un ex alunno, in genere, rifugge da qualsivoglia contatto con la sua ex scuola. invece questo ex alunno mi ha preparato una sorpresa. credo mi piacerà.
Libreria Torriani: LORENZO MORANDOTTI E LAURA BIANCHI AD ASSO 24 OTTO...: Evento organizzato dall'Assessorato alla Cultura Comune di ASSO in collaborazione con la Libreria Torriani di Canzo: VENERDI' 24 OTT...
mercoledì 22 ottobre 2014
martedì 16 settembre 2014
Domo arigatô goizaimasu, Mr. Hayao
“Le vent se lève! . . . il faut tenter de vivre!
L'air immense ouvre et referme mon livre,
La vague en poudre ose jaillir des rocs!
Envolez-vous, pages tout éblouies!
Rompez, vagues! Rompez d'eaux réjouies
Ce toit tranquille où picoraient des focs!”
Ci salutiamo così, Mr. Hayao. Con i suoi amati aeroplani, un
po' di Italia, il Giappone, una storia di amore tanto concreta quanto magica, gli anni Trenta, la cultura europea, la
musica, la poesia e l’arte. Ci salutiamo con un eroe piccolo e mediocre,
incerto e debole, toccato dalla grazia di un sogno, al quale sacrifica la
bellezza della realtà, eppure tanto simile a noi, precari equilibristi sull’ala
di un aeroplano, che trasporta la nostra vita.
Ci salutiamo con un racconto in movimento, non solo aerei,
ma anche treni, automobili, biciclette, autobus, battelli, navi. Con personaggi
che non si fermano nemmeno quando sembrano immobili, che si trasformano
incessantemente, trascinati dallo stesso scorrere dell’esistenza, dal vento del
vivere. E Lei, Mr. Hayao, che ha goduto di ben oltre un decennio di creatività,
decide di salutarci così, prima di posare la sua matita, e intanto guida coi
suoi tocchi esperti i personaggi, colora i paesaggi di forza e vibrazioni,
regala ai nostri occhi il concretizzarsi di una visione appena percepita, e
subito svanita, impalpabile come un fotogramma.
Ci salutiamo con la suprema sintesi della sua Arte, fatta
della stessa materia dei sogni; creare, rischiare di perdere qualcosa o
qualcuno, isolarsi dalla realtà, sì, può valere la pena. Vale la pena.
Un inchino deferente con il capo, Mr. Hayao. E grazie. Per Ponyo,
Porco Rosso, Mononoke, Arietty, Sen e Chihiro, e tutti i personaggi che, dalla
sua matita, ora vivono con noi.
venerdì 5 settembre 2014
Sick lit? Ma per favore
La malattia.
Il dolore.
La morte.
La vita.
L'amore.
Di cosa si vive, e si muore? Di questo, in fin dei conti.
Parlarne, scriverne, farne arte, aspirazione eterna.
E lasciare qualcosa oltre sé, dopo sé, dopo che si è passati oltre, o svaniti nel nulla.
Exegi monumentum aere perennius. Orazio.
E forse io solo
so ancora
che visse. Giuseppe Ungaretti.
Che tu sei qui,
che la vita esiste e l’identità, Che il potente spettacolo continui,
e che tu puoi contribuire con un verso. Walt Whitman.
Sono innamorato di te, e so che l'amore non è che un grido nel vuoto, e che l'oblio è inevitabile, e che siamo tutti dannati e che verrà un giorno in cui tutti i nostri sforzi saranno ridotti in polvere, e so che il sole inghiottirà l'unica terra che avremo mai, e sono innamorato di te. John Green.
Ci sono due ragazzi, che sanno di dover morire presto. Abisso misterioso e insondabile, tremendo, orrorifico. Loro ci guardano dentro, senza coraggio, con la sfrontata incosciente ironia degli adolescenti. Piangono poco, ma solo perché non perdono tempo a piangere. Sono troppo occupati ad amare la vita, ad amarsi.
