lunedì 2 gennaio 2012

malfermo_12

e c'è il carluccio. tra poco, 72 anni. giovane, dicono. ma cinque anni fa il cervello ha fatto clic. da allora, si accende e si spegne.
quando è acceso, ricorda chi è, dove sta, perché, come.
quando è spento, deve ricominciare tutto daccapo. saluta tutti come fosse la prima volta, si presenta come se nessuno lo conoscesse, si guarda attorno come se stesse in un posto nuovo.
ogni giorno lancia una pallina sulla roulette del suo cervello. la pallina si ferma. acceso / spento.
ogni giorno come se rinascesse. nuovo o vecchissimo. sanissimo o malato.
il carluccio sorride sempre, però. forse proprio perché non sa dove si fermerà la pallina, respira la vita col sorriso di chi non ha nulla da perdere.

venerdì 25 novembre 2011

alla stagion dei fiori



sono seduta sul tuo letto, papà,
e ti canto questo pezzo,
ricordiamo insieme lo sferisterio, macerata, l'opera, e le serate serene, piene di musica ed estate.

canto, e tu mi segui con gli occhi opachi e lucidi di emozione.
canto, e tu mi dici senza parlare le cose che voglio sentirmi dire.
canto, e tu mi ami come sempre, più di sempre.

la tua opera preferita, cantata in un tardo pomeriggio di una fine vita, da me, che do voce alla tua voce.
lo so, che mi segui. che canti quello che canto.
e insieme capisco che, con te, mi sarà strappata via per sempre una collana di ricordi emozioni esperienze momenti posti facce, che. non. potrò. più. condividere. con. nessuno.

giro la testa, nascondo gli occhi rossi.
poi, li fisso, con coraggio, nei tuoi.
e tu: 'ti voglio bene', mi soffi in faccia.

ci lasceremo alla stagion dei fiori...

mercoledì 16 novembre 2011

i gesti precisi

(foto Roberto Sasso)

i gesti precisi sono quelli che medicano l'anima.
di gesti precisi si ha sempre bisogno, soprattutto in tempi di incertezza, di pressappochismo, di sciatteria.
si ha bisogno di cura, di attenzione, di esattezza.

così, quando Bob Dylan, lunedì scorso, ha infilato il microfono nell'asta con un gesto preciso, l'anima si è portata via quell'immagine per custodirla nella memoria.
uno dice, eddai, infilare il microfono nell'asta, che sarà mai, tutti lo fanno.

se è per questo, tutti gli artisti fanno concerti, cantano e suonano.
ma lunedì scorso Dylan lo ha fatto con un'esattezza, e insieme un'energia, un entusiasmo, una potenza, che hanno lasciato prima stupiti, poi esaltati, infine riconoscenti.

gesti precisi, come quel tocco esatto alla chitarra, come quel suono potente della voce, come quel leggero passo di danza, o quel mezzo sorriso mentre Knopfler ricamava note come se cantasse.

eravamo sopra di loro, proprio sopra il palco. posizione benedetta da chi vuole cogliere anche l'umanità di chi è sul palco, e non solo godere della prestazione.
la prospettiva laterale esalta la perfezione dei gesti, quando ci sono. perché li sa cogliere tutti nella loro intensità, proprio mentre accadono. e Dylan ha il potere di fare accadere le cose con precisione, farsele sbocciare nel breve percorso fra mente e voce, fra mente e mani.

Giorgio, la mattina dopo, impastato di sonno e adrenalina, mi ha detto: 'ho già voglia di tornare a vedere Dylan'.
ah, la nostalgia per quei gesti precisi, di cui abbiamo, tutti, bisogno.

domenica 30 ottobre 2011

quando parla Baricco

"Leggiamo libri perché ci cambiano la vita. Leggiamo libri perché ci conducono alla verità.
Leggiamo libri perché impariamo un sacco di cose.
Leggiamo libri perché ci troviamo i nostri sentimenti.
Ma scriviamo libri, ogni tanto, con un'altra idea.
Scriviamo libri e quel che facciamo è: scegliere tra quanto di più raro c'è nell'universo e di più caro c'è nel nostro animo.
E lo lavoriamo con le mani in un materiale affascinante, che sono la lingua, le parole, il suono delle parole, il respiro della storia. Ci piace lavorarlo con le mani.
E tutto questo solo perché vogliamo testimoniare di che cosa è capace un certo genio umano. E per esprimere in qualche modo il gusto di un maestro. Di quel maestro che in quel momento siamo noi.
Niente più di questo. Ma niente, niente, meno di questo."




ogni tanto, quest'uomo entra nella mia vita. lo fa nei momenti più necessari, e sono tutti connessi a questioni molto private.
quando quest'uomo entra nella mia vita, è perché io gli apro.
quasi mai sono stati i suoi romanzi.
quasi sempre sono state le sue parole, dette in giro, lasciate cadere con apparente nonchalance, eppure così precise, che mi arrivavano dritte a un punto preciso del cuore.

questa volta, quello che quest'uomo dice non è quello che sta dicendo.
questa volta, quello che quest'uomo dice è quello che sto dicendo io, anche senza parlare.
quello che voglio, di cui ho bisogno, respiro di un lampo in un momento di buio.

