domenica 21 novembre 2010

gli occhi dell'artista



diffidiamo degli artisti con gli occhiali da sole. gli occhi degli artisti sono un mondo inaccessibile comunque. pleonastico nasconderlo dietro occhiali scuri. e inutile pretendere di esplorarlo.
perciò mettiamo i nostri occhi negli occhi degli artisti, e perdiamoci nelle loro traiettorie sghembe, alla ricerca della poesia e di qualche emozione di riflesso.
perciò innamoriamoci degli occhi degli artisti, che sanno già fin da prima che noi non riusciremo a comprendere fino in fondo quello che provano, ma che non rinunciano a condividerlo, comunque.




gli artisti dietro occhiali da sole nascondono, forse, solo una congiuntivite. ma, forse, anche la paura di rivelare il loro vuoto.
gli artisti dietro occhiali da sole sfuggono dall'intimità oscena col loro pubblico, che fruga fra i loro battiti di ciglia, per cogliere una vibrazione fuggita via per sempre.
gli artisti dietro occhiali da sole vorrebbero avere più carisma e sintomatico mistero (cit.), ma si fermano al di qua dell'intenzione, come un fascio di luce riflessa.



gli occhi dell'artista cantano, raccontano, evocano, si annebbiano, inseguono sogni o incubi, li vedono musica, parola, gesto, prima ancora che questi compaiano.
gli occhi dell'artista, quando si chiudono, lo fanno perché non sopportano la profondità del mondo in cui si immergono.
o perché non sopportano la superficialità del mondo da cui fuggono.

domenica 7 novembre 2010

ahi, serva italia



i clandestini ascoltano
incrociano le parole e gli sguardi
hanno dante davanti, ma negli orecchi queste e quelle canzonette
che, certo, sono solo canzonette, ma quanto vere



lo spazio si riempie di senso
non c'è più differenza fra il fuori e il dentro
fra il letto e l'ascoltato
fra lo ieri e l'oggi
fra il nord e il sud



i volti si fanno scuri
il planh ha centrato ancora l'obbiettivo

giusto per non restare senza parole
ascoltiamo chi le parole, le ha trovate.

giovedì 7 ottobre 2010

mal_fermo8

e c'è l'emilio. l'emilio si perde. l'emilio si ritrova nelle stanze degli altri.

l'emilio non sta fermo. l'emilio si blocca, e fissa senza guardare per lunghi minuti, e non importa se quello che sta fissando sia cosa, pianta, persona. lo fissa con la stessa formidabile intensità, come se volesse insieme entrarci dentro, o fuggirne.

l'emilio parla poco. l'emilio, quando parla, sgrana un rosario di vocalizzi incomprensibili, e una frase non ha mai, mai, senso compiuto. a volte inizia con un senso, e si perde in parole sconnesse, o inventate. altre volte succede il contrario. ma sempre, sempre, chi lo ascolta resta come incantato dalla nenia che la sua voce sciorina, dal suo linguaggio segreto.

l'emilio ha una moglie, e una figlia, che, quando non ci sono, cerca, e che, quando ci sono, non riconosce.

l'emilio faceva il meccanico, montava e smontava automobili. ora monta e smonta le parole e i pensieri, ma nessuno si rimette in moto.

l'emilio prende per mano tutti, ma evita le persone in divisa. i medici, le infermiere, gli inservienti.

l'emilio ha un ricordo, che però non sa dimenticare. ed è un ricordo che sa di divisa, di prigione, di lager.

l'emilio è stato in un lager. e, ogni tanto, piange.

l'emilio non si rimetterà più in moto.

non per niente, alzheimer è un cognome tedesco.

lunedì 4 ottobre 2010

il senso di slava per la neve



slava ha sei e sessant'anni
slava è uomo e donna e si parla e si risponde con un telefono di peluche
slava ha sei ombre diverse da lui che lo seguono e cantano blue canary



slava fa di un letto una barca, e di un cappotto la sua innamorata
slava trasforma la carta in neve, e ti intrappola in una ragnatela grande come un teatro




slava conosce il teletrasporto, ma non nello spazio
slava teletrasporta nel tempo, nel tempo stupito dell'infanzia
slava evoca i sogni e le paure, e trasforma queste in quelli



slava prende di mira le regole, e le abbatte col suo fucile di fantasia
slava non ride quasi mai, ma fa ridere il cuore
slava travolge con una tempesta di vento e di neve, che non sembra vera, ma lo è



slava se ne va, lasciandoti un po' di carta e di fili sulla giacca
e un po' di nostalgia per un eden perduto nel cuore.

domenica 19 settembre 2010

wonderland





immaginate un posto in riva al lago, fra una villa antica e una struttura moderna, immerso in un parco secolare.
e immaginate che questo posto sia pieno di musica. di gente che fa musica. che vende musica, che ci vive e ne parla. di gente che fa fatica a vivere con la musica, ma che senza musica morirebbe.
immaginate un palco, in quel posto in riva al lago. e sotto il palco cinquecento ragazzi. ma sopra il palco altri ragazzi, che cantano, suonano, duettano con un cantautore affermato, ricevono i suoi incoraggiamenti, e senza vincere altro che il luccichio dei loro occhi.
immaginate che questo accada in una normale mattinata di lezione, e che il provveditore agli studi dia la sua benedizione, e che i professori applaudano, e che si siedano vicini ai loro studenti, sul parquet, sotto il palco.

