Al netto degli sponsor indebiti,
dei visitatori da fiera gastronomica,
delle scolaresche annoiate,
degli anziani incattiviti,
dei turisti storditi,
dei fanatici dei selfie,
e al netto delle code,
del vociare costante,
della musica techno,
del cibo spazzatura,
della disorganizzazione generale,
di Expo 2015, Milano,
all'attivo resta molto.
Gli occhi dei fratelli lontani quando incrociano i nostri,
i volti pensosi degli studenti nel Padiglione Zero,
la fatica dei docenti nello spiegare e fare capire,
i sorrisi dei volontari disponibili ad aiutare,
lo zoppicare degli anziani determinati a vedere,
l'andirivieni incessante dei passi sul decumano,
lo spalancarsi degli sguardi davanti all'albero della vita,
l'annusare spezie, profumi, odori, che nessuna virtualità, mai, riuscirà a rendere interi.
E le architetture ardite, partorite dalla mente umana,
le luci della sera che accendono il luna park del mondo,
le iperconnessioni e i rimandi e il libero gioco dell'intelletto,
la storia dell'uomo, mirabilmente simile ovunque, a qualunque latitudine, in qualunque tempo,
la fantasia e la creatività nel costruire i percorsi,
gli oggetti piovuti da ogni parte del mondo, frutto delle mani di uomini e donne lontani, eppure vicini.
Siamo uno, ma non siamo gli stessi, e dobbiamo sostenerci a vicenda.
Quanti
siamo.Quanta dignità abbiamo.
Tutti lavoriamo. Amiamo. Soffriamo.
Esprimiamo la nostra gioia
e la nostra pena di essere vivi.
Creiamo arte, bellezza, cibo, cultura, emozioni.
Forgiamo sogni, che spiccano il volo dalle nostre mani, e arrivano dove mai avremmo osato.
Perché
siamo api operaie, tutte. Anche quelle che pensano di essere regine.
E,
quando finiremo noi, finirà questo grumo di acqua terra sangue e idee
che chiamiamo mondo.
Intanto, continuiamo questo sogno che chiamiamo vita.
sabato 24 ottobre 2015
venerdì 16 ottobre 2015
Orient_arsi
Migliaia? Sì, credo migliaia. Jeans, Converse, zaini, piumini, brufoli e occhiali.
Migliaia a cercare di capire, a immaginare il futuro. Hanno tredici anni, hanno diciannove anni, hanno l'età delle scelte. Tutti in una fiera, che si chiama con un nome inglese perché fa giovane. Nella fiera si vende il futuro. Negli stand non circola moneta, non ci sono bancomat né contanti. Nell'aria c'è attesa, tensione, voglia di capire, e fluttuano domande, dubbi, richieste.
Ci sono i ragazzi studiosi, che ti frugano negli occhi, a cercare una conferma, e ascoltano annuendo, certo, sì, il metodo di studio, e i compiti, l'impegno, l'organizzazione, ma c'è tempo per fare tutto?, e posso continuare il basket il pianoforte il volontariato?, imparare a imparare, ma quante ore si fanno di matematica? e il latino a cosa serve?
Ci sono i ragazzi che fingono di non essere studiosi, perché fa figo, e arrivano sbruffoni, fanno battute, ma io non sono un secchione, figurarsi, voglio studiare il meno possibile, ma c'è il gruppo sportivo?, ma intanto guardano il quadro orario e prendono l'opuscolo, ché non si sa mai.
Ci sono i genitori ansiosi, arrivano prevenuti, ma una mia amica mi ha detto che, ma è vero che ne bocciano tanti?, ma i professori sono di ruolo? e la mensa, la mensa c'è?, e intanto studiano le parole, le soppesano, incerti se credere alla prima impressione o cedere ai pregiudizi.
Ci sono i futuri universitari, arrivano sicuri di sé, o forse millantano sicurezza, ma in realtà hanno una paura fottuta del futuro. Gliela si legge negli sguardi, l'inquietudine ormonale di chi sta stretto nei panni dell'adolescente, ma quelli dell'adulto gli stanno ancora larghi, e adottano gesti maturi senza convinzione, per imitazione, sperando in un miracoloso processo di osmosi.
