martedì 4 aprile 2017

sto su me

anno ricco,
anno denso,
emozionante,
sfiancante,
dolce e duro.
anno di lontananze e vicinanze,
di amici reali e lontani,
di conoscenti vicini e distanti,
di sorrisi nel pianto e viceversa.
anno di delusioni e illusioni e disillusioni,
di disincanti e canti.
anno di poesia e musica a intontire,
di letture e viaggi a lenire,
di pensieri e ricordi a sostenere.
anno di analisi,
di sintesi,
di ricapitolazione e di tremore.

anno di promesse non mantenute
e di sorprese inaspettate,
di immobile movimento,
stabile percorrere una china inesplorata,
di stare su me,
sulla mia anima malconcia,
su rimpianti di decenni,
su speranze sempre più corte.

anno di regali di ogni giorno,
strappati con ferocia
dalla bocca del presente.
e aprila, questa bocca, presente.
regalami l'unica dimensione in cui io sto bene,
perché scevra di ricordi laceranti
e di paure ingombranti.
aprila, questa bocca, presente.
e, giorno dopo giorno,
fammi costruire
il prossimo anno.

lunedì 6 febbraio 2017

Slàinte, Luciano


Vieni qui, che ti racconto una storia.
C'era una volta una persona gentile, che amava l'Irlanda. L'aveva percorsa in lungo e in largo, col treno.
Perché lui di treni se ne intendeva.
Trent'anni da pendolare, Legnano Milano, avanti e indietro, sull'odiosamata Trenord, a leggere leggere leggere, e ascoltare musica, ottima musica. Soprattutto irlandese.
Dal finestrino, a volte, rare volte, la campagna dell'hinterland milanese si accende di qualche sprazzo di verde. Un verde lontanissimo da quello smaltato dell'Irlanda, ma comunque a lui piaceva lo stesso guardarlo, perché coltivava nel cuore un sogno: andarci a vivere, in Irlanda, vicino a Galway, in una piccola casa rossa sul porto. L'oceano di fronte, e nel cuore la musica.


Dal finestrino della sua vita, vedeva e viveva passioni autentiche: i libri, la musica, certo, ma anche il basket, la scrittura, l'amicizia, la politica nel senso alto del termine. E i suoi compagni di viaggio apprezzavano la sua presenza, elegante, discreta, fine, sensibile, intelligente, umile e quindi grandissima.
Bello era incontrarlo ai concerti; competente, preciso, attento, senza essere spocchioso né saccente, li gustava con il piacere di una pinta di Smithwick's o di Guinness; e, poi, ne parlava con trasporto ed equilibrio insieme. Nel modo a lui peculiare, con un sorriso.

Da quando era entrato nel mondo virtuale di Facebook, i racconti dei suoi viaggi erano subito diventati un piacevole e irrinunciabile appuntamento per tutti i suoi contatti. Arguto, ironico, sapeva cogliere i minimi dettagli che rendono una situazione unica e indimenticabile, nel bene e nel male. In questo modo sapeva resistere ai disagi, alle mediocrità, agli inconvenienti del viaggio. Di qualunque viaggio.

Un viaggio non qualunque, il suo. Fino all'ultimo, vissuto con dignità suprema, forza e gentilezza.
C'era una volta Luciano Re.
No, non andare via con quello sguardo triste.
Ho sbagliato. Non c'era una volta.
C'è ancora. Nei nostri cuori.
Slàinte, Luciano.



sabato 1 ottobre 2016

Ragazzo mio (lettera a un figlio che parte)

Non sei mai stato bravo a disegnare. Una volta, in quarta elementare, ti angosciasti un intero fine settimana perché la tua maestra aveva definito "miserrimo" il tuo disegno ispirato alla Gabbianella e il gatto. Un gabbiano impreciso, i tratti di colore fuori dai contorni, niente di grave; ma era evidente che desideravi disegnare non il gabbiano perfetto, bensì la sua idea. Quel gabbiano volava verso l'alto, come un condor, in una picchiata al contrario, sprofondando nell'abisso del cielo.

