Cominciamo dalla fine:
Quando scrivo le mie storie, mia mamma mi consiglia sempre di avere ben chiaro dove voglio andare, come voglio finire. Credo proprio che quelli che hanno montato "Springsteen and I", il film che sono andata a vedere lunedì con mia mamma e mio fratello e altri amici, abbiano avuto bene in mente questa regola, perché io ho capito tutto quando ho visto la fine.
All'inizio, non capivo tanto perché, di tanti spezzoni che i fans di tutto il mondo avevano mandato per fare il film, avessero scelto proprio quelli. Ce n'erano alcuni molto tristi, come quello del bambino quasi costretto dalla mamma a farsi vedere e dire che gli piace Bruce, mentre la mamma ha una cucina tutta in disordine, che si capisce che non gli fa da mangiare per sentire Bruce (io lo chiamo Bruce, è più corto e mi sembra di conoscerlo meglio, così), oppure quello della mamma (un'altra mamma, sembrava che ce l'avessero con le mamme...), che fa ascoltare solo Bruce e niente Disney in macchina ai suoi bambini (la mia mamma mi ha fatto ascoltare anche Disney, adesso però che ho quasi tredici anni, sono io che le chiedo Bruce, e ieri le ho chiesto di fare un giro più largo in macchina per fare finire Working on the highway...), o quello che guida e si autocommuove mentre guida (certo, diceva cose belle della sua famiglia, ma alla fine, autocommuoversi, non ci ha fatto una bella figura); il peggio, una signora tutta rossa in faccia che parlava di essere stata sollevata nel bel mezzo di Jungleland e portata sul palco (e anche a me Jungleland piace tantissimissimo, la vorrei tanto ascoltare in un concerto, ma mica mi immagino di essere sollevata su...).
Insomma, non capivo perché, fra tanti spezzoni belli, di gente brava, che dice cose anche intelligenti (ne conosco anche io, di gente così, che segue Bruce ed è anche intelligente), che di sicuro avevano mandato per il film, quelli avessero scelto anche spezzoni sciocchi, di gente fanatica, come dice la mamma, e io so che fans vuol dire fanatici, ma c'è un limite a tutto...
Non che ci fosse solo quel tipo di spezzoni: c'era anche Bruce, nel film, un Bruce che non avevo mai visto: giovane! Ho capito che era stato giovane anche lui, e cantava diverso da adesso, più brillante, come se la vita non gli fosse passata sopra, ma ne avesse solo paura. E tenesse lontana la paura cantando di fede, di forza, di terra promessa, di amicizia e di amore. Ho visto Bruce di tredici anni fa, invece, l'anno in cui sono nata io, che canta Blood brothers, prende le mani di Clarence, che però non aveva lo smalto come a Torino, e di sua moglie, e canta con le lacrime agli occhi, e si vede che la vita gli è passata sopra e dentro, eppure crede ancora nelle stesse cose. Ho visto Bruce come l'ho visto io l'anno scorso, che mi ha presa in braccio ma questa è un'altra storia, il grande amico di tutti, che sa come funziona la vita e te lo spiega con un sorriso, che non vuol dire 'prendila facile', ma 'va bene così, non importa che tu sia bravo o no, sciocco o saggio, tu fai del tuo meglio, e va bene così'.
Non che ci fosse solo anche Bruce: c'erano persone con storie forti: una camionista laureata che lavora in Arizona e mette su Nebraska, forse per avere fresco nel cuore, e pensa che Bruce le ha insegnato che va bene così. Una coppia che non ha i soldi per vederlo in un concerto, ma canta e balla in cucina, perché ha capito che va bene così. Un'altra coppia che mette via i soldi e va in un teatro grande a New York, ma è in fondo in fondo, però arriva uno che li porta davanti davanti ( e io ci credo che succedono queste cose, a noi è successo a Torino). Una ragazza che scrive una lettera che sembrava scritta da noi, tanto che era giusta. Un marito che vuole così bene alla moglie che ride del fatto che Bruce fa concerti lunghi e lui li vorrebbe più corti perché non gli piace tanto (e lì non sono d'accordo, che a San Siro invece piangevo perché per me era già finito).