E ci siamo noi, al di qua degli stand, a cercare un equilibrio fra realtà e illusione, fra verità e menzogna, fra la scuola che vorremmo e quella che viviamo, fra il sogno e l'augurio. Non mentiamo, no, quando diciamo "vedrai che ti troverai bene", perché lo pensiamo davvero, ed è immensamente bello vedere sorridere il futuro dentro quegli occhi, almeno per un momento, almeno nei desideri.
Loro, noi, uniti dalla speranza.
Migliaia a cercare di capire, a immaginare il futuro. Hanno tredici anni, hanno diciannove anni, hanno l'età delle scelte. Tutti in una fiera, che si chiama con un nome inglese perché fa giovane. Nella fiera si vende il futuro. Negli stand non circola moneta, non ci sono bancomat né contanti. Nell'aria c'è attesa, tensione, voglia di capire, e fluttuano domande, dubbi, richieste.
Ci sono i ragazzi studiosi, che ti frugano negli occhi, a cercare una conferma, e ascoltano annuendo, certo, sì, il metodo di studio, e i compiti, l'impegno, l'organizzazione, ma c'è tempo per fare tutto?, e posso continuare il basket il pianoforte il volontariato?, imparare a imparare, ma quante ore si fanno di matematica? e il latino a cosa serve?
Ci sono i ragazzi che fingono di non essere studiosi, perché fa figo, e arrivano sbruffoni, fanno battute, ma io non sono un secchione, figurarsi, voglio studiare il meno possibile, ma c'è il gruppo sportivo?, ma intanto guardano il quadro orario e prendono l'opuscolo, ché non si sa mai.
Ci sono i genitori ansiosi, arrivano prevenuti, ma una mia amica mi ha detto che, ma è vero che ne bocciano tanti?, ma i professori sono di ruolo? e la mensa, la mensa c'è?, e intanto studiano le parole, le soppesano, incerti se credere alla prima impressione o cedere ai pregiudizi.
Ci sono i futuri universitari, arrivano sicuri di sé, o forse millantano sicurezza, ma in realtà hanno una paura fottuta del futuro. Gliela si legge negli sguardi, l'inquietudine ormonale di chi sta stretto nei panni dell'adolescente, ma quelli dell'adulto gli stanno ancora larghi, e adottano gesti maturi senza convinzione, per imitazione, sperando in un miracoloso processo di osmosi.
E ci siamo noi, al di qua degli stand, a cercare un equilibrio fra realtà e illusione, fra verità e menzogna, fra la scuola che vorremmo e quella che viviamo, fra il sogno e l'augurio. Non mentiamo, no, quando diciamo "vedrai che ti troverai bene", perché lo pensiamo davvero, ed è immensamente bello vedere sorridere il futuro dentro quegli occhi, almeno per un momento, almeno nei desideri.
domenica 20 settembre 2015
Il giradischi
"Mamma, ma quando fai sistemare il lettore per i vinili?" -
"Cosa? Vuoi dire il giradischi? O il piatto per gli LP, i 33 giri, gli album?" -
"Sì, quello...è lì da quando sono nata, ma non lo hai mai usato..."
Non è lì da quando sei nata. E' con me da molto prima. Uno stereo non compatto, due casse, un piatto, un amplificatore, una radio analogica, con le rotelle e la luce che illumina le stazioni, un mangiacassette e due piastre, in modo da registrare le cassette che mi prestavano, e anche i dischi, ovviamente.
Comprati tutti con i risparmi dei miei primi lavori, assemblati con cura, facendomi aiutare da un amico audiofilo. Quando ho cambiato casa, ho costruito la libreria in funzione di dove avrei potuto sistemare i miei gioielli. Aspettavo che la casa fosse vuota, per mettere sul piatto a tutto volume la musica che amavo, non solo rock, ma anche classica. E restavo lì, occhi chiusi, sdraiata sul divano, a lasciare che il mio corpo assorbisse le onde, ci si immergesse dentro, nuotasse nel suono, e riemergesse corroborato.