Parlano, si baciano, ridono, camminano sulla crosta di terra durante attimi preziosi, prima che questa li inghiotta. Non lasciano altro, oltre sé, tranne la loro storia. Anzi, lasciano qualcosa: la loro storia, immaginata da uno scrittore, resa immagini da un regista. E penetrata nel cuore e nella memoria di chi l'ha vissuta con loro.
Non vivono in un videogioco. Non hanno superpoteri. Non devono misurarsi con forze oscure dai nomi fantasiosi. Non è una distopia immaginaria, la loro. Il male ha un nome comune, e si chiama tumore. Il loro tempo è il nostro, quello dominato dall'illusione dell'eterna giovinezza e tutto teso ad esorcizzare malattie, vecchiaia, morte, nascondendole sotto il tappeto dell'apparenza, inebetendole con la chimera del possesso.
Ci sono due ragazzi, che strappano al tempo il loro pezzetto di infinito, e ne fanno un'esplosione di attimi di gioia, prima del buio, e del silenzio. Perché anche il dolore chiede di essere vissuto. E c'è una voce, che è quella dello scrittore, e poi quella del regista, che dà forma all'esplosione, per renderla, a modo suo, infinita. Per restituirla al ricordo dei lettori, degli spettatori, con la stessa intatta profonda leggerezza. Per suscitare in loro le stesse domande, e donare le stesse risposte.
E la chiamano sick lit. Ma per favore. Basta con la mania di catalogare tutto, di vedere ovunque cinica speculazione. Chi ha vissuto con malati terminali conosce la loro disperata vitalità, la forza senza coraggio, la tenacia dell'attaccamento all'esistenza e al suo senso.
Che sia questo, proprio questo, il significato del successo di un libro, e di un film, che parlano, finalmente, di morte, dolore, malattia, amore, vita?
martedì 22 luglio 2014
Old man
Aria . Il soffio del vento.
Acqua. Le gocce della pioggia.
Fuoco. I lampi dei fulmini.
Terra. La terra madre, che tutto riceve.
Umile nella sua forza,
forte nella sua dolcezza,
dolce nella sua umiltà.
Il vecchio uomo guarda.
I fulmini cadono sulle colline,
fruste di fuoco a colpire le vigne.
Il vento scuote i noccioli,
con raffiche febbrili tormenta i tralci.
La pioggia lecca i filari,
liquida lingua obliqua sulle dune verdi.
La terra è madre,
e i suoi figli gridano "NO RAIN!",
memori di ere lontane,
quando erano vergini e ingenui,
e potevano credere nei sogni.
Ma il tempo della pace e dell'amore è forse finito.
Il vecchio uomo sente la pioggia, vede i lampi, è scosso dal vento,
ma percepisce altro, altrove.
I tuoni sono bombe,
i lampi sono mine,
e le gocce sono lacrime
su una terra senza pace.
Il vecchio uomo si prepara.
Indossa una maglietta nera
con una scritta bianca:
EARTH.
A quale terra appartiene?
E di quella terra, è figlio o orfano?
Il vecchio uomo imbraccia la sua arma,
che spara note,
e sa fare male, scuotere, suscitare dubbi ed emozioni.
Sente che in questa sera di guerra e tuoni,
in questo paese sospeso nel tempo,
è tempo di parlare di amore al tempo della guerra.
Quando inizia a suonare, e cantare,
vuole che gli occhi di tutti non cerchino lui, ma il cavallo che corre libero dentro ciascuno.
Chi ci riesce, alza lo sguardo,
e trova tre stelle.
La voce del vecchio uomo s'intreccia con quella di due donne, dolente ricordo di popoli violati e amati, presenza viva di madre terra, da proteggere, forza umile della musica e della vita, nonostante le tempeste e le violenze. E la chitarra racconta la storia di tutti, odioamore, guerrapace, solepioggia, yinyang. Ma insieme suggerisce il modo per renderla eterna.