Insomma, mentre lo guardavo, capivo che il film, più che un film con una trama, era qualcosa come uno di quei puzzle che mi regalavano da piccola: che all'inizio è un gran caos, e ci sono pezzi brutti che sembra non vogliano dire niente, e poi invece, lentamente, si capisce che anche loro sono importanti come gli altri, perché aiutano a far prendere forma al disegno.
E il disegno è diventato chiaro alla fine. Bravi, quelli che hanno montato il film.
Qualche persona ha incontrato davvero Bruce nel camerino prima di un concerto. E lui era esattamente come lo descrivevano loro prima: un amico, un compagno buono, uno di quelli che ti sanno dare l'abbraccio al momento giusto e ti tirano su di morale perché ti dicono 'va bene così, non importa se sei fanatico intelligente emozionante squallido brillante povero ricco bravo imbranato bello brutto. Io ci sono anche per te. E la tua vita è unica, per me'.
A un ragazzo che lavorava in quello stadio, e che avrebbe pulito tutto dopo il concerto, Bruce ha messo attorno al braccio un braccialetto di cuoio: "questo è un segno di fratellanza", gli ha detto.
E' stato lì, che il film è finito. E' stato lì, che ho capito. Blood brothers. Lui, Clarence, Patti, il ragazzo, la camionista, il marito stanco, la signora esaltata, gli operai, la mamma fanatica, la mia mamma, io.
Già: che significa per me Bruce in tre parole? Fiducia. Personalità. Coraggio. Quello che voglio avere io.
mercoledì 24 luglio 2013
giovedì 4 luglio 2013
the promise
era una promessa. ti avevo detto "prima o poi ti porto nel pit,
non esiste che proprio tu, che hai visto Zurigo 81, che hai visto 5
volte San Siro, che sei andato ovunque per sentirlo, non abbia vissuto
un concerto in transenna".
era una promessa, e l'ho mantenuta. risparmiando per andarci, una piccola rinuncia dopo l'altra, finché non ho messo insieme quei soldi.
follow that dream, del resto, ce lo dice anche lui, no?
così, Michele ha organizzato il pullman, io ho comprato i biglietti per noi, ho coinvolto nell'avventura gli amici cari, e quelli che potrebbero diventarlo, e via.
così, ti regalo la raccolta di foto di questa gita del liceo, quella che tutti avrebbero voluto vivere a 18 anni, ma che, credo, non avremmo potuto vivere, a 18 anni, con tanta consapevolezza e gioia.
la sveglia all'alba, il fresco del mattino, l'ironia di Marcello e la dolcezza di Cecilia e Gabriella, la grinta di Katia, che ci salva dal parcheggio di Lampugnano (che sarebbe stato chiuso alle 4 di mattina...).
i sorrisi impastati di sonno e di aspettativa dei compagni di pullman; la tensione di Michele, organizzatore, la gentilezza di Roberto e degli altri.
le soste agli autogrill, caffé e nuvole dense di pioggia, ma "tanto noi siamo attrezzati...".
i giri in tondo attorno allo stadio, per poi scendere giusto davanti, nessuno stress per il parcheggio, per una volta ci pensano altri...
il numero sulla mano, e la foto alle mani vicine, pugni preparati ad aprirsi nell'applauso.
i panini e le risate nel centro commerciale, in attesa dell'appello.
e non piove, e non piove...
la coda per entrare, noia e chiacchiere mescolate.
la corsa per la transenna, e tu che mi mandi avanti, "scegli tu dove andare, a me va bene tutto.."
la transenna, la nostra sedia a sdraio per ore di amicizie vecchie e nuove.
e il concerto. "equilibrato", dirai tu. e come al solito hai ragione.
la qualità senza troppa quantità, l'energia di una band rilassata e divertita, che vedi che si diverte, e finalmente lo vedi veramente, non dalla percezione di realtà aumentata rimandata dagli schermi.
da qui, vedi le espressioni, l'interazione non ripresa dalle telecamere, ma reale; e la gioia aumenta.
l'essere al centro della musica, dove la musica si sprigiona, e diventa fuochi artificiali di energia e vita che scendono sui nostri cuori tornati bambini, come quel ragazzino di Napoli col suo papà, come quel bambino che si illumina di gioia quando Springsteen gli regala il suo plettro.