http://www.youtube.com/watch?v=iRyEkBUPkS4


poi pensate che questo è accaduto, per un giorno, a cernobbio.
e io c'ero.

venerdì 3 settembre 2010

leonard cohen, the geometry of beauty

c'è la natura. e la natura è fatta di atomi, di cellule, che si dispongono in armonie ed equilibri misteriosi, che non hanno segno positivo o negativo, ma che esistono, e non si chiedono il perché.

e c'è l'uomo, parte della natura, e in quanto tale composto della stessa materia, sangue che scorre, particelle di energia che fluiscono, pulsazioni di cuore, saliscendi di pressione, dilatazioni di pupille, ritmo respiratorio. ma l'uomo è capace di rielaborare la materia, e renderla sensazioni, emozioni, sentimenti. i più sensibili amplificano tutto ciò, e lo fanno diventare poesia, arte, musica, nello stesso, misterioso modo.



l'acqua dell'arno scorre quieta e disciplinata, stasera, a poca distanza da qui. posso immaginare il suo fluire verdognolo verso il mare. e anche l'arno è composto da infinite particelle d'acqua, che insieme sono moto, rumore, energia, fiume.

e le stelle sono lontane, ci arriva di loro una luce fredda; non scaldano, però come sarebbe vuota la notte senza di loro. e l'uomo ha dato nomi anche a loro, nomi familiari e antichi, per renderle parte del suo mondo.





anche piazza santa croce è fatta di materia, certo. marmi e pietre e sassi di varie specie. e stasera ci sono tubi e transenne e sedie di plastica e bicchieri di birra e bottigliette d'acqua, e lampade e amplificatori, fili elettrici e strumenti di ogni tipo. cose fatte dall'uomo, che stasera gli servono a creare qualcosa che non si può toccare, e a cui è riuscito però, anche qui, a dare un nome: armonia.

ci sono io, fra gli uomini e le donne in piazza santa croce, stasera. e con me ci sono alcuni cari amici, e soprattutto ci sono i miei figli, che ho voluto con determinazione portare qui, perché voglio che questa geometria di bellezza resti anche nelle loro memorie private.

ci sono io, ma il nostro essere qui non avrebbe senso, senza la musica e l'armonia di leonard cohen, quello che forse più di ogni altro, in questi decenni, ha fatto diventare poesia, arte, musica, lo slancio della materia verso la propria armonia, inscritta in ogni suo atomo.



l'artista è perfetto, epico, giovane dell'eterna giovinezza dei semidèi, quando imbraccia la chitarra, o canta con una voce dalle profondità insondabili, o si inginocchia durante i brani più ispirati.

l'uomo è fragile, tormentato, anziano dell'eterna antichità degli sciamani, quando si toglie il cappello per ringraziare musicisti e pubblico, o smette di cantare, e si allontana, curvo di anni e stanchezza.



e io sono un po' lui, con la sola, importante, differenza che lui riesce ad esprimere la bellezza delle contraddizioni, nello spazio di tre ore (composte a loro volta di brani di cinque minuti l'uno, a loro volta suddivisi in sequenze di battute musicali e di parole precise scandite in sillabe, e via così, in quella vertigine di scomposizione e ricomposizione che è poi la vita), e a condividerla con me, che, un po' stordita da tanta epifania, mi volgo attorno, e vedo gli altri volti, le luci, ascolto le voci e i suoni, immagino l'arno vicino, le stelle lontane, e sorrido pensando che, se fossi l'arno o una stella, stasera sarei invidiosa della fragile, caduca, ma potentissima umanità, capace di arrivare, durante il tempo incommensurabile di un'intuizione, nello spazio infinito di un battito, alla redenzione.



tutti noi, lui, i musicisti, i miei amici, quelli che sono qui in piazza e quelli che sono qui nel mio cuore, i miei figli, e anch'io, tutti, uccelli sul filo, nati in catene, losers neanche tanto beautiful, ma stasera, vestìti di stracci di luce, per fare cantare il nostro bisogno di poesia attraverso la sua voce, suonare le nostre campane, e sentirci non solo materia, almeno per una sera.



o forse più a lungo.





(But I swear by this song/ And by all that I have done wrong / I will make it all up to thee.)

giovedì 26 agosto 2010

thunder road - il vento nei capelli




(dedicata ai 35 anni di born to run)

c'erano meno tre sottozzzero
ma non importava
la ragazza mise su il cd di hammersmith (regalato dall'uomo della
sua vita, scaricato dal dvd non sapeva dove né come), e l'armonica
di bruce soffiò sul suo cuore

viaggiando verso il lavoro, ottemmmezza di mattina, abbassò il vetro
del finestrino e lasciò che il vento soffiasse nei suoi capelli

volume venti
voce spiegata
questa è thunder road, como, lascia che soffi un po' anche su di te,
como

e di colpo realizzò:
1. che faceva un freddo boiazzo, ma che si sentiva viva
2. che amava l'uomo della sua vita che l'ha portata via senza farla
muovere da casa
3. che adorava quando le ali diventano ruote e viceversa
4. che amava la vita anche perché c'è dentro bruce
5. che appena avrebbe potuto ci avrebbe scritto qualcosa su

ecco
appena poté, la ragazza che si chiama laura, ma fa mary di secondo
nome, ci scrisse qualcosa su.