Inchiodare le note alla caducità di un istante, rivelandole in tutta la loro fragilità perfetta. Costringere chi le ascolta ad accoglierle così, umilmente, come può ricevere la pioggia, e il vento, e i tuoni, e il sole, un grappolo d'uva, aggrappato al suo tralcio, affondato nella terra di una collina. Pronto ad essere strappato di lì a poco, ma, intanto, vibrante di splendore, vita, profumo, e umore.
Il vecchio uomo si piega in avanti. Nemmeno lui riesce a contenere tanta bellezza. Però, però, la crea.
Altrove, una donna fa lo stesso. Però, però, lei crea lacrime, e pensieri.
E, adesso, parole.
Acqua. Le gocce della pioggia.
Fuoco. I lampi dei fulmini.
Terra. La terra madre, che tutto riceve.
Umile nella sua forza,
forte nella sua dolcezza,
dolce nella sua umiltà.
Il vecchio uomo guarda.
I fulmini cadono sulle colline,
fruste di fuoco a colpire le vigne.
Il vento scuote i noccioli,
con raffiche febbrili tormenta i tralci.
La pioggia lecca i filari,
liquida lingua obliqua sulle dune verdi.
La terra è madre,
e i suoi figli gridano "NO RAIN!",
memori di ere lontane,
quando erano vergini e ingenui,
e potevano credere nei sogni.
Ma il tempo della pace e dell'amore è forse finito.
Il vecchio uomo sente la pioggia, vede i lampi, è scosso dal vento,
ma percepisce altro, altrove.
I tuoni sono bombe,
i lampi sono mine,
e le gocce sono lacrime
su una terra senza pace.
Il vecchio uomo si prepara.
Indossa una maglietta nera
con una scritta bianca:
EARTH.
A quale terra appartiene?
E di quella terra, è figlio o orfano?
Il vecchio uomo imbraccia la sua arma,
che spara note,
e sa fare male, scuotere, suscitare dubbi ed emozioni.
Sente che in questa sera di guerra e tuoni,
in questo paese sospeso nel tempo,
è tempo di parlare di amore al tempo della guerra.
Quando inizia a suonare, e cantare,
vuole che gli occhi di tutti non cerchino lui, ma il cavallo che corre libero dentro ciascuno.
Chi ci riesce, alza lo sguardo,
e trova tre stelle.
La voce del vecchio uomo s'intreccia con quella di due donne, dolente ricordo di popoli violati e amati, presenza viva di madre terra, da proteggere, forza umile della musica e della vita, nonostante le tempeste e le violenze. E la chitarra racconta la storia di tutti, odioamore, guerrapace, solepioggia, yinyang. Ma insieme suggerisce il modo per renderla eterna.
Inchiodare le note alla caducità di un istante, rivelandole in tutta la loro fragilità perfetta. Costringere chi le ascolta ad accoglierle così, umilmente, come può ricevere la pioggia, e il vento, e i tuoni, e il sole, un grappolo d'uva, aggrappato al suo tralcio, affondato nella terra di una collina. Pronto ad essere strappato di lì a poco, ma, intanto, vibrante di splendore, vita, profumo, e umore.
Il vecchio uomo si piega in avanti. Nemmeno lui riesce a contenere tanta bellezza. Però, però, la crea.
Altrove, una donna fa lo stesso. Però, però, lei crea lacrime, e pensieri.
E, adesso, parole.
giovedì 17 luglio 2014
Natale a luglio (Buscaday)
Resistere. Guardare lontano. Inciampare, e rialzarsi. Sempre con una
luce negli occhi, che spinge a guardare lontano, ad ampliare gli
orizzonti, e pazienza se non si vedono gli ostacoli vicini, che a volte
fanno inciampare. Avere una visione lontana da raggiungere aiuta a
continuare il percorso.
E non importa nemmeno se attorno ci sono persone che fingono di condividerla, e invece vedono solo gli ostacoli vicini, oppure sperano di avere vantaggi immediati. L'importante è guardare lontano.