Poi, è arrivato il tempo del poco tempo da dedicare all'ascolto. Poi, è arrivato il tempo della musica liquida, dei cd, degli mp3, dell'ipod e del pc.
Ma il tempo è circolare, e le onde tornano. Così, il giorno del tuo quindicesimo compleanno, un amico arriva a casa, e rimette in sesto il piatto, l'amplificatore, le casse, la radio. Il mio regalo di compleanno per te.
E ti insegno i gesti che credevo di aver cancellato per sempre.
Estrarre il disco dalla custodia, con delicatezza, tenendolo per i bordi, con la punta delle dita.
Metterlo sul piatto, azionando la leva della puntina.
Alzare il volume dell'amplificatore.
Durante l'ascolto, aprire la custodia, così bella, vivace, creativa, e leggerci dentro i testi, ammirare le foto, scoprire nomi e collaborazioni.
Quando una facciata è finita, girare il disco dal lato A al lato B.
Scegliere la traccia individuando il solco più scuro e spesso.
Ad ascolto concluso, togliere il disco con altrettanta delicatezza, riporlo nella custodia, e scegliere con cura un altro disco.
La lentezza, l'attenzione, il rispetto per un'opera d'arte. Occorre avere tempo, per tutto questo. Tempo solido, concreto, per immergersi nelle onde sonore provocate da un disco di vinile.
E tu, come primo disco, scegli questo:
Ti distendi sul divano, ti guardo; e il tempo si riavvolge. Non sei più tu, ma sono io, la figurina distesa che ascolta con la custodia del disco in mano, leggendo attenta testi e note. E tutti quegli anni in mezzo si sbriciolano, in minuti frammenti sonori.
Un vecchio amico, quando lo ritroviamo, è come se ce lo fossimo sempre tenuto vicino. E il discorso riprende, naturale.
Tùffati anche tu in queste onde. Ricominciamo a nuotare.
"Cosa? Vuoi dire il giradischi? O il piatto per gli LP, i 33 giri, gli album?" -
"Sì, quello...è lì da quando sono nata, ma non lo hai mai usato..."
Non è lì da quando sei nata. E' con me da molto prima. Uno stereo non compatto, due casse, un piatto, un amplificatore, una radio analogica, con le rotelle e la luce che illumina le stazioni, un mangiacassette e due piastre, in modo da registrare le cassette che mi prestavano, e anche i dischi, ovviamente.
Comprati tutti con i risparmi dei miei primi lavori, assemblati con cura, facendomi aiutare da un amico audiofilo. Quando ho cambiato casa, ho costruito la libreria in funzione di dove avrei potuto sistemare i miei gioielli. Aspettavo che la casa fosse vuota, per mettere sul piatto a tutto volume la musica che amavo, non solo rock, ma anche classica. E restavo lì, occhi chiusi, sdraiata sul divano, a lasciare che il mio corpo assorbisse le onde, ci si immergesse dentro, nuotasse nel suono, e riemergesse corroborato.
Poi, è arrivato il tempo del poco tempo da dedicare all'ascolto. Poi, è arrivato il tempo della musica liquida, dei cd, degli mp3, dell'ipod e del pc.
Ma il tempo è circolare, e le onde tornano. Così, il giorno del tuo quindicesimo compleanno, un amico arriva a casa, e rimette in sesto il piatto, l'amplificatore, le casse, la radio. Il mio regalo di compleanno per te.
E ti insegno i gesti che credevo di aver cancellato per sempre.
Estrarre il disco dalla custodia, con delicatezza, tenendolo per i bordi, con la punta delle dita.
Metterlo sul piatto, azionando la leva della puntina.
Alzare il volume dell'amplificatore.
Durante l'ascolto, aprire la custodia, così bella, vivace, creativa, e leggerci dentro i testi, ammirare le foto, scoprire nomi e collaborazioni.