il suo passaggio davanti a noi, le nostre mani intrecciate, il suo sudore che si mescola al nostro, e il nostro volergli dire grazie, anche così, un grazie impastato di sudore e pioggia.
la pioggia che scende ma non dà fastidio, lui che ci si mette sotto, come a voler dire eccomi, sono anche io come voi, siamo uniti, ancora.
le lacrime mescolate nella pioggia, su 'frankie', regalo imprevisto e miracoloso.
e poi, la pioggia che cessa, ma le lacrime che scendono ancora, su the promise, su bobby jean (con la sua mano che ci indica proprio su quella frase che tanto amiamo: "well if you do you'll know I'm thinking of you and all the miles in between and I'm just calling one last time not to change your mind"...), soprattutto su thunder road, quando realizzo che siamo alla fine, ma che tutto continua.
il dopoconcerto, i commenti, il ritorno sul pullman silenzioso.
i corpi che si prendono il riposo meritato, dopo essersi presi la rivincita per tre ore, saltando, cantando, agitandosi, rabbrividendo, amando, finalmente, tutt'uno con l'anima.
l'arrivo a Milano, i saluti, e il primo chiarore dell'alba, mentre una falce di luna decora il cielo e abbiamo la certezza che we are alive, stamattina e per sempre, per il sempre che ci potranno concedere.
e sempre, sempre, la tua mano nella mia.
la promessa è stata mantenuta, la fiducia è stata ricompensata. e noi continuiamo a inseguire quel sogno.
era una promessa, e l'ho mantenuta. risparmiando per andarci, una piccola rinuncia dopo l'altra, finché non ho messo insieme quei soldi.
follow that dream, del resto, ce lo dice anche lui, no?
così, Michele ha organizzato il pullman, io ho comprato i biglietti per noi, ho coinvolto nell'avventura gli amici cari, e quelli che potrebbero diventarlo, e via.
così, ti regalo la raccolta di foto di questa gita del liceo, quella che tutti avrebbero voluto vivere a 18 anni, ma che, credo, non avremmo potuto vivere, a 18 anni, con tanta consapevolezza e gioia.
la sveglia all'alba, il fresco del mattino, l'ironia di Marcello e la dolcezza di Cecilia e Gabriella, la grinta di Katia, che ci salva dal parcheggio di Lampugnano (che sarebbe stato chiuso alle 4 di mattina...).
i sorrisi impastati di sonno e di aspettativa dei compagni di pullman; la tensione di Michele, organizzatore, la gentilezza di Roberto e degli altri.
le soste agli autogrill, caffé e nuvole dense di pioggia, ma "tanto noi siamo attrezzati...".
i giri in tondo attorno allo stadio, per poi scendere giusto davanti, nessuno stress per il parcheggio, per una volta ci pensano altri...
il numero sulla mano, e la foto alle mani vicine, pugni preparati ad aprirsi nell'applauso.
i panini e le risate nel centro commerciale, in attesa dell'appello.
e non piove, e non piove...
la coda per entrare, noia e chiacchiere mescolate.
la corsa per la transenna, e tu che mi mandi avanti, "scegli tu dove andare, a me va bene tutto.."
la transenna, la nostra sedia a sdraio per ore di amicizie vecchie e nuove.
e il concerto. "equilibrato", dirai tu. e come al solito hai ragione.
la qualità senza troppa quantità, l'energia di una band rilassata e divertita, che vedi che si diverte, e finalmente lo vedi veramente, non dalla percezione di realtà aumentata rimandata dagli schermi.
da qui, vedi le espressioni, l'interazione non ripresa dalle telecamere, ma reale; e la gioia aumenta.
l'essere al centro della musica, dove la musica si sprigiona, e diventa fuochi artificiali di energia e vita che scendono sui nostri cuori tornati bambini, come quel ragazzino di Napoli col suo papà, come quel bambino che si illumina di gioia quando Springsteen gli regala il suo plettro.
il suo passaggio davanti a noi, le nostre mani intrecciate, il suo sudore che si mescola al nostro, e il nostro volergli dire grazie, anche così, un grazie impastato di sudore e pioggia.