Il lago di Pusiano sarà sempre lo stesso, da sabato 26 a martedì 29 luglio. Ma gli occhi che lo guarderanno saranno diversi. Occhi piovuti da ovunque, dall'Italia all'America, alla ricerca della stessa visione. Occhi adulti, che danno luce a sguardi bambini, agli sguardi che avevamo tutti a Natale, quando era festa, e arrivavano i regali attesi da tempo, e si materializzava la visione che avevamo inseguito per mesi: il giocattolo, la chitarrina, la pista, la bambola, i 45 giri erano finalmente fra le nostre mani, e noi davamo corpo ai sogni.
Ci sono persone che sanno farlo anche da adulti, ed altre che le seguono, incantate dalla loro capacità di ricreare quella stessa atmosfera di gioia gratuita e passione realizzata. E c'è da scommetterci che tutte, in quei giorni, a Pusiano vivranno emozioni simili.
Entrare nel parco di Palazzo Beauharnais. Perdersi fra le bancarelle di dischi e libri, in cui aleggia ancora la presenza densa di nicotina e umanità di Carlo Carlini. Vagare fra strumenti e spartiti, fotografie e dipinti a tema musicale. Mangiare e bere con amici che condividono lo stesso entusiasmo. Già così, Natale a luglio.
Ma c'è di più. C'è la musica pensata, scritta, vissuta e suonata davanti ai nostri occhi e alle nostre orecchie; e per una volta i sogni si accordano con la realtà. Fra i musicisti, alcuni sono compagni di una vita, altri icone lontane, che si concretizzano, altri ancora universi da scoprire. La musica pervade l'aria, scaturisce da ogni angolo, sale sul battello e va a trovare i canguri dell'isola, costruisce ponti, consolida relazioni, incrocia mondi e crea nuovi sogni, per lanciare il cuore oltre, quando questo Natale sarà finito, e i pacchetti scartati, e le luci spente, e gli ultimi abbracci consumati.
Perché la musica non si ferma. E le nostre visioni nemmeno.
E non importa nemmeno se attorno ci sono persone che fingono di condividerla, e invece vedono solo gli ostacoli vicini, oppure sperano di avere vantaggi immediati. L'importante è guardare lontano.
Il lago di Pusiano sarà sempre lo stesso, da sabato 26 a martedì 29 luglio. Ma gli occhi che lo guarderanno saranno diversi. Occhi piovuti da ovunque, dall'Italia all'America, alla ricerca della stessa visione. Occhi adulti, che danno luce a sguardi bambini, agli sguardi che avevamo tutti a Natale, quando era festa, e arrivavano i regali attesi da tempo, e si materializzava la visione che avevamo inseguito per mesi: il giocattolo, la chitarrina, la pista, la bambola, i 45 giri erano finalmente fra le nostre mani, e noi davamo corpo ai sogni.
Ci sono persone che sanno farlo anche da adulti, ed altre che le seguono, incantate dalla loro capacità di ricreare quella stessa atmosfera di gioia gratuita e passione realizzata. E c'è da scommetterci che tutte, in quei giorni, a Pusiano vivranno emozioni simili.
Entrare nel parco di Palazzo Beauharnais. Perdersi fra le bancarelle di dischi e libri, in cui aleggia ancora la presenza densa di nicotina e umanità di Carlo Carlini. Vagare fra strumenti e spartiti, fotografie e dipinti a tema musicale. Mangiare e bere con amici che condividono lo stesso entusiasmo. Già così, Natale a luglio.
Ma c'è di più. C'è la musica pensata, scritta, vissuta e suonata davanti ai nostri occhi e alle nostre orecchie; e per una volta i sogni si accordano con la realtà. Fra i musicisti, alcuni sono compagni di una vita, altri icone lontane, che si concretizzano, altri ancora universi da scoprire. La musica pervade l'aria, scaturisce da ogni angolo, sale sul battello e va a trovare i canguri dell'isola, costruisce ponti, consolida relazioni, incrocia mondi e crea nuovi sogni, per lanciare il cuore oltre, quando questo Natale sarà finito, e i pacchetti scartati, e le luci spente, e gli ultimi abbracci consumati.
