mercoledì 7 marzo 2012
e tirala, quella palla
sto qui, signore.
sto qui sdraiato in un letto.
ero un campo di baseball anch'io, sai.
ero azione, e urla, vittorie e sconfitte, amore e passione.
ero in movimento, sempre, ero bontà e sacrificio, in questa dura terra.
ho versato sudore e sangue e dolcezza su quella terra, signore.
ma ora sto qui, sdraiato in un letto.
la mia forza mi sta lasciando,la giovinezza è un ricordo lontano.
a volte chiedo di camminare.
a volte chiedo se i miei genitori sono morti.
a volte chiedo a mia figlia come si chiama.
ma c'è una cosa che ricordo, signore, ah, se la ricordo.
ricordo che avevo speranze e desideri, avevo forza e fede. e su questi avevo fondato il mio campo, su cui giocare.
ricordo che avevo occhi chiari e tanti capelli, camminavo dritto e nobile.
una donna minuta e forte vicina, e una storia da raccontare.
ma, signore, prima che tutto diventi cenere e polvere, prima che tutto sia spazzato dal vento, prima che spenga la luce,
fammi un favore:
dammi la forza di resistere alla mia rabbia,
dammi la forza di non farmi abbattere dalla paura,
dammi la forza di guardarti dritto negli occhi.
bene.
e adesso,
tirala, quella palla.
martedì 24 gennaio 2012
grazivano
per salutare l'ultima apparizione video di Ivano Fossati, due righe scritte anni fa. ma ancora vere, e vive.
Una notte in Italia
...è una notte in italia. in un angolo di italia, campione d’italia, per l’esattezza. ma la donna, dell’esattezza non è mai stata tanto amica. la trova insopportabile, noiosa, affaticante. tant’è vero che stasera, invece di essere a letto perchè non si sente bene, è in mezzo a 400 persone, ad aspettare che inizi un concerto. il concerto di fossati, lungamente atteso, perchè canti una canzone che le è entrata subito nel cuore, che rievoca un episodio della sua adolescenza: un parcheggio, un ragazzo, le mani di lui che sanno ancora così poco dell’amore, i seni di lei,puntati dritti sul suo cuore. e la gente che non guida mai piano. e la confusione, l’imprecisione, l’inesattezza stinta di una prima volta.
adesso la donna è in riva al lago, e pensa che anche questo è un parcheggio, anche questa è una prima volta, e si chiede cosa accadrà questa volta. i brividi a luglio. le luci sfiocano via, come arrugginite, sotto le lacrime, in questo tempo sbandato, in una notte che corre. i suoni rivelano di più di quanto dicano. improvvisamente, la donna ha una fitta al ventre, proprio là, dove inizia la vita, dove mesi prima si è spenta una vita. il futuro che viene.. a darci fiato. e la donna capisce. il futuro che viene. nel suo ventre dolente, in un parcheggio in cima al mondo, in una notte in un angolo d’italia.
chissà se ha fiato.
(non ne avrà abbastanza. ma la donna vivrà, amerà, proverà ancora, imprecisa e inesatta e imperfetta. finchè ce la farà, a prendere fra le braccia un’esistenza tremante...ma questa è un’altra canzone).
Lindbergh
una mattina presto. meno quattro a milano. una donna scende le scale del metro della stazione centrale. scende, e intanto nel suo mp3 ivano fossati canta non sono che il contabile dell’ombra di me stesso...se mi vedete qui a volare...
lindbergh sale nel cielo, la donna scende sotto terra. ma è come se volasse anche lei,perchè sa che quella discesa vale più di mille voli. difficile non è partire contro il vento, ma casomai senza un saluto...
la aspetta un pesce con le ali, volato via dal mare per annusare le stelle. lei sa che scende, e, quando ritornerà in superficie, si perderà trovandosi. ha in mano un sacchetto con due brioches al cioccolato. ne sente l’aroma. ne pregusta il sapore. e la musica la fa volare. le luci al neon diventano stelle. i visi dei passeggeri sono scie di vite.
e la vuole fare tutta quella strada.. fino al punto esatto in cui si spegne. pensa. vive. ha i brividi. ma non sono i meno quattro di milano.