la pioggia che scende ma non dà fastidio, lui che ci si mette sotto, come a voler dire eccomi, sono anche io come voi, siamo uniti, ancora.
le lacrime mescolate nella pioggia, su 'frankie', regalo imprevisto e miracoloso.
e poi, la pioggia che cessa, ma le lacrime che scendono ancora, su the promise, su bobby jean (con la sua mano che ci indica proprio su quella frase che tanto amiamo: "well if you do you'll know I'm thinking of you and all the miles in between and I'm just calling one last time not to change your mind"...), soprattutto su thunder road, quando realizzo che siamo alla fine, ma che tutto continua.
il dopoconcerto, i commenti, il ritorno sul pullman silenzioso.
i corpi che si prendono il riposo meritato, dopo essersi presi la rivincita per tre ore, saltando, cantando, agitandosi, rabbrividendo, amando, finalmente, tutt'uno con l'anima.
l'arrivo a Milano, i saluti, e il primo chiarore dell'alba, mentre una falce di luna decora il cielo e abbiamo la certezza che we are alive, stamattina e per sempre, per il sempre che ci potranno concedere.
e sempre, sempre, la tua mano nella mia.
la promessa è stata mantenuta, la fiducia è stata ricompensata. e noi continuiamo a inseguire quel sogno.
martedì 4 giugno 2013
One last chance (Springsteen a San Siro)
Inizio dalla fine
Del resto, so bene come ribaltare le prospettive e i cuori. Non faccio altro, da più di quarant'anni, ormai.
Così, stasera inizio dalla fine. Inizio dall'abbraccio di San Siro, e dal mio bacio enorme. Ci stanno sessantamila cuori, nel mio bacio. Inizio dal mio ultimo sguardo a questo muro umano che si para davanti a me, arreso, potentissimo e fragile, felice e ingenuo, un unico cuore pulsante, appassionato e violentemente innamorato della vita, come me. Un unico corpo, composto di santi e peccatori, madonne e puttane, vittime tutte di un disperato bisogno di sognare, che so come trasformare in realtà.
Li guardo tutti, e so che tutti si sentono guardati, uno per uno, fin nel profondo della loro anima. So che li ho invitati a una festa di oltre tre oreemmezza. La festa sconfinata che è diventata questo concerto, l'ho pensata e voluta proprio così, portando quei cuori, e il mio, e i nostri, in una mirabolante montagna russa di emozioni.
Doveva essere una festa, questa sera, e festa è stata. Sono riuscito a fare quasi sedere a terra l'intero prato, a fare muovere l'ultimo spettatore dell'ultima fila dell'ultimo anello, a fare cantare sessantamila persone prima forte, poi piano, poi di nuovo forte, a far loro agitare le mani, ridere, tacere, ballare, saltare, piangere, godere, sospirare e gridare.
Sono stato l'amico più affettuoso, l'amante più fedele, il figlio più simpatico, il nonno più arzillo, il direttore d'orchestra più esperto, il maestro più comprensivo, il compagno di scuola più leale, il medico più competente e il confessore più comprensivo. Sono stato tutto questo, per tutte le treoremmezza, come se il tempo non fosse mai passato, da quel 1985, che mi aveva visto qui per la prima volta, e rincorrendo le stesse emozioni, ricreando la stessa alchimia. E ce l'ho fatta, esorcizzando, facendo tacere, dentro di me, il mio essere più vero. Quel ragazzo di periferia che ha seguito i suoi sogni immaginandoli reali, e facendoli succedere, prima nel suo cuore, poi nella realtà, insieme a...a chi, ora, non è qui con me.
Sono stato tutto questo, per tutte le treoremmezza, perché questo muro umano lo meritava, perché senza di lui nemmeno io esisterei così come mi penso. Gli ho regalato brandelli di felicità, spruzzati attorno come gocce d'acqua in una sera d'inizio estate, che rinfrescano e fanno subito stare meglio, anche se poi si asciugano.
Ma ora, ora che siamo arrivati, insieme, alla fine, regalo un ultimo sguardo a questo muro umano, pieno di amore e struggimento e, finalmente, nostalgia. Torno ad essere quello che sono, lo specchio dei sessantamila cuori di fronte a me, o dentro di me: arreso, potentissimo e fragile, felice e ingenuo, io lui, e lui me. Dal primo fan del pit, avvinghiato alla transenna, fino all'ultimo spettatore, in piedi nell'ultima fila dell'ultimo anello. Perché così funziona, quando i sogni sono reali.