Quando una facciata è finita, girare il disco dal lato A al lato B.
Scegliere la traccia individuando il solco più scuro e spesso.
Ad ascolto concluso, togliere il disco con altrettanta delicatezza, riporlo nella custodia, e scegliere con cura un altro disco.
La lentezza, l'attenzione, il rispetto per un'opera d'arte. Occorre avere tempo, per tutto questo. Tempo solido, concreto, per immergersi nelle onde sonore provocate da un disco di vinile.
E tu, come primo disco, scegli questo:
Ti distendi sul divano, ti guardo; e il tempo si riavvolge. Non sei più tu, ma sono io, la figurina distesa che ascolta con la custodia del disco in mano, leggendo attenta testi e note. E tutti quegli anni in mezzo si sbriciolano, in minuti frammenti sonori.
Un vecchio amico, quando lo ritroviamo, è come se ce lo fossimo sempre tenuto vicino. E il discorso riprende, naturale.
Tùffati anche tu in queste onde. Ricominciamo a nuotare.
domenica 13 settembre 2015
Sogna, ragazzo
Quanti anni sono passati, da quando ho scritto queste righe? Quattro? Mi sembrano quattro giorni, ragazzo.
Intanto, tu hai corso, sofferto, studiato, suonato, letto, viaggiato con o senza me, baciato, corso, e soprattutto vissuto. Hai scritto qualche strofa di poesia, di nascosto, la notte, immaginandoti adulto, o forse lo eri, lo sei già. Hai sognato e sperato, e ti sei trovato dentro ai tuoi sogni, e hai capito che potevano diventare realtà.
Io? Io ti ho visto correre, soffrire e viaggiare. Ho sbirciato nei fogli della tua poesia, con il pudore antico che mi sono scoperta dentro, e che deve essere eredità inconsapevole. Ho taciuto e parlato, quando il cuore mi dettava le parole, per non sentirmi dentro quel peso, il terribile peso del rimorso.
E ora? Ora ti guardo correre verso il tuo ultimo primo giorno di scuola. Vedo attraverso la tua anima inquieta, carica di libri, ma anche di amore. Ricca di amici che quattro anni fa non avevi. Ricca di uno sguardo di giovane donna che ti ha illuminato i giorni. Il tuo passo è un volo leggero, il tuo sorriso è un abisso di promesse.
Questa è a volte la vita: onde immense che si frangono contro piccoli scogli; eppure l'uomo sta. fragile, ma forte.
Ti lascio andare, ti guardo volare verso il tuo ultimo primo giorno. Entrare nei tuoi sogni, sarebbe come violarli. Però, però, vorrei vederti realizzarli. Almeno qualcuno. Almeno i più belli.
sabato 30 maggio 2015
Take it easy, Brother Jackson
In punta di piedi sei entrato nella nostra vita.
Un consiglio di un amico, una sera, quando vedere la televisione aveva un senso, perché trovavamo amici che ci mettevano in tasca un disco, dicendoci "ascolta questo, a me piace, penso possa piacere anche a te", così, per amicizia, senza calcolo.
In punta di piedi, la tua voce.
Sommessa, discreta, così lontana dalle urla di quei tempi arrabbiati, la tua voce ci cantava, senza decantarla, la nostra età. Straordinariamente coetanea, la tua voce dava voce alle nostre stesse incertezze, ai sogni e ai rimpianti.
Da te abbiamo imparato ad accettare la sconfitta, a reagire con dolcezza, a non arrenderci mai. E abbiamo seguito il tuo sentiero di coerenza e impegno, guardandoti da lontano, incrociandoti dal vivo qualche volta, sempre considerandoti un punto fermo. Bob, Neil, Bruce, Warren, e te, Brother Jackson, il fratello maggiore che avremmo voluto.
http://www.mescalina.it/musica/live/27/05/2015/jackson-browne
La nostra città è un po' ruvida, ma qualcosa di buono ce l'ha. Un teatro bello e sontuoso, che tu vorresti anche in America, se non fosse che non si può costruire in serie, dici. E questo teatro ti accoglie sorpreso, mentre entri, in punta di piedi, a luci accese, come chiedendo permesso. Nessun annuncio roboante, fumi, raggi laser, sigla hollywoodiana. Solo tu, e i tuoi compagni musicisti.