domenica 2 ottobre 2011

le chic et le charme



la piccola donna saliva le scale della sua casa, e fra un pianerottolo e l'altro faceva oscillare la borsa di carta con dentro un libro, e dentro il libro, su una pagina bianca, due parole e una firma.

la piccola donna saliva le scale, ma non faceva fatica.
aveva appena parlato a Paoloconte. dopo una trentina d'anni di ascolti e sogni, dopo una serie di concerti, l'ultimo dei quali il giorno prima, dopo aver intrecciato i suoi ricordi più intimi alle sue note, si era fatta largo in mezzo alla timidezza e alla gente in cerca di una foto improbabile, e gli aveva porto il libro, piantandogli gli occhi negli occhi e scoprendoli sorprendentemente chiari e giovani.
'la ascolto da quando ho orecchie e cuore...grazie, davvero'.
e Paoloconte, nel mezzo della timidezza e della gente, le aveva risposto: 'no, grazie a lei', con un sorriso che scivolava lungo tutto il pentagramma della sua vita, la sua e quella della piccola donna.

la piccola donna apriva la porta del suo appartamento di periferia, così lontano dalle atmosfere esotiche del Mocambo, così vicino a quelle di Stradella. era domenica sera, appunto.
ma nel cuore risuonava l'eco del concerto impeccabile della sera prima.
ma nel cuore risentiva le parole della sua filosofia


ma nel cuore brillavano le lacrime di emozione su questo pezzo



due parole, una firma.
la piccola donna sorrideva. e si sentiva grande.

martedì 13 settembre 2011

primogiorno

non correre.
lo so che non puoi sentirmi, e non ti sei neanche voltato a guardare se ti stessi guardando.
tu, che, col tuo zaino delle medie già zeppo di libri del liceo, corri a prendere il bus, il primo bus scolastico della tua vita.
tu, che, col tuo sorriso indistruttibile, mi hai detto 'ho già voglia di conoscere...fatti non foste a viver come bruti, no?'.

però non correre.
lascia che imprima nella mente l'immagine di te, figurina blu contro il sole che sta sorgendo dietro alla collina, di te, giovane ragazzo teso a 'prendereilbus', unica tua preoccupazione, da oggi, per sei mattine su sette, per cinque anni.

e, quando l'avrò impressa, lascia che asciughi una lacrima.
che, sai, le mamme la mattina sono tutte un po' psicolabili.
poi, scompari pure.

sabato 10 settembre 2011

undici nove

Foglio, penna, tavolo.
Torta, pasticcini, quante bottiglie di bibite? Ci vorranno anche dei salatini, delle pizzette, dopo tutto è una festa per bambini, anche se tu hai solo un anno, ci sono tutti gli amichetti di tuo fratello, no?
E i palloncini colorati? Certo…poi devo prendere il festone dell’anno scorso, così addobbiamo il salotto.
Piccola Giovanna, quanto futuro hai davanti. La vita sembra leggera, soffice, in questo pomeriggio di metà settembre e di inizio scuole.
Suona il telefono. E’ tuo padre. “Accendi la televisione.” – “Giornata pesante in ufficio, eh? Cosa fate adesso, vi mettete a guardare la tivvù?” – “Accendi la televisione, Laura.”
Il tono è serio. Quasi allarmato. Mi allarmo anch’io, di conseguenza.
“Cosa c’è? Perché devo guardare la televisione adesso?”
Ma intanto ho acceso. Uno, due, tre, quattro canali. Danno tutti lo stesso programma. Le Torri Gemelle, tutte e due, belle, ce le avevo anche su un poster, nella mia cameretta di adolescente, quando andare in America per noi significava andare a New York, Mecca occidentale di giovani innamorati della cultura e della musica beat. Warhol, Lou Reed, Patti Smith, Greenwich Village, e poi Martin Luther King, Kennedy, il sogno.
Le Torri Gemelle, però, oggi non sono come erano sul poster. Esce del fumo. Sono ferite.
“Ma cos’è successo? Una fuga di gas? Un incidente?” – “No. Due aerei. Addosso. Apposta. Un attentato. E’ la guerra, Laura.”
Una guerra in America. Mai successo dai tempi di quella d’indipendenza. L’avevo vista solo in un film, ‘Independence day”, ma lì era l’attacco di alieni. Ed era un film.
Quello che vedo ora è reale. Eppure così magnetico. Perché passa attraverso un piccolo schermo, perché supera ogni immaginazione, perché mi costa un enorme sforzo pensare all’odore di corpi bruciati, al suono delle urla di terrore, alla polvere che si starà spargendo ovunque, al gusto acre che sentiranno in bocca quegli uomini e quelle donne che posso solo vedere. La privazione di quattro sensi su cinque mi paralizza. Capisco cosa sia successo solo quando vedo una torre crollare, e quello che sembrava un fermo immagine improvvisamente si anima. I commenti, solo allora, prendono un senso compiuto. Perché realizzo che, insieme a quella torre, dentro a quella torre, stanno crollando centinaia di vite, e con esse anche un pezzo del sogno americano, anche del mio.
Istintivamente mi stringo a te, piccola Giovanna dal futuro non più così tanto leggero. E la lista che stavo stilando mi restituisce l’incommensurabile sensazione di essere una privilegiata, ad essere qui, con te, al sicuro, in questo ‘sicuro’ così precario e fragile, davanti a uno schermo – specchio, che riflette tutta l’immensa fragilità dell’uomo.