Perché la musica non si ferma. E le nostre visioni nemmeno.
sabato 3 maggio 2014
Loro
Loro stanno tutti in pochi chilometri.
Sono uomini, e donne. Fanno i mestieri più diversi fra loro.Una insegna didattica della matematica. Un'altra è antropologa della differenza di genere. Una gestisce una ditta di import export. Uno disegna gioielli e li vende nel suo negozio. Un altro fa il giudice supplente.
Loro stanno tutti in pochi chilometri. Erano ragazzi e ragazze, raccolti nel periodo più propizio per le amicizie, la giovinezza. Il momento della sincerità e degli slanci, dei sogni e dell'innocenza, delle confidenze e dell'abbandono. Fiori coltivati lungo la strada, bagnati dalle tempeste dell'esistenza, fatti crescere sotto il sole dei giorni felici. Successi, sconfitte, lutti, risate, e ancora notti e vacanze e viaggi e balli, canti, sorrisi, abbracci e lacrime. Arrivederci e benarrivato, partenze e arrivi, lettere e telefonate a vincere le distanze.
Loro stanno tutti in pochi chilometri. In una città indicata dal dito sicuro del padre, dallo sguardo paziente del padre, dalla volontà previdente del padre, che preparava la medicina per curare la sua assenza, decenni prima che questa accadesse. Sono amici e figli di amici, sono amici di amici spariti, e questi sono restati, mentre di quelli nemmeno ricordo il nome. Alchimia di coincidenze, simbiosi simpatica, e riconoscersi fratelli di madre diversa, con lo stesso padre, con gli stessi occhi chiari e sinceri.
Una esplode di vita, adora ballare, cantare, e parlare senza sosta. Il tempo le ha lasciato poche tracce nella voce e nell'anima, entrambe brillanti come pezzi di quei vetri che si trovano sulla spiaggia, semplici, eppure necessari per farla splendere.
Uno fulmina con lo sguardo, occhi acuti come la sua ironia, e penetranti come la sua risata. Le mani non smettono di muoversi, impazienti, in attesa di poter esprimere la festa di allegria e colori che si agita nella mente e di farla diventare luce di oro e smalto.
Una fuma in continuazione, inquieta, e la vita è un'eterna sigaretta da aspirare, e incontri da bruciare, senza consumarli, perché la loro cenere diventa parole, libri, teorie, idee, da condividere e regalare al mondo.
Uno ha occhi in cui si specchiano l'acqua del mare e la trasparenza del cielo, e un passo indolente con cui attraversa i giorni. Sembra arrendersi agli eventi, ma li condiziona, giunco docile, che dona dolcezza e amore a chi sappia comprenderlo.
Una si tende verso la vita con la positiva energia di uno spirito indomito, e insieme con la precisione matematica di una mente lucida. Segue l’algoritmo della vita senza stancarsi mai. E insieme ne aspetta la soluzione.
Loro stanno tutti in pochi chilometri. Troppo lontani da me. Loro stanno tutti nei pochi centimetri del mio cuore. Eppure ci stanno bene, comodi. Ho impiegato una vita a far loro posto. E adesso, che volo sopra di loro, nell’ennesima partenza, li benedico con le mie lacrime, e faccio piovere con esse tutta l'energia di cui sono capace.
Loro stanno a Barcellona. La loro città. Il mio cuore.
Sono uomini, e donne. Fanno i mestieri più diversi fra loro.Una insegna didattica della matematica. Un'altra è antropologa della differenza di genere. Una gestisce una ditta di import export. Uno disegna gioielli e li vende nel suo negozio. Un altro fa il giudice supplente.
