la sala più bella della nave è piena di clandestini, raccolti in rispettoso silenzio. qualcuno di loro sta suonando. emozionati, concentrati, a turno, fanno sentire ai compagni quanto hanno imparato, con caparbietà, notte dopo notte, accordo dopo accordo, lottando per far convivere le versioni di isocrate, le leggi di gauss, gli aforismi di nietzsche, con le sonate di schumann, i concerti di grieg, le improvvisazioni su temi natalizi, affrontati tutti con equilibrio e personalità.
nessuno è salito sulla nave, dal mondo_fuori. siamo solo noi, complici, in precaria armonia. se facessimo tutti ancor più silenzio, potremmo sentire il battito della vita, distinto, nitido, passare dai loro cuori, attraversare i loro strumenti, arrivare ai nostri cuori, guidato dal ritmo della musica.
è tanta, questa vita. troppa, forse. mi sento sopraffare da tutta questa vita, così labile, esile, fragile, eppure tenace. la sala più bella della nave mi sembra, per un preciso lunghissimo momento, l'esatta misura della vita.
(però, in disparte, una mamma c'è. è la madre di una clandestina concertista, che è contemporaneamente parte della ciurma. nei suoi occhi, l'orgoglio per ogni nota che ascolta, e insieme lo strazio per un futuro che ignora. 'torno a fare la chemio il 4 gennaio' mi dice. 'stalle vicina'. e allora sì, che la musica può curare. anche se, forse, non guarisce. ché dalla troppa vita non si guarisce. mai.)
" se i giovani d'oggi, oltre a studiare la chimica o il greco, sapessero raccontare la storia dei loro nonni, si assisterebbe a una piccola rivoluzione culturale'.
questo è scritto qui: http://www.liromaninrussia.it/
e va tutto bene. giusto sapere i dati, le motivazioni, i nomi, le date.
ma quello che non si trova nella rete vale di più di quello che si trova. quello che non si trova nella rete è una serata fredda, che anticipa il natale, in cui le persone rischiano di diventare 'la gente chiusa in casa davanti alle televisioni'. in cui la stanchezza e la pigrizia (anche mentali) rischiano di giocare un brutto tiro all'intelligenza.
e invece no. si resiste alla tentazione, come per un dovere con se stessi. e si esce. nel teatro le persone restano uomini, donne, ragazzi. non sono più la gente indistinta e vulnerabile dei televoti. tornano esseri pensanti, pronti a lasciarsi interrogare, di nuovo, dalla storia, che bussa alla loro porta, che chiede ascolto, che emoziona e rende vivi.
il racconto di elia marcelli è potente anche da solo, con quelle ottave dal ritmo epico, con quella lingua scintillante, in bilico fra la più alta tradizione dei cantari e il filo indissolubile che lega la poesia al popolo. ma il racconto scenico aggiunge molto di più.
cristicchi e benvenuti danno spessore alla voce di un uomo che ha visto e vissuto la storia scottandosi indelebilmente, sporcandosi la vita con ricordi incancellabili, cercando spiegazioni impossibili, portando dentro gli occhi visioni inimmaginabili, in un inferno personale che di certo non si è esaurito col ritorno alla normalità, ma che, anzi, si è dilatato all'infinito, come accade a chiunque sia stato dove l'uomo non dovrebbe essere mai: nello spazio indicibile ed assurdo della guerra.
cristicchi è solo in scena, e si fa possedere dalla voce di elia, uno dei pochi superstiti dalla ritirata di russia. ma è evidente che, dentro quella voce, così riconoscibile, così romanesca, così popolare, stanno nascoste le voci senza suono di tutti i morti, i dispersi, i ragazzi che un potere follemente miope mandò a morire, in quell'anno sciagurato.
la faccia lunare e drammatica dell'attore non perde niente della sua individualità. persino i capelli, gli occhiali, sono gli stessi dentro e fuori scena. solo 'i panni sudici di guerra', come quelli di ungaretti ne 'i fiumi', sono quelli dell'esercito del tempo. perché chi parla vuole che ciascuno di noi lo riconosca, contemporaneamente, dentro e fuori dalla scena. perché chi parla vuole che ciascuno di noi riconosca in lui la presenza dei tanti, dei troppi, uomini, che, in ogni epoca, hanno perso la vita in guerra. e si riconosca fratello di ognuno di quei morti, da qualunque parte fossero morti.
quello che non si trova in rete è il silenzio raccolto ed emozionato. è l'eco degli applausi che sciolgono il gelo del cuore alla fine del racconto. è una collana di pensieri di vita, al termine di uno scenario di morte. è il viso di mio figlio che mi dice 'grazie perché mi hai dato l'opportunità di vedere la storia'.