Domani partirai. Andrai a studiare abbastanza lontano per non tornare ogni fine settimana, e a studiare abbastanza per non avere nemmeno il tempo per tornare. Quel disegno impreciso, ora, è la realtà. Un gabbiano in picchiata verso il futuro.
O forse, in questi anni, hai silenziosamente, consapevolmente, fatto a pezzi quel disegno. Tanti minutissimi pezzi, ognuno dei quali contiene una sfaccettatura di te.

Ci eravamo illusi, avevamo sperato, tuo padre e io, di avere per sempre il disegno completo, di comprenderlo e forse anche ammirarlo, mostrandolo ad amici e parenti. Invece, ci stai insegnando la dote ardua e misteriosa dell'accettazione, dell'umiltà. Prendiamo un coriandolo di quel disegno, e ce lo facciamo bastare. Ne osserviamo le screziature di colore, la grana del tratto, ma non riusciamo più a ricollegarlo al disegno complessivo, che ci auguriamo esista, da qualche parte nel tempo, ma che temiamo di non riuscire più a vedere.

Domani partirai in picchiata verso il futuro, esplodendo in minuti coriandoli di senso. Guardando nel fondo dei tuoi occhi colore del cielo, ci specchiamo nell'identica, trepidante, timorosa perplessità.
Noi, da terra, seguiremo il tuo volo.

venerdì 2 settembre 2016

Ragazza mia (lettera a una figlia sulla fertilità)

Hai saputo, ragazza mia, dell'iniziativa del ministro Lorenzin. Ne abbiamo parlato a lungo, ieri e l'altro ieri. In rete abbiamo letto di tutto, riso e riflettuto. Il sito http://www.fertilityday2016.it/ prima è stato aperto, poi chiuso, poi di nuovo aperto. Hai criticato le foto, ti sei stupita per l'enfasi data alla donna come quasi esclusiva attrice della creazione. Hai solo sedici anni, ma sei acuta e critica; una giovane donna che si prepara al futuro.
Hai ragione, a dire che quella campagna è (era? perché qui si dice che il ministro rivede la comunicazione) offensiva e insulsa. A dire che l'ombra del fratello del figlio unico è peggio di un film horror.
A dire che io non sono un genitore giovane, ma sono creativa lo stesso.

Ecco, a questo proposito ti voglio raccontare la mia storia.

Non mi hai mai chiesto perché mi sono sposata nel 1992, ma tuo fratello è nato cinque anni dopo, e tu tre anni dopo di lui.
Forse pensi che abbia scelto di prendermela comoda, di costruire la carriera, la vita di coppia, di fare viaggi o perfino che non volessi avere figli. No.
La verità è che ho subìto tre aborti spontanei, con relativi raschiamenti, in un anno e mezzo. Tentavo, li perdevo, semplicemente. Poi, mi hanno consigliato di lasciare riposare corpo e spirito, di fare ricerche in merito. Era tutto normale. Così, dopo tre anni, è nato tuo fratello. Poi, tu.

Ma in quei cinque anni ho provato l'ansia. La frustrazione. La speranza puntualmente negata. Gli sguardi di compatimento delle altre donne più fortunate di me. Quelli preoccupati dei nonni. Come se tutto dipendesse da me, da un mio errore, da qualche anomalia, da una colpa da scontare.
Conosco bene la stretta al cuore davanti a una pancia esposta trionfalmente, davanti a una carrozzina. Conosco il senso di esclusione dal mondo delle mamme felici. E la sensazione di emarginazione sociale.

Poi, è passato quasi tutto. E dico quasi, perché sono stata una mamma primipara ultratrentenne, costretta, con tuo fratello, a sei mesi di letto, e a 39 anni, per te, la macchina aveva immesso il dato dell'età, facendo sballare i valori di una probabile tua malformazione; così, mi sono dovuta sottoporre alla traslucenza nucale, non dormendo per due giorni, mentre tu invece te ne stavi tranquilla nel mio ventre, perfettamente sana.

E ho conosciuto di nuovo gli sguardi delle mamme giovani, all'asilo, davanti a scuola, quando arrivavo, coi miei 42 anni, a prenderti, i capelli già da tingere, le rughe e gli affanni di una vita divisa fra tuo fratello, i nonni ormai anziani da accudire e il lavoro.
Ma la vita mi ha portato fino a qui. E ora ridiamo insieme, commentiamo questa campagna insulsa, e, ben lungi dall'essere due amiche, ci ritroviamo vicine, condividendo musica, letture e gusti, nonostante i 39 anni di distanza.