Loro stanno tutti in pochi chilometri. Erano ragazzi e ragazze, raccolti nel periodo più propizio per le amicizie, la giovinezza. Il momento della sincerità e degli slanci, dei sogni e dell'innocenza, delle confidenze e dell'abbandono. Fiori coltivati lungo la strada, bagnati dalle tempeste dell'esistenza, fatti crescere sotto il sole dei giorni felici. Successi, sconfitte, lutti, risate, e ancora notti e vacanze e viaggi e balli, canti, sorrisi, abbracci e lacrime. Arrivederci e benarrivato, partenze e arrivi, lettere e telefonate a vincere le distanze.
Loro stanno tutti in pochi chilometri. In una città indicata dal dito sicuro del padre, dallo sguardo paziente del padre, dalla volontà previdente del padre, che preparava la medicina per curare la sua assenza, decenni prima che questa accadesse. Sono amici e figli di amici, sono amici di amici spariti, e questi sono restati, mentre di quelli nemmeno ricordo il nome. Alchimia di coincidenze, simbiosi simpatica, e riconoscersi fratelli di madre diversa, con lo stesso padre, con gli stessi occhi chiari e sinceri.
Una esplode di vita, adora ballare, cantare, e parlare senza sosta. Il tempo le ha lasciato poche tracce nella voce e nell'anima, entrambe brillanti come pezzi di quei vetri che si trovano sulla spiaggia, semplici, eppure necessari per farla splendere.
Uno fulmina con lo sguardo, occhi acuti come la sua ironia, e penetranti come la sua risata. Le mani non smettono di muoversi, impazienti, in attesa di poter esprimere la festa di allegria e colori che si agita nella mente e di farla diventare luce di oro e smalto.
Una fuma in continuazione, inquieta, e la vita è un'eterna sigaretta da aspirare, e incontri da bruciare, senza consumarli, perché la loro cenere diventa parole, libri, teorie, idee, da condividere e regalare al mondo.
Uno ha occhi in cui si specchiano l'acqua del mare e la trasparenza del cielo, e un passo indolente con cui attraversa i giorni. Sembra arrendersi agli eventi, ma li condiziona, giunco docile, che dona dolcezza e amore a chi sappia comprenderlo.
Una si tende verso la vita con la positiva energia di uno spirito indomito, e insieme con la precisione matematica di una mente lucida. Segue l’algoritmo della vita senza stancarsi mai. E insieme ne aspetta la soluzione.
Loro stanno tutti in pochi chilometri. Troppo lontani da me. Loro stanno tutti nei pochi centimetri del mio cuore. Eppure ci stanno bene, comodi. Ho impiegato una vita a far loro posto. E adesso, che volo sopra di loro, nell’ennesima partenza, li benedico con le mie lacrime, e faccio piovere con esse tutta l'energia di cui sono capace.
Loro stanno a Barcellona. La loro città. Il mio cuore.
sabato 29 marzo 2014
Vivo (il tredicesimo dell'Inferno)
Piero sanguinava dalla testa.. Lui tenne ambo le chiavi del cor di Federigo. Ma gli altri erano invidiosi. E finì in una stanza buia, senza mangiare, bere, leggere, scrivere, calunniato, accecato, torturato. Lui urlava nel chiuso della prigione. Mi sentite? sto gridando da un pezzo e no, non mi sentite...
Piero sanguinava soprattutto dal cuore. Il suo cuore era giusto, innocente, ricco di fiducia negli altri. Amava la poesia, l'amicizia, e non sopportava di fare la vittima. Tutto bene, diceva, quando gli chiedevano come andava. Così così, rispondeva, quando proprio si sentiva male.
E gli amici, attorno, lo consideravano indistruttibile, orgoglioso, forte.
Lui godeva di quel loro sguardo, delle risate nella corte, delle interminabili discussioni, delle notti trascorse a recitare poesie e suonare, tutti stretti in un legame spirituale, in una scuola poetica, artistica, estetica. E lui, lì dentro, ne era l'anima.
Piero sanguinava, ed una notte, mentre lo stavano trasportando in un altrove che non voleva conoscere, un angelo nero lo spinse giù dal cavallo. La testa si infranse contro una pietra, tingendola del colore che lui più amava.
E fu libero.
"E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che 'nvidia le diede."
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