Una notte in Italia
...è una notte in italia. in un angolo di italia, campione d’italia, per l’esattezza. ma la donna, dell’esattezza non è mai stata tanto amica. la trova insopportabile, noiosa, affaticante. tant’è vero che stasera, invece di essere a letto perchè non si sente bene, è in mezzo a 400 persone, ad aspettare che inizi un concerto. il concerto di fossati, lungamente atteso, perchè canti una canzone che le è entrata subito nel cuore, che rievoca un episodio della sua adolescenza: un parcheggio, un ragazzo, le mani di lui che sanno ancora così poco dell’amore, i seni di lei,puntati dritti sul suo cuore. e la gente che non guida mai piano. e la confusione, l’imprecisione, l’inesattezza stinta di una prima volta.
adesso la donna è in riva al lago, e pensa che anche questo è un parcheggio, anche questa è una prima volta, e si chiede cosa accadrà questa volta. i brividi a luglio. le luci sfiocano via, come arrugginite, sotto le lacrime, in questo tempo sbandato, in una notte che corre. i suoni rivelano di più di quanto dicano. improvvisamente, la donna ha una fitta al ventre, proprio là, dove inizia la vita, dove mesi prima si è spenta una vita. il futuro che viene.. a darci fiato. e la donna capisce. il futuro che viene. nel suo ventre dolente, in un parcheggio in cima al mondo, in una notte in un angolo d’italia.
chissà se ha fiato.
(non ne avrà abbastanza. ma la donna vivrà, amerà, proverà ancora, imprecisa e inesatta e imperfetta. finchè ce la farà, a prendere fra le braccia un’esistenza tremante...ma questa è un’altra canzone).
Lindbergh
una mattina presto. meno quattro a milano. una donna scende le scale del metro della stazione centrale. scende, e intanto nel suo mp3 ivano fossati canta non sono che il contabile dell’ombra di me stesso...se mi vedete qui a volare...
lindbergh sale nel cielo, la donna scende sotto terra. ma è come se volasse anche lei,perchè sa che quella discesa vale più di mille voli. difficile non è partire contro il vento, ma casomai senza un saluto...
la aspetta un pesce con le ali, volato via dal mare per annusare le stelle. lei sa che scende, e, quando ritornerà in superficie, si perderà trovandosi. ha in mano un sacchetto con due brioches al cioccolato. ne sente l’aroma. ne pregusta il sapore. e la musica la fa volare. le luci al neon diventano stelle. i visi dei passeggeri sono scie di vite.
e la vuole fare tutta quella strada.. fino al punto esatto in cui si spegne. pensa. vive. ha i brividi. ma non sono i meno quattro di milano.
lunedì 23 gennaio 2012
dal canada alla cascina
questa storia inizia a vancouver, canada.
oppure a poasco, san donato milanese, italia.
da ovunque la si faccia iniziare, è una storia e basta.
inizia con vite che sbandano e si riprendono, con voci che si intrecciano, con amicizie che si costruiscono con la paziente caparbietà delle cose semplici.
un alveare, uno scoglio, un accordo di chitarra.
e così succede che le vite si annodino, per una sera o per sempre, non importa. sempre o una sera sono misure di tempo relative, se la faccenda riguarda le emozioni.
il ragazzo di vancouver e quello di poasco hanno davvero poco in comune. manco parlano la stessa lingua. il ragazzo di vancouver ha ogni tanto un lampo negli occhi, che rivela quanto siano pesati i chilometri, e gli anni, le scelte, e le strade fatte per arrivare fin lì. quando parla, quando canta, senti il suo bisogno di arrivare al cuore del mondo, la sua fame di dimostrare al mondo quanta strada abbia fatto per arrivare fin lì, in quella cascina ai confini del mondo conosciuto.
il ragazzo di poasco lo accoglie nella cascina come suo nonno avrebbe fatto coi partigiani, come suo padre coi vagabondi. gli dà pane, e riso, e vino. gli dà caldo, e gente con cui stare, parlare, e cantare.
e scoprono che in comune, loro due, hanno l'essenziale. l'amore per la vita, l'amicizia, la musica.
questa storia inizia qui, oppure finisce, non si sa, non importa.
ed è una storia di musica, come sempre avviene quando Dio si ricorda dell'uomo.
ma anche di vino. una storia di_vina. in vino veritas, ma anche harmonia.
questa storia inizia con un canto di fine e di morte, ma anche di gioia e di rinascita
continua con sorrisi, e schiocchi di dita, e brevi versi sussurrati per non perdere il silenzio tutto attorno
e finisce con strette di mano e abbracci e ragnatele in cantina e vino e goodbye soon.
il mal di stomaco passa, passa il mal di mare che prende a volte nella vita, e quello che non passa e non verrà mai rotto è il circolo di amicizia ed energia.
il ragazzo di vancouver sparisce nel freddo di una notte di gennaio.
il ragazzo di poasco chiude il portone della cascina.