Quando scendo dal palco, gli occhi sono lucidi. I loro, i miei. E questa è vita.
Del resto, so bene come ribaltare le prospettive e i cuori. Non faccio altro, da più di quarant'anni, ormai.
Così, stasera inizio dalla fine. Inizio dall'abbraccio di San Siro, e dal mio bacio enorme. Ci stanno sessantamila cuori, nel mio bacio. Inizio dal mio ultimo sguardo a questo muro umano che si para davanti a me, arreso, potentissimo e fragile, felice e ingenuo, un unico cuore pulsante, appassionato e violentemente innamorato della vita, come me. Un unico corpo, composto di santi e peccatori, madonne e puttane, vittime tutte di un disperato bisogno di sognare, che so come trasformare in realtà.
Li guardo tutti, e so che tutti si sentono guardati, uno per uno, fin nel profondo della loro anima. So che li ho invitati a una festa di oltre tre oreemmezza. La festa sconfinata che è diventata questo concerto, l'ho pensata e voluta proprio così, portando quei cuori, e il mio, e i nostri, in una mirabolante montagna russa di emozioni.
Doveva essere una festa, questa sera, e festa è stata. Sono riuscito a fare quasi sedere a terra l'intero prato, a fare muovere l'ultimo spettatore dell'ultima fila dell'ultimo anello, a fare cantare sessantamila persone prima forte, poi piano, poi di nuovo forte, a far loro agitare le mani, ridere, tacere, ballare, saltare, piangere, godere, sospirare e gridare.
Sono stato l'amico più affettuoso, l'amante più fedele, il figlio più simpatico, il nonno più arzillo, il direttore d'orchestra più esperto, il maestro più comprensivo, il compagno di scuola più leale, il medico più competente e il confessore più comprensivo. Sono stato tutto questo, per tutte le treoremmezza, come se il tempo non fosse mai passato, da quel 1985, che mi aveva visto qui per la prima volta, e rincorrendo le stesse emozioni, ricreando la stessa alchimia. E ce l'ho fatta, esorcizzando, facendo tacere, dentro di me, il mio essere più vero. Quel ragazzo di periferia che ha seguito i suoi sogni immaginandoli reali, e facendoli succedere, prima nel suo cuore, poi nella realtà, insieme a...a chi, ora, non è qui con me.
Sono stato tutto questo, per tutte le treoremmezza, perché questo muro umano lo meritava, perché senza di lui nemmeno io esisterei così come mi penso. Gli ho regalato brandelli di felicità, spruzzati attorno come gocce d'acqua in una sera d'inizio estate, che rinfrescano e fanno subito stare meglio, anche se poi si asciugano.
Ma ora, ora che siamo arrivati, insieme, alla fine, regalo un ultimo sguardo a questo muro umano, pieno di amore e struggimento e, finalmente, nostalgia. Torno ad essere quello che sono, lo specchio dei sessantamila cuori di fronte a me, o dentro di me: arreso, potentissimo e fragile, felice e ingenuo, io lui, e lui me. Dal primo fan del pit, avvinghiato alla transenna, fino all'ultimo spettatore, in piedi nell'ultima fila dell'ultimo anello. Perché così funziona, quando i sogni sono reali.
Quando scendo dal palco, gli occhi sono lucidi. I loro, i miei. E questa è vita.
giovedì 23 maggio 2013
Terminando nel noi
Don Gallo, scusami se ti scrivo ora. Sono arrivata in ritardo, ma del resto tu non sei nemmeno arrivato, e sì che ti aspettavo, due mesi fa. Stavi già male, ci avevano detto. Incontro rinviato, avevano detto.
Incontro rinviato, già. Eppure avevo pronto un libro da darti, e un paio di domande da porti.
Te le pongo ora, rispondimi con comodo. Abbiamo una vita, questa o l'altra non importa.
Vorrei chiederti come hai fatto a parlare di Dio senza stancarti, a indicare i fiori là dove i più vedevano solo letame, ad amare quei fiori, coltivarli, averne cura, riconoscerne i colori e il profumo, e restituirli al respiro del mondo.