Per questo, e per molto altro, mi sento offesa dai toni e dai modi di questa campagna, e non riesco a digerirla con la solita ironia.
Perché penso a P., marito sterile, o a R., che ha subìto la chiusura delle ovaie dopo tre gravidanze extrauterine, e ora padre e madre di splendide bambine adottate; a  L., I., S., K., anche loro genitori adottivi con percorsi dolorosi; a T., F., C., D., A., a cui malattie o vicissitudini di vario genere hanno impedito di diventare genitori, e che non hanno avuto modo, denaro, possibilità di affrontare il lungo percorso dell'adozione, o di avere un partner con cui costruire una coppia; a F., che sta aspettando un bambino, tremando perché non l'ha ancora detto al suo principale; a S., che ha dovuto firmare una lettera di licenziamento nel caso fosse rimasta incinta; a G., a V. orgogliosamente single, in un'epoca (che forse sta ritornando? chissà) in cui il termine era "zitella", e che hanno rallegrato e addolcito con la loro amicizia e il loro aiuto la vita di moltissime persone. Penso invece a molti altri genitori, che parcheggiano i figli coi nonni, con la tata, davanti a videogiochi o internet, che trascorrrono le vacanze mollandoli nei miniclub per non sopportarli, che farciscono di corsi la giornata dei pargoli, per non stare con loro, che danno loro tutto il necessario materialmente, ma non affettivamente, e che invece, seguendo la logica del ministro, verrebbero indicati come esempi di fertilità.

Per questo, e per molto altro, spero che la salute fisica, la prevenzione, l'educazione sanitaria, tornino ad essere al centro della campagna. Ma non a scapito della salute mentale, nostra e di chi amiamo.

Quanto a te, ragazza mia, se anche deciderai, o ti capiterà, di non diventare madre, sappi che ti si aprirà davanti un mondo di possibilità, e che starà a te coglierle al meglio.

Ti voglio bene.

martedì 24 maggio 2016

La chitarra che non si scorda

C'è stato questo momento preciso e perfetto. Questa intuizione miracolosa. Luther Dickinson scende dal palco, sembra che ci sia una pausa. Invece va al Carlo Carlini​'s corner, stacca la chitarra acustica dal muro, risale sul palco, inizia a suonarla.
"Eh, ma è scordata!", sussurra il solito criticone da bar.
No, che non è scordata. E chi se la scorda, quella chitarra. Luther in un minuto netto la sistema, la chitarra sembra riconoscere le dita, e docile si ri_corda.
Qualcuno non capisce. Qualcuno si commuove. Qualcuno mette mano alle macchine fotografiche.

Qualcuno, altrove, fumando una sigaretta, sorride.

Ed è di nuovo blues. Ed è di nuovo "ONE MORE!". E sono di nuovo decenni di passione e musica e whisky e sigarette e concerti e corse su e giù dagli aeroporti, e foto e borderò e sacrifici e soddisfazioni.

C'è stato questo momento preciso e perfetto, e nessuno meglio di Dickinson avrebbe saputo e potuto farcelo vivere. Perché, quando c'è di mezzo la musica, no, che non si può scomparire. Magari si resta appesi al muro, ma non ci si scorda. Non si può essere scordati.

And if you're feeling down and out
Tell Him what you want
Call Him up and tell Him what you want.




lunedì 4 aprile 2016

Il 5 di aprile

era il 5 di aprile
e tirava una brezza che dava un colore alla quiete
e profumo di pane alle olive


Mi tenevo la pancia, sul pullman da Olgiate Comasco a Como. Mio marito non era ancora arrivato, aveva troppo da lavorare, e mi aveva detto al telefono "tu vai, io ti raggiungo, tanto sei in anticipo di venti giorni, sarà un falso allarme, vedrai".

Sul pullman, tutti mi guardavano, O almeno, così credevo. Una donna di trentasei anni, visibilmente incinta e agitata, dignitosa nel suo cappotto blu di panno, con una borsa da clinica, con dentro una camicia da notte, una vestaglia, le pantofole con il fiocco, e qualche mutanda, perché non si sa mai.