In punta di piedi, la tua chitarra disegna accordi nell'atmosfera della sala, e intreccia una rete da cui pochi vogliono liberarsi. E' la rete di una vita, e una vita che ha lasciato i segni, sul tuo volto, sui tuoi capelli, sulla voce, forse anche nella tua anima. Noi ti abbracciamo, con affetto; l'affetto non si può misurare né contenere, qualcuno esagera, scusaci, siamo così contenti di rivedere la tua faccia sorridente stasera, che vorremmo trattarti come il nostro juke box personale, chiederti i pezzi che hanno segnato la nostra vita, parlarti e ringraziarti.
Tu invece sembri emozionato, preoccupato. Ti senti stanco per il cammino, non ti sembra di darci a sufficienza, ti sembra strano che conosciamo Woody Guthrie, o che riconosciamo le tue canzoni al primo accordo, che il tuo mondo e il nostro siano rimasti così coesi, vicini, simili. Sembrate arresi, indifesi, tu e la tua chitarra, e i sogni che custodisci nel cuore sgorgano lentamente, quasi con fatica.
Ecco, Brother Jackson. Rilàssati. Sappiamo il suono che hanno fatto i nostri passi in volo; abbiamo dovuto lottare, e combattere per non dimenticare compassione e comprensione. Potremmo ridere di te, e di noi, che ci ostiniamo a seguire quel percorso. Ma continuiamo a sorridere, così luminosi e chiari. Vorremmo prendere la tua mano, e dirti take it easy, it's alright, ti capiamo, abbiamo anche noi i tuoi dubbi, e quei rimpianti, eccome se li conosciamo, ma, no, che non molliamo, e sappiamo cosa prendere, e cosa lasciare.
E tu, che hai sempre avuto le antenne dritte sui cuori di chi ti segue, lo capisci, alla fine. No, non cambi la scaletta, ma metti nel saluto tutta l'energia possibile, come un maratoneta arrivato nello stadio. Ti guardi attorno, sorridi a noi, stretti sotto il palco, a cantare e saltare e ridere con te, arrivato dopo un lungo cammino, attraverso il deserto, per trovarci qui, nel sole di questo teatro, a riscoprire il senso del viaggio.
E vogliamo crederci, che non siano le solite parole, quando dici "è un posto bellissimo, vorrei tornarci qualche volta". La tua mano sul cuore non mente.
Ti aspettiamo, Brother Jackson. Sitting on corner stones, facing our failures. Ma con la forza di guardare al futuro.
Un consiglio di un amico, una sera, quando vedere la televisione aveva un senso, perché trovavamo amici che ci mettevano in tasca un disco, dicendoci "ascolta questo, a me piace, penso possa piacere anche a te", così, per amicizia, senza calcolo.
In punta di piedi, la tua voce.
Sommessa, discreta, così lontana dalle urla di quei tempi arrabbiati, la tua voce ci cantava, senza decantarla, la nostra età. Straordinariamente coetanea, la tua voce dava voce alle nostre stesse incertezze, ai sogni e ai rimpianti.
Da te abbiamo imparato ad accettare la sconfitta, a reagire con dolcezza, a non arrenderci mai. E abbiamo seguito il tuo sentiero di coerenza e impegno, guardandoti da lontano, incrociandoti dal vivo qualche volta, sempre considerandoti un punto fermo. Bob, Neil, Bruce, Warren, e te, Brother Jackson, il fratello maggiore che avremmo voluto.
http://www.mescalina.it/musica/live/27/05/2015/jackson-browne
La nostra città è un po' ruvida, ma qualcosa di buono ce l'ha. Un teatro bello e sontuoso, che tu vorresti anche in America, se non fosse che non si può costruire in serie, dici. E questo teatro ti accoglie sorpreso, mentre entri, in punta di piedi, a luci accese, come chiedendo permesso. Nessun annuncio roboante, fumi, raggi laser, sigla hollywoodiana. Solo tu, e i tuoi compagni musicisti.