Ogni tanto succede anche a me. Li so riconoscere, ogni volta in cui leggo nel brillare di quegli occhi l'inquietudine dei figli trascurati, lo strazio degli ultimi, la lacerazione degli incompresi. Ma quanto è difficile trovare le parole per riportare quei colori al destino che meritano.
Vorrei anche chiederti dove hai trovato tanta umiltà, nel restare grande anche quando ti schiacciavano, nel lasciarti parlare da Dio, nel farti attraversare da un io che termina nel noi, nel vivere quell'amore a perdere, di cui sei stato un profeta. A me non succede mai, ma so bene perché. Perché io condivido con gli uomini del mio tempo la malattia principale, l'accidia. Mentre tu te ne sei liberato subito, sgombrando il campo, facendo spazio all'invasione di uno spirito attivo, attento, attaccato alla vita e al suo amore.
Don Gallo, scusami se ti scrivo ora, e qui. Ma prendile così, queste poche righe imprecise, come un piccolo mazzo di fiori mal assortiti, deposto vicino al tuo corpo, che mi ha sempre ricordato quello, altrattanto esile, altrettanto forte, di mio padre.
In attesa di vivere l'incontro rinviato. Quando vivremo tutti la vita trasformata, mai tolta. Quando i nostri io termineranno tutti nel noi.
Intanto, grazie.
lunedì 20 maggio 2013
SpringsteEnergia
Come succede spesso per gli incontri importanti, non ricordo quale sia stata la prima volta in cui ho ascoltato un pezzo di Springsteen. Non mi ha nemmeno cambiato la vita subito, devo averlo messo idealmente fra i rocker di valore che ascoltavo in quegli anni. E ce ne erano molti, a cui ero devota, della devozione appassionata dei vent'anni.
Però, come succede sempre per gli incontri importanti, quella presenza si è fatta via via più stabile, costante; un punto di riferimento, musicale e umano, imprescindibile, nel bene e nel male, negli (innumerevoli) pregi e nei (pochi) difetti.
E, come succede sempre per le amicizie vere, poter contare su Bruce è diventata, nel corso del tempo, un'abitudine forte, una sorta di breviario quotidiano, fatto di parole intrecciate con la musica, a cui rivolgermi nei passaggi obbligati di un'esistenza.
Le amicizie vere sono rare e preziose. Poche, ma durature. E riconoscere nell'amico le stesse rughe, le stesse fragilità, ma anche la stessa coerenza, la stessa energia, è ciò che davvero rende unica l'esperienza di un'amicizia.
Per questo, e per molto altro, do il mio benvenuto a Bruce in Italia, per l'ennesimo bagno di folla, di forza, di fede in una terra promessa che è qui, ora, che è dei diseredati e dei folli, dei santi e dei peccatori, degli uomini e delle donne che conoscono la chiave per resistere su questa crosta di terra: l'energia dei sogni.
domenica 19 maggio 2013
Polvere e lacrime
Ho appena dato il mio primo bacio. E ho lo stomaco che ondeggia, come in mezzo ai marosi. La vita è questo, mi pare di capire. Ma ho quindici anni e mezzo, e ho dato il mio primo bacio, e non ragiono in modo molto lucido.
Sono in solaio con mia madre. Sta sistemando gli oggetti della casa dei nonni. I nonni non ci sono più, come si dice, sono morti. Ma ogni tanto io li sento parlare, sento mia nonna entrare nella mia camera e dirmi 'salutiamo le tortorelle sul filo!'. E sento mio nonno che mi canta le arie di opera, e mi declama il primo verso dell'Iliade. Li sento anche ora, parlottare piano, dietro all'armadio pieno dei loro oggetti.
Sono in solaio, cerco di aiutare mia madre, ma penso alla dolcezza di quel bacio. La vita mi spinge più in là, oltre la polvere di questo posto pieno di oggetti. Guardo la piccola finestra che dà sui tetti, e mi sembra di passarci attraverso, e di volare oltre.