Ero scesa, tremando. Una vita dentro di me, una vita dietro, una vita davanti.
Mi avevano visitata, subito. Signora, si fermi qui, tra poco nascerà. Si sono già rotte le acque.
Chiamare casa, mia madre, mio padre, mio marito. Vieni, vieni, lei nasce.
Non sapevo se fosse una femmina o un maschio, eppure ne ero certa. Era una femmina.

Contrazioni, contrazioni, ansia e spinta verso il domani. Dolore, sacrificio, e sofferenza costruttiva.
Guardavo fuori dalla finestra, e vedevo un ramo di ciliegio fiorito. Ne immaginavo la forza operosa, e la succhiavo, per trovare il coraggio.
Poi, era successo. E mi ero trovata in braccio una neonata, occhi grandi, capelli folti, faccia curiosa e famelica. Mia figlia. Non avevo molto da offrirle: un padre affettuoso e onesto, due nonni anziani e laboriosi, una casa dignitosa, e me stessa. Ma soprattutto, una vita tutta intera, tutta da correre e guastare e gustare.

Chissà dov'è, quella mia figlia, ora. Da dove sto, non la vedo. Ma sento che mi pensa, nel suo modo sbilenco di amare.

Laura, cinquantacinque anni fa.


martedì 12 gennaio 2016

Lazarus, o della morte nell'arte


Look up here, I'm in heaven
I've got scars that can't be seen
I've got drama, can't be stolen
Everybody knows me now
Look up here, man, I'm in danger
I've got nothing left to lose
I'm so high it makes my brain whirl
Dropped my cell phone down below
Ain't that just like me?
By the time I got to New York
I was living like a king
Then I used up all my money
I was looking for your ass
This way or no way
You know, I'll be free
Just like that bluebird
Now ain't that just like me?
Oh I'll be free
Just like that bluebird
Oh I'll be free
Ain't that just like me?

Non parlare di David Bowie il mutante. Il trasformista. La rock star. L'amico di rock star. L'anticipatore di generi, il demolitore dei generi, il costruttore e il decostruttore di modi e mode.
Non pensare allo stato di New York, che ha il bluebird nel suo stemma. Non pensare al dramma Lazarus, che si sta rappresentando a New York proprio in questi giorni .
Non accodarti al cordoglio, anche se provi un sottile dolore, nel vedere caduto il corpo anche di chi non pensavi potesse cadere, visto che non ti sembrava appartenesse alla Terra.

Guarda invece questo suo ultimo, definitivo saluto.

 

La nostra società rimuove il dolore, quando disturba. La nostra società spesso lo spettacolarizza, ma non lo affronta; invece, lo esorcizza, e vuole il lieto fine, consolatorio, appagante.
La nostra società è anestetizzata, proprio nel senso che non prova altro che sensazioni superficiali, ma non possiede il senso estetico che diventi idea, possesso per sempre, dignità e forza.

Bowie, tanto plateale, clamoroso, provocatorio nella sua manifestazione pubblica, nella sua esistenza privata degli ultimi anni ha affrontato il dolore, il cancro, la morte, con un nascondimento, una dignità e un silenzio magistrali. Salvo custodire, come ultimo dono per il mondo, quest'ultima sua opera.

La stella della vita possiede un lato nero; la vita è morte, e la vita e la morte, sorelle per sempre, ci indicano la strada. E noi, creature di questa terra o cadute dallo spazio, abbiamo il privilegio di vivere, soffrire, invecchiare, ammalarci e morire, perché di questo è fatta la vita.

Ma alcuni di noi, quelli benedetti, hanno anche la capacità di trasformare la vecchiaia, il dolore, la malattia, la morte, in arte. Ossia, in vita perenne. E non importa che quanto vediamo, o ascoltiamo, o leggiamo, sia crudo, agghiacciante, sconvolgente, realistico, drammatico, toccante, disturbante, perturbante, straziante. Importa che l'arte vinca, che affronti con dignità e coraggio la fine della vita, la sofferenza e la sua ingiustizia, per restituircele armoniose, brillanti di un cupo splendore. Noi, piccolo pubblico per un gesto immenso, ricorderemo questo dono, per il nostro personale per sempre , e lo custodiremo, senza mai capirlo del tutto.

E, dall'altrove in cui si trova la sua arte, chi ce lo ha regalato canterà...