia, almeno per una sera.
o forse più a lungo.
(But I swear by this song/ And by all that I have done wrong / I will make it all up to thee.)
giovedì 26 agosto 2010
thunder road - il vento nei capelli

(dedicata ai 35 anni di born to run)
c'erano meno tre sottozzzero
ma non importava
la ragazza mise su il cd di hammersmith (regalato dall'uomo della
sua vita, scaricato dal dvd non sapeva dove né come), e l'armonica
di bruce soffiò sul suo cuore
viaggiando verso il lavoro, ottemmmezza di mattina, abbassò il vetro
del finestrino e lasciò che il vento soffiasse nei suoi capelli
volume venti
voce spiegata
questa è thunder road, como, lascia che soffi un po' anche su di te,
como
e di colpo realizzò:
1. che faceva un freddo boiazzo, ma che si sentiva viva
2. che amava l'uomo della sua vita che l'ha portata via senza farla
muovere da casa
3. che adorava quando le ali diventano ruote e viceversa
4. che amava la vita anche perché c'è dentro bruce
5. che appena avrebbe potuto ci avrebbe scritto qualcosa su
ecco
appena poté, la ragazza che si chiama laura, ma fa mary di secondo
nome, ci scrisse qualcosa su.
martedì 20 luglio 2010
i mohicani in cava
siamo prigionieri dei mohicani, qui dentro. in questo posto, in cui è bello osservare l'espressione di chi ci entra per la prima volta, e, dopo aver percorso un tunnel buio, sbuca in una cava, immersa nel silenzio di una montagna lombarda. e le pietre sorridono, sembrano parlare e far percorrere una strana linfa tutta loro attraverso le vene della loro roccia.
siamo arrivati su alla spicciolata, dopo un pomeriggio di musica e amicizia e salamelle e birra, musica al sole nel parco, musica all'ombra in un cortile, con una finestra che parlava della bellezza.

e ora siamo prigionieri dei mohicani. una signorina figlia di papà, ma con una freschezza e un'umiltà che solo le ragazzine americane vere sanno avere.
un signore che ricrea le atmosfere del texas, rudi e spirituali, come è giusto che sia per chi ha sempre il deserto di fronte.
un ex punkrocker che ha nello sguardo il brillìo del genio, e si circonda di ragazze non per emergere, ma per farle splendere di tutta la loro bravura.
e ci piace essere prigionieri. i sorrisi si allargano, le voci si fanno più chiare, come gli occhi, che luccicano di piacere.
il padrone di questa prigione si aggira con una maglietta che sembra essere un invito. il custode ha lo sguardo stanco, ma che esprime una gioia indicibile, per aver portato lì, tutti insieme, i suoi amici e i suoi miti.
un po' in disparte, con il suo carico di sogni da vendere, sorriso sornione e basco in testa, immancabile sigaretta e bicchiere sempre pieno, quello che coi mohicani per primo ha parlato. e che ci ha fatto capire che era bello, molto bello, esserne prigionieri.
lontani, amici che avrebbero voluto esserci, e il cui respiro avvertiamo ad ogni battito di cuore.
a loro, l'augurio di poter cadere presto in questa prigione dorata.
siamo arrivati su alla spicciolata, dopo un pomeriggio di musica e amicizia e salamelle e birra, musica al sole nel parco, musica all'ombra in un cortile, con una finestra che parlava della bellezza.