Mia madre scarta, seleziona, legge, ricorda, apre cassetti e scatole, tiene da parte e butta. E' immersa negli oggetti, nelle fotografie, nelle lettere, nei libri, nei regali di una vita. Ogni tanto sospira. Ogni tanto esclama 'ma guarda!', e tenta di ricostruire, per me, il senso di un'esistenza familiare trascorsa senza di me.
Le vacanze in montagna, quelle in Toscana, le cartoline, e le feste di Natale, i regali, i souvenirs, ma anche le lunghe settimane di scuola, i diari, i quaderni, le bambole e le automobiline, e poi i vasi, i quadri, piatti, posate, brocche e bicchieri. Una casa. Una famiglia.
Un'onda di tempo diventato oggetti la sommerge. Le mani nere di polvere, il viso rigato di lacrime. La linea discontinua di una serie di anni diviene un filo sottile e tenace che la tiene avvinta, gli occhi persi a inseguire i ricordi che quegli oggetti contengono, e che stanno sprigionando solo per lei.
Lei scarta, seleziona, legge, e piange. Le lacrime si mescolano alla polvere, in questo addio silenzioso. E io ne sono testimone, io, con il ricordo del mio primo bacio chiuso nello stomaco a doppia mandata, che mi dà la paura e insieme la forza di assistere alla fine di qualcosa, proprio mentre inizia qualcos'altro.
mercoledì 15 maggio 2013
Cherchez la Mamme
Ma la nave non è fatta di clandestini, stanziali per cinque, sei anni al massimo, e di manovali della cultura, sempre più vecchi e sempre più in affanno, a manovrare la nave fra i marosi e le secche di un percorso accidentato.
Ogni tanto, soprattutto quando si avvicina la fineanno, sale a bordo una Mamma.
La Mamma è solitamente ben curata nell'aspetto, gentile e melliflua. Ha un approccio iniziale fra il reverente e il confidenziale, abbonda in professoressa, oppure solo prof, per la tipologia Mamma confidenziale giovanilistica.
La Mamma è chioccia protettiva; in genere innamorata del proprio Figlio, meno della Figlia, sulla quale, non potendo proiettare passioni edipiche, riversa tutte le proprie frustrazioni femminili/ professionali/ familiari/ sociali.
In ogni caso, la Mamma ha un solo scopo: che non è far promuovere il Figlio, o la Figlia. La promozione è lo strumento. Lo scopo vero è giustificare, attraverso la loro promozione, la propria personale autoassoluzione, per le debolezze, le mancanze, i vuoti educativi, i silenzi conniventi, la testa nella sabbia, lo sguardo voltato dall'altra parte, l'ipocrisia, la fragilità, il calabraghismo, il menefreghismo nei confronti dell'unico vero reale compito che compete a una mamma: e_du_ca_re. Che significa condurre fuori, non tenere dentro.
La Mamma si stizzisce quando a bordo non trova connivenza. Quando la si inchioda alle proprie responsabilità. Quando le si fanno presenti le ambiguità, le contraddizioni, le falsità.
"Sì, è vero, mio figlio è mancato a qualche compito, ma, sa, poverino, era così ansioso, mi sono anche arrabbiata, ma ha tanto insistito..."
" Lo so, è così interessata...la sua materia le piace proprio...perché non interviene in classe? Lei mi ha detto che ha paura che gli altri compagni la giudichino una leccapiedi, una secchiona; capirà, a diciotto anni queste cose fanno male..."
"Ah, studiare studia, sta sempre sui libri, non esce mai...come dice? E' assente anche nelle ore di lezione? Ma sarà perché è così stanco, sa, ha gli allenamenti; sì, lo so che ho detto che non esce mai, ma intendevo escluso lo sport..."
"Uh, mia figlia adesso è un po' distratta; capisce, è stata lasciata dal ragazzo, e ora esce per distrarsi...no,niente stravizi, ci mancherebbe, ma sa quante volte l'ho fatta cambiare prima di uscire?, però, capisce, ormai la minigonna la mettono tutti, in discoteca fino alle 4 ci vanno tutti i suoi amici...ma come fa lei a vederla su facebook? Ah, si può?"
"Adesso lei è tutta presa dai test universitari, del resto, come si fa, per entrare bisogna darsi da fare, iniziare fin da subito a competere...come? L'esame di stato? Ma lei non ha certo problemi, no?"