diffidiamo degli artisti con gli occhiali da sole. gli occhi degli artisti sono un mondo inaccessibile comunque. pleonastico nasconderlo dietro occhiali scuri. e inutile pretendere di esplorarlo. perciò mettiamo i nostri occhi negli occhi degli artisti, e perdiamoci nelle loro traiettorie sghembe, alla ricerca della poesia e di qualche emozione di riflesso. perciò innamoriamoci degli occhi degli artisti, che sanno già fin da prima che noi non riusciremo a comprendere fino in fondo quello che provano, ma che non rinunciano a condividerlo, comunque.
gli artisti dietro occhiali da sole nascondono, forse, solo una congiuntivite. ma, forse, anche la paura di rivelare il loro vuoto. gli artisti dietro occhiali da sole sfuggono dall'intimità oscena col loro pubblico, che fruga fra i loro battiti di ciglia, per cogliere una vibrazione fuggita via per sempre. gli artisti dietro occhiali da sole vorrebbero avere più carisma e sintomatico mistero (cit.), ma si fermano al di qua dell'intenzione, come un fascio di luce riflessa.
gli occhi dell'artista cantano, raccontano, evocano, si annebbiano, inseguono sogni o incubi, li vedono musica, parola, gesto, prima ancora che questi compaiano. gli occhi dell'artista, quando si chiudono, lo fanno perché non sopportano la profondità del mondo in cui si immergono. o perché non sopportano la superficialità del mondo da cui fuggono.
i clandestini ascoltano incrociano le parole e gli sguardi hanno dante davanti, ma negli orecchi queste e quelle canzonette che, certo, sono solo canzonette, ma quanto vere
lo spazio si riempie di senso non c'è più differenza fra il fuori e il dentro fra il letto e l'ascoltato fra lo ieri e l'oggi fra il nord e il sud
i volti si fanno scuri il planh ha centrato ancora l'obbiettivo
giusto per non restare senza parole ascoltiamo chi le parole, le ha trovate.
e c'è l'emilio. l'emilio si perde. l'emilio si ritrova nelle stanze degli altri.
l'emilio non sta fermo. l'emilio si blocca, e fissa senza guardare per lunghi minuti, e non importa se quello che sta fissando sia cosa, pianta, persona. lo fissa con la stessa formidabile intensità, come se volesse insieme entrarci dentro, o fuggirne.
l'emilio parla poco. l'emilio, quando parla, sgrana un rosario di vocalizzi incomprensibili, e una frase non ha mai, mai, senso compiuto. a volte inizia con un senso, e si perde in parole sconnesse, o inventate. altre volte succede il contrario. ma sempre, sempre, chi lo ascolta resta come incantato dalla nenia che la sua voce sciorina, dal suo linguaggio segreto.
l'emilio ha una moglie, e una figlia, che, quando non ci sono, cerca, e che, quando ci sono, non riconosce.
l'emilio faceva il meccanico, montava e smontava automobili. ora monta e smonta le parole e i pensieri, ma nessuno si rimette in moto.
l'emilio prende per mano tutti, ma evita le persone in divisa. i medici, le infermiere, gli inservienti.
l'emilio ha un ricordo, che però non sa dimenticare. ed è un ricordo che sa di divisa, di prigione, di lager.
l'emilio è stato in un lager. e, ogni tanto, piange.
slava ha sei e sessant'anni slava è uomo e donna e si parla e si risponde con un telefono di peluche slava ha sei ombre diverse da lui che lo seguono e cantano blue canary
slava fa di un letto una barca, e di un cappotto la sua innamorata slava trasforma la carta in neve, e ti intrappola in una ragnatela grande come un teatro
slava conosce il teletrasporto, ma non nello spazio slava teletrasporta nel tempo, nel tempo stupito dell'infanzia slava evoca i sogni e le paure, e trasforma queste in quelli
slava prende di mira le regole, e le abbatte col suo fucile di fantasia slava non ride quasi mai, ma fa ridere il cuore slava travolge con una tempesta di vento e di neve, che non sembra vera, ma lo è
slava se ne va, lasciandoti un po' di carta e di fili sulla giacca e un po' di nostalgia per un eden perduto nel cuore.
immaginate un posto in riva al lago, fra una villa antica e una struttura moderna, immerso in un parco secolare. e immaginate che questo posto sia pieno di musica. di gente che fa musica. che vende musica, che ci vive e ne parla. di gente che fa fatica a vivere con la musica, ma che senza musica morirebbe. immaginate un palco, in quel posto in riva al lago. e sotto il palco cinquecento ragazzi. ma sopra il palco altri ragazzi, che cantano, suonano, duettano con un cantautore affermato, ricevono i suoi incoraggiamenti, e senza vincere altro che il luccichio dei loro occhi. immaginate che questo accada in una normale mattinata di lezione, e che il provveditore agli studi dia la sua benedizione, e che i professori applaudano, e che si siedano vicini ai loro studenti, sul parquet, sotto il palco. http://www.youtube.com/watch?v=iRyEkBUPkS4
poi pensate che questo è accaduto, per un giorno, a cernobbio. e io c'ero.