tutto attorno, sanno di aver lasciato magia, e tempo buono, vino, riso e risate.
lunedì 2 gennaio 2012
malfermo_12
e c'è il carluccio. tra poco, 72 anni. giovane, dicono. ma cinque anni fa il cervello ha fatto clic. da allora, si accende e si spegne.
quando è acceso, ricorda chi è, dove sta, perché, come.
quando è spento, deve ricominciare tutto daccapo. saluta tutti come fosse la prima volta, si presenta come se nessuno lo conoscesse, si guarda attorno come se stesse in un posto nuovo.
ogni giorno lancia una pallina sulla roulette del suo cervello. la pallina si ferma. acceso / spento.
ogni giorno come se rinascesse. nuovo o vecchissimo. sanissimo o malato.
il carluccio sorride sempre, però. forse proprio perché non sa dove si fermerà la pallina, respira la vita col sorriso di chi non ha nulla da perdere.
quando è acceso, ricorda chi è, dove sta, perché, come.
quando è spento, deve ricominciare tutto daccapo. saluta tutti come fosse la prima volta, si presenta come se nessuno lo conoscesse, si guarda attorno come se stesse in un posto nuovo.
ogni giorno lancia una pallina sulla roulette del suo cervello. la pallina si ferma. acceso / spento.
ogni giorno come se rinascesse. nuovo o vecchissimo. sanissimo o malato.
il carluccio sorride sempre, però. forse proprio perché non sa dove si fermerà la pallina, respira la vita col sorriso di chi non ha nulla da perdere.
venerdì 25 novembre 2011
alla stagion dei fiori
sono seduta sul tuo letto, papà,
e ti canto questo pezzo,
ricordiamo insieme lo sferisterio, macerata, l'opera, e le serate serene, piene di musica ed estate.
canto, e tu mi segui con gli occhi opachi e lucidi di emozione.
canto, e tu mi dici senza parlare le cose che voglio sentirmi dire.
canto, e tu mi ami come sempre, più di sempre.
la tua opera preferita, cantata in un tardo pomeriggio di una fine vita, da me, che do voce alla tua voce.
lo so, che mi segui. che canti quello che canto.
e insieme capisco che, con te, mi sarà strappata via per sempre una collana di ricordi emozioni esperienze momenti posti facce, che. non. potrò. più. condividere. con. nessuno.
giro la testa, nascondo gli occhi rossi.
poi, li fisso, con coraggio, nei tuoi.
e tu: 'ti voglio bene', mi soffi in faccia.
ci lasceremo alla stagion dei fiori...
mercoledì 16 novembre 2011
i gesti precisi
(foto Roberto Sasso)
i gesti precisi sono quelli che medicano l'anima.
di gesti precisi si ha sempre bisogno, soprattutto in tempi di incertezza, di pressappochismo, di sciatteria.
si ha bisogno di cura, di attenzione, di esattezza.
così, quando Bob Dylan, lunedì scorso, ha infilato il microfono nell'asta con un gesto preciso, l'anima si è portata via quell'immagine per custodirla nella memoria.
uno dice, eddai, infilare il microfono nell'asta, che sarà mai, tutti lo fanno.
se è per questo, tutti gli artisti fanno concerti, cantano e suonano.
ma lunedì scorso Dylan lo ha fatto con un'esattezza, e insieme un'energia, un entusiasmo, una potenza, che hanno lasciato prima stupiti, poi esaltati, infine riconoscenti.
gesti precisi, come quel tocco esatto alla chitarra, come quel suono potente della voce, come quel leggero passo di danza, o quel mezzo sorriso mentre Knopfler ricamava note come se cantasse.
eravamo sopra di loro, proprio sopra il palco. posizione benedetta da chi vuole cogliere anche l'umanità di chi è sul palco, e non solo godere della prestazione.
la prospettiva laterale esalta la perfezione dei gesti, quando ci sono. perché li sa cogliere tutti nella loro intensità, proprio mentre accadono. e Dylan ha il potere di fare accadere le cose con precisione, farsele sbocciare nel breve percorso fra mente e voce, fra mente e mani.