La Mamma mi guarda, ma non vede; mi sente, ma non mi ascolta; chiacchiera, ma non mi parla. Mafiosa omertosa complice dei capricci del Figlio, in perenne adorazione delle sue gesta, di cui conosce solo l'apparenza, ma non la sostanza, si rifiuta di crescere con lui, e, di conseguenza, di farlo crescere. Preferisce tacere, piuttosto che parlare. Toglie i paletti, quei fastidiosi paletti che impediscono un percorso liscio e quieto nella vita, prima ancora che il Figlio se ne accorga. La vita, vista da lassù, è una discesa piacevole, libera, aria fra i capelli e musica techno nelle orecchie.
Dio dei fallimenti, abbi pietà di loro.
Ogni tanto, soprattutto quando si avvicina la fineanno, sale a bordo una Mamma.
La Mamma è solitamente ben curata nell'aspetto, gentile e melliflua. Ha un approccio iniziale fra il reverente e il confidenziale, abbonda in professoressa, oppure solo prof, per la tipologia Mamma confidenziale giovanilistica.
La Mamma è chioccia protettiva; in genere innamorata del proprio Figlio, meno della Figlia, sulla quale, non potendo proiettare passioni edipiche, riversa tutte le proprie frustrazioni femminili/ professionali/ familiari/ sociali.
In ogni caso, la Mamma ha un solo scopo: che non è far promuovere il Figlio, o la Figlia. La promozione è lo strumento. Lo scopo vero è giustificare, attraverso la loro promozione, la propria personale autoassoluzione, per le debolezze, le mancanze, i vuoti educativi, i silenzi conniventi, la testa nella sabbia, lo sguardo voltato dall'altra parte, l'ipocrisia, la fragilità, il calabraghismo, il menefreghismo nei confronti dell'unico vero reale compito che compete a una mamma: e_du_ca_re. Che significa condurre fuori, non tenere dentro.
La Mamma si stizzisce quando a bordo non trova connivenza. Quando la si inchioda alle proprie responsabilità. Quando le si fanno presenti le ambiguità, le contraddizioni, le falsità.
"Sì, è vero, mio figlio è mancato a qualche compito, ma, sa, poverino, era così ansioso, mi sono anche arrabbiata, ma ha tanto insistito..."
" Lo so, è così interessata...la sua materia le piace proprio...perché non interviene in classe? Lei mi ha detto che ha paura che gli altri compagni la giudichino una leccapiedi, una secchiona; capirà, a diciotto anni queste cose fanno male..."
"Ah, studiare studia, sta sempre sui libri, non esce mai...come dice? E' assente anche nelle ore di lezione? Ma sarà perché è così stanco, sa, ha gli allenamenti; sì, lo so che ho detto che non esce mai, ma intendevo escluso lo sport..."
"Uh, mia figlia adesso è un po' distratta; capisce, è stata lasciata dal ragazzo, e ora esce per distrarsi...no,niente stravizi, ci mancherebbe, ma sa quante volte l'ho fatta cambiare prima di uscire?, però, capisce, ormai la minigonna la mettono tutti, in discoteca fino alle 4 ci vanno tutti i suoi amici...ma come fa lei a vederla su facebook? Ah, si può?"
"Adesso lei è tutta presa dai test universitari, del resto, come si fa, per entrare bisogna darsi da fare, iniziare fin da subito a competere...come? L'esame di stato? Ma lei non ha certo problemi, no?"
La Mamma mi guarda, ma non vede; mi sente, ma non mi ascolta; chiacchiera, ma non mi parla. Mafiosa omertosa complice dei capricci del Figlio, in perenne adorazione delle sue gesta, di cui conosce solo l'apparenza, ma non la sostanza, si rifiuta di crescere con lui, e, di conseguenza, di farlo crescere. Preferisce tacere, piuttosto che parlare. Toglie i paletti, quei fastidiosi paletti che impediscono un percorso liscio e quieto nella vita, prima ancora che il Figlio se ne accorga. La vita, vista da lassù, è una discesa piacevole, libera, aria fra i capelli e musica techno nelle orecchie.
Dio dei fallimenti, abbi pietà di loro.
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