e ora siamo prigionieri dei mohicani. una signorina figlia di papà, ma con una freschezza e un'umiltà che solo le ragazzine americane vere sanno avere.
un signore che ricrea le atmosfere del texas, rudi e spirituali, come è giusto che sia per chi ha sempre il deserto di fronte.
un ex punkrocker che ha nello sguardo il brillìo del genio, e si circonda di ragazze non per emergere, ma per farle splendere di tutta la loro bravura.
e ci piace essere prigionieri. i sorrisi si allargano, le voci si fanno più chiare, come gli occhi, che luccicano di piacere.
il padrone di questa prigione si aggira con una maglietta che sembra essere un invito. il custode ha lo sguardo stanco, ma che esprime una gioia indicibile, per aver portato lì, tutti insieme, i suoi amici e i suoi miti.
un po' in disparte, con il suo carico di sogni da vendere, sorriso sornione e basco in testa, immancabile sigaretta e bicchiere sempre pieno, quello che coi mohicani per primo ha parlato. e che ci ha fatto capire che era bello, molto bello, esserne prigionieri.

lontani, amici che avrebbero voluto esserci, e il cui respiro avvertiamo ad ogni battito di cuore.
a loro, l'augurio di poter cadere presto in questa prigione dorata.
lunedì 19 luglio 2010
three way street
la ragazza sgrana gli occhioni azzurri e dice: "chi sei andata a vedere? ma chi sono? e che musica fanno? ah...ma allora sono anziani!! no, no, mai sentiti..."
ragazza mia, chiedi chi erano crosby, stills, nash. ma chiedilo alle persone giuste.
quelle che venerdì riempivano l'arena di milano di tutti i loro acciacchi, i sogni realizzati e quelli mai compiuti, i ricordi di quando avevano molti capelli in più e molti chili in meno, erano saccenti e giovani, e credevano che avrebbero insegnato ai genitori e li avrebbero nutriti coi loro sogni, che avrebbero costruito una casa molto carina con gatti e fiori e un pianoforte per suonare le loro canzoni e avrebbero trovato posto dentro una risata e non si sarebbero mai tagliati i capelli (perché, allora, i capelli ce li avevano, e lunghi lunghi).
poi chiedi loro l'energia che hanno messo nel farci capire che diventare vecchi significa anche diventare umili, aver ancora da imparare dagli amici, sostenerli e comprenderli senza giudicarli, ed esserci, solo esserci, sempre.
infine chiedi una manciata di emozioni, e loro te ne daranno a piene mani. ti faranno sentire questa:
oppure questa:
o questa:
non conosci neanche queste? hai tempo per rifarti, se vorrai.
noi non abbiamo più tempo. il nostro tempo, l'abbiamo vissuto. e in sere come quella ci passa davanti tutto intero, e intatto, perfetto come la luce di un aereo che solca il cielo in una notte di luglio, mentre tre signori anziani dalla forma smagliante insegnano ai nipoti il percorso da fare.
ragazza mia, chiedi chi erano crosby, stills, nash. ma chiedilo alle persone giuste.
quelle che venerdì riempivano l'arena di milano di tutti i loro acciacchi, i sogni realizzati e quelli mai compiuti, i ricordi di quando avevano molti capelli in più e molti chili in meno, erano saccenti e giovani, e credevano che avrebbero insegnato ai genitori e li avrebbero nutriti coi loro sogni, che avrebbero costruito una casa molto carina con gatti e fiori e un pianoforte per suonare le loro canzoni e avrebbero trovato posto dentro una risata e non si sarebbero mai tagliati i capelli (perché, allora, i capelli ce li avevano, e lunghi lunghi).
poi chiedi loro l'energia che hanno messo nel farci capire che diventare vecchi significa anche diventare umili, aver ancora da imparare dagli amici, sostenerli e comprenderli senza giudicarli, ed esserci, solo esserci, sempre.
infine chiedi una manciata di emozioni, e loro te ne daranno a piene mani. ti faranno sentire questa:
oppure questa:
o questa:
non conosci neanche queste? hai tempo per rifarti, se vorrai.
noi non abbiamo più tempo. il nostro tempo, l'abbiamo vissuto. e in sere come quella ci passa davanti tutto intero, e intatto, perfetto come la luce di un aereo che solca il cielo in una notte di luglio, mentre tre signori anziani dalla forma smagliante insegnano ai nipoti il percorso da fare.
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