In punta di piedi, la tua chitarra disegna accordi nell'atmosfera della sala, e intreccia una rete da cui pochi vogliono liberarsi. E' la rete di una vita, e una vita che ha lasciato i segni, sul tuo volto, sui tuoi capelli, sulla voce, forse anche nella tua anima. Noi ti abbracciamo, con affetto; l'affetto non si può misurare né contenere, qualcuno esagera, scusaci, siamo così contenti di rivedere la tua faccia sorridente stasera, che vorremmo trattarti come il nostro juke box personale, chiederti i pezzi che hanno segnato la nostra vita, parlarti e ringraziarti.
Tu invece sembri emozionato, preoccupato. Ti senti stanco per il cammino, non ti sembra di darci a sufficienza, ti sembra strano che conosciamo Woody Guthrie, o che riconosciamo le tue canzoni al primo accordo, che il tuo mondo e il nostro siano rimasti così coesi, vicini, simili. Sembrate arresi, indifesi, tu e la tua chitarra, e i sogni che custodisci nel cuore sgorgano lentamente, quasi con fatica.
Ecco, Brother Jackson. Rilàssati. Sappiamo il suono che hanno fatto i nostri passi in volo; abbiamo dovuto lottare, e combattere per non dimenticare compassione e comprensione. Potremmo ridere di te, e di noi, che ci ostiniamo a seguire quel percorso. Ma continuiamo a sorridere, così luminosi e chiari. Vorremmo prendere la tua mano, e dirti take it easy, it's alright, ti capiamo, abbiamo anche noi i tuoi dubbi, e quei rimpianti, eccome se li conosciamo, ma, no, che non molliamo, e sappiamo cosa prendere, e cosa lasciare.
E tu, che hai sempre avuto le antenne dritte sui cuori di chi ti segue, lo capisci, alla fine. No, non cambi la scaletta, ma metti nel saluto tutta l'energia possibile, come un maratoneta arrivato nello stadio. Ti guardi attorno, sorridi a noi, stretti sotto il palco, a cantare e saltare e ridere con te, arrivato dopo un lungo cammino, attraverso il deserto, per trovarci qui, nel sole di questo teatro, a riscoprire il senso del viaggio.
E vogliamo crederci, che non siano le solite parole, quando dici "è un posto bellissimo, vorrei tornarci qualche volta". La tua mano sul cuore non mente.
Ti aspettiamo, Brother Jackson. Sitting on corner stones, facing our failures. Ma con la forza di guardare al futuro.
martedì 26 maggio 2015
These days
Vieni qui, figlia, che ti racconto quei giorni.
Erano giorni sospesi e incantati, presi in scacco fra sogno e ipotesi, con la realtà che si faceva strada fra i dubbi e le sicurezze.
Erano giorni di amicizie, e radio a scandire il sottofondo delle nostre emozioni, radio libere, ma libere veramente, e in mezzo noi, e i nostri discorsi pesi o leggeri, l'impegno e il solco di una coerenza solo immaginata.
Erano giorni di musica, nuova, che veniva da lontano, che più lontano non si poteva. La chiamavano West Coast, ed era così sorprendente seguire il fratello Jackson che cantava i tuoi stessi dubbi, e le paure, e le emozioni, così sorprendente, che ti chiedevi come diavolo riuscisse a leggerti dentro, lui, a così tanti chilometri di distanza. A leggere l'inespresso desiderio di appartenere a un solo, grande mondo, a una sola, profonda umanità, a un solo, inquieto modo di essere, di vivere.
Erano giorni di pensieri, di aperture a prospettive inedite, e a quella voglia di cambiare tutto, che hai voglia a dire che ce l'hanno tutti i ventenni, ma no, non credere, quei ventenni ce l'avevano più degli altri, perché sapevano di avercela prima di tutti gli altri.