Giorgio, la mattina dopo, impastato di sonno e adrenalina, mi ha detto: 'ho già voglia di tornare a vedere Dylan'.
ah, la nostalgia per quei gesti precisi, di cui abbiamo, tutti, bisogno.
i gesti precisi sono quelli che medicano l'anima.
di gesti precisi si ha sempre bisogno, soprattutto in tempi di incertezza, di pressappochismo, di sciatteria.
si ha bisogno di cura, di attenzione, di esattezza.
così, quando Bob Dylan, lunedì scorso, ha infilato il microfono nell'asta con un gesto preciso, l'anima si è portata via quell'immagine per custodirla nella memoria.
uno dice, eddai, infilare il microfono nell'asta, che sarà mai, tutti lo fanno.
se è per questo, tutti gli artisti fanno concerti, cantano e suonano.
ma lunedì scorso Dylan lo ha fatto con un'esattezza, e insieme un'energia, un entusiasmo, una potenza, che hanno lasciato prima stupiti, poi esaltati, infine riconoscenti.
gesti precisi, come quel tocco esatto alla chitarra, come quel suono potente della voce, come quel leggero passo di danza, o quel mezzo sorriso mentre Knopfler ricamava note come se cantasse.
eravamo sopra di loro, proprio sopra il palco. posizione benedetta da chi vuole cogliere anche l'umanità di chi è sul palco, e non solo godere della prestazione.
la prospettiva laterale esalta la perfezione dei gesti, quando ci sono. perché li sa cogliere tutti nella loro intensità, proprio mentre accadono. e Dylan ha il potere di fare accadere le cose con precisione, farsele sbocciare nel breve percorso fra mente e voce, fra mente e mani.
Giorgio, la mattina dopo, impastato di sonno e adrenalina, mi ha detto: 'ho già voglia di tornare a vedere Dylan'.
ah, la nostalgia per quei gesti precisi, di cui abbiamo, tutti, bisogno.
domenica 30 ottobre 2011
quando parla Baricco
"Leggiamo libri perché ci cambiano la vita. Leggiamo libri perché ci conducono alla verità.
Leggiamo libri perché impariamo un sacco di cose.
Leggiamo libri perché ci troviamo i nostri sentimenti.
Ma scriviamo libri, ogni tanto, con un'altra idea.
Scriviamo libri e quel che facciamo è: scegliere tra quanto di più raro c'è nell'universo e di più caro c'è nel nostro animo.
E lo lavoriamo con le mani in un materiale affascinante, che sono la lingua, le parole, il suono delle parole, il respiro della storia. Ci piace lavorarlo con le mani.
E tutto questo solo perché vogliamo testimoniare di che cosa è capace un certo genio umano. E per esprimere in qualche modo il gusto di un maestro. Di quel maestro che in quel momento siamo noi.
Niente più di questo. Ma niente, niente, meno di questo."
ogni tanto, quest'uomo entra nella mia vita. lo fa nei momenti più necessari, e sono tutti connessi a questioni molto private.
quando quest'uomo entra nella mia vita, è perché io gli apro.
quasi mai sono stati i suoi romanzi.
quasi sempre sono state le sue parole, dette in giro, lasciate cadere con apparente nonchalance, eppure così precise, che mi arrivavano dritte a un punto preciso del cuore.
questa volta, quello che quest'uomo dice non è quello che sta dicendo.
questa volta, quello che quest'uomo dice è quello che sto dicendo io, anche senza parlare.
quello che voglio, di cui ho bisogno, respiro di un lampo in un momento di buio.
Leggiamo libri perché impariamo un sacco di cose.
Leggiamo libri perché ci troviamo i nostri sentimenti.
Ma scriviamo libri, ogni tanto, con un'altra idea.
Scriviamo libri e quel che facciamo è: scegliere tra quanto di più raro c'è nell'universo e di più caro c'è nel nostro animo.
E lo lavoriamo con le mani in un materiale affascinante, che sono la lingua, le parole, il suono delle parole, il respiro della storia. Ci piace lavorarlo con le mani.
E tutto questo solo perché vogliamo testimoniare di che cosa è capace un certo genio umano. E per esprimere in qualche modo il gusto di un maestro. Di quel maestro che in quel momento siamo noi.
Niente più di questo. Ma niente, niente, meno di questo."
ogni tanto, quest'uomo entra nella mia vita. lo fa nei momenti più necessari, e sono tutti connessi a questioni molto private.
quando quest'uomo entra nella mia vita, è perché io gli apro.
quasi mai sono stati i suoi romanzi.
quasi sempre sono state le sue parole, dette in giro, lasciate cadere con apparente nonchalance, eppure così precise, che mi arrivavano dritte a un punto preciso del cuore.
questa volta, quello che quest'uomo dice non è quello che sta dicendo.
questa volta, quello che quest'uomo dice è quello che sto dicendo io, anche senza parlare.
quello che voglio, di cui ho bisogno, respiro di un lampo in un momento di buio.
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