Erano giorni di amore e di abbandoni, di magie e di semplicità, di incanto e di mistero. Giorni di una strada tutta da consumare e vivere.
Vieni qui, figlia, che ti porto ad ascoltare Brother Jackson.
Forse, al primo accordo, capirai cosa sono stati, quei giorni.
Erano giorni sospesi e incantati, presi in scacco fra sogno e ipotesi, con la realtà che si faceva strada fra i dubbi e le sicurezze.
Erano giorni di amicizie, e radio a scandire il sottofondo delle nostre emozioni, radio libere, ma libere veramente, e in mezzo noi, e i nostri discorsi pesi o leggeri, l'impegno e il solco di una coerenza solo immaginata.
Erano giorni di musica, nuova, che veniva da lontano, che più lontano non si poteva. La chiamavano West Coast, ed era così sorprendente seguire il fratello Jackson che cantava i tuoi stessi dubbi, e le paure, e le emozioni, così sorprendente, che ti chiedevi come diavolo riuscisse a leggerti dentro, lui, a così tanti chilometri di distanza. A leggere l'inespresso desiderio di appartenere a un solo, grande mondo, a una sola, profonda umanità, a un solo, inquieto modo di essere, di vivere.
Erano giorni di pensieri, di aperture a prospettive inedite, e a quella voglia di cambiare tutto, che hai voglia a dire che ce l'hanno tutti i ventenni, ma no, non credere, quei ventenni ce l'avevano più degli altri, perché sapevano di avercela prima di tutti gli altri.
Erano giorni di amore e di abbandoni, di magie e di semplicità, di incanto e di mistero. Giorni di una strada tutta da consumare e vivere.
Vieni qui, figlia, che ti porto ad ascoltare Brother Jackson.
Forse, al primo accordo, capirai cosa sono stati, quei giorni.
lunedì 27 aprile 2015
Questo sono io ora: un peso leggero, che sta in una mano
Con la discendenza date sostegno alla stirpe:
volentieri io salpo sulla barca,
perché in tanti dei miei si prolungherà il mio destino...
Ora a te io raccomando il dono comune dei figli:
quest’ansia vive inconsunta nelle mie ceneri.
Fa’ loro anche da madre, tu che sei padre:
la mia frotta di figli ora dovrai portarla tutta al collo tu
solo.
Quando li bacerai piangenti, aggiungi i baci della madre:
il peso di tutta la casa d’ora in poi graverà su te solo.
E se avrai voglia di piangere, fallo quando sono lontani!
Quando verranno,
con asciutte guance illudi i loro baci!
A tormentarti per me ti bastino, Paolo,
le notti e i sogni in cui crederai spesso di ravvisare il
mio volto;
e quando nel segreto parlerai alla mia immagine,
parlami come s’io potessi risponderti.
Se però la casa vedrà un nuovo letto
e una prudente matrigna si assiderà nel mio talamo,
approvate, figli, e accettate le nozze del padre:
essa s’arrenderà vinta dalla vostra dolcezza.
Non lodate troppo la madre:
confrontata alla prima, essa vedrà un’offesa
nelle vostre imprudenti parole.
Ma se, nel ricordo di me, egli resterà fedele alla mia ombra
e penserà che di tanto sian degne le mie ceneri,
fin d’ora imparate ad accorgervi della vecchiaia che per lui
giunge:
per l’uomo che è solo nessuna via resti aperta agli
affanni...
Va tutto bene:
mai, come madre, io ebbi a prendere il lutto:
alle mie esequie è venuta tutta la schiera dei miei figli.
È perorata la mia causa.
Alzatevi voi che mi piangete, testimoni,
mentre grata la terra mi rende il compenso per la mia vita.
Alla mia virtù s’aperse anche il cielo:
ch’io sia degna, per i miei meriti,
che la mia ombra navighi sulle acque dei pii.
(Properzio, Elegie, IV, 11)
Properzio è l'esile filo che ci lega tutti insieme, in
questa mattina di pioggia.
Ed è giusto, e umano, asciugarsi le